Assistenza domiciliare per pazienti oncologici:
considerazioni sugli aspetti psicologici, socio-sanitari
e sulla formazione del personale
Giovanni Creton, Giancarlo Corbelli,
Teresa Crescini
Ryder Italia - Associazione per l'assistenza
domiciliare e la ricerca oncologica
"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria",
n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 46-53, Roma
(estratto dell’articolo)
Introduzione
Negli ultimi anni
per svariati motivi l’assistenza domiciliare ad i pazienti oncologici in
fase avanzata ha assunto un ruolo fondamentale nei progetti di sviluppo
ed di razionalizzazione di un sistema sanitario moderno.
In questo contesto
un importanza fondamentale ha assunto l’insegnamento delle cure palliative
attraverso un approccio differente da parte del personale sanitario nella
assistenza del paziente stesso e dei suoi familiari. I principi fondamentali
dell’insegnamento delle cure palliative abbracciano numerosi campi che
includono il rapporto medico-paziente, le modificazioni sociali della medicina
all’interno di una società in continua evoluzione, il profondo interesse
verso gli aspetti psicologici della malattie nei confronti del paziente,
del personale sanitario e del contesto sociale circostante per arrivare
infine ad un modello innovativo nei corsi di insegnamento universitario
per la formazione del personale. Le considerazioni riportate in questo
articolo sono il frutto di 15 anni di esperienza effettuata dagli autori
con l’équipe della Ryder Italia che offre un servizio di assistenza
domiciliare ai malati oncologici nella città di Roma.
Il vissuto della malattia: un’esperienza
differente tra medico e paziente
Le due grandi
tradizioni della medicina sono il sollievo dalla sofferenza ed il prolungamento
della vita (Stent 1975). Nel suo esclusivo interesse verso gli aspetti
organici della malattia la medicina ha spinto a trattare il paziente più
come una macchina che come una persona ed è per questo che molta
della insoddisfazione espressa dai pazienti verso il sistema sanitario
deriva da questo atteggiamento della classe medica. Per meglio capire la
complessità del rapporto medico-paziente e la differente ottica
attraverso la quale viene vissuta l’esperienza della malattia è
utile fare riferimento alla distinzione che la lingua inglese ha nel nell’utilizzo
dei due termini che normalmente indicano una malattia: illness e
disease (Lipowshi 1969). Sebbene essi possano essere usati in modo
intercambiabile esiste una profonda differenza tra di loro. Il termine
illness viene usato in riferimento a qualcosa che non funziona nello
stato generale del paziente. L’illness è ciò che il
paziente sente ed è ciò che lo preoccupa e che lo spinge
a rivolgersi ad un medico. L’illness fa riferimento alla esperienza
personale e profonda del paziente e riguarda il suo alterato senso di benessere,
la percezione che qualcosa non va nel suo corpo ed i vari sintomi di dolore
disagio e malessere, le sue paure e le sue aspettative.
Con il termine disease
invece si fa riferimento ai vari disordini organici di vari tessuti o apparati
che sono la causa del comparire dei vari segni della malattia, questi ultimi
per gran parte del tempo possono non essere accessibili alla esperienza
diretta del paziente. Il disease può esistere per molto tempo
senza che il paziente ne sia conscio. L’illness a sua volta esiste
solo in virtù della consapevolezza del paziente ed è un evento
privato e soggettivo e difficilmente verificabile in modo diretto.
A differenza dell’illness
la
disease è supportata da una serie di procedimenti scientifici
con test obiettivi e misurazioni.
In gran parte la
rivoluzione scientifica che ha trasformato la medicina durante l’ultimo
secolo ha riguardato principalmente il termine disease più che il
termine illness. Molto si è fatto per capire i processi patologici
alla base delle malattie a scapito di come il malato vive profondamente
tali esperienze.
Dal punto di vista
del medico la disease è un’entità tangibile e reale
la cui evidenza è direttamente accessibile mentre l’illness
non può essere mai percepita direttamente se non in modo vago e
inconcreto. Dal punto di vista del paziente prevale esattamente l’opposto
egli percepisce l’illness come reale mentre la disease è
un entità molto più astratta che interessa prettamente il
medico. La medicina moderna ha sviluppato un alto livello di tecnologia
per studiare i processi alla base della disease troppo spesso separandolo
dal significato della illness. Sino al secolo scorso in occidente
(ed ancora oggi in molte culture cosiddette primitive) i termini illness
e disease erano indistinguibili. Questi sistemi prescientifici sicuramente
meno efficaci nel trattamento delle malattie hanno con il tempo elaborato
e sviluppato metodi efficaci di intervento mirati verso la percezione soggettiva
del paziente dello stato di malattia (Frank 1975). Tali considerazioni
spiegano in gran parte, perché nonostante gli enormi progressi in
campo scientifico vi è una crescente e talvolta paradossale insoddisfazione
da larghi settori della opinione pubblica verso la qualità di assistenza
che viene offerta ed in particolare per quanto riguarda la qualità
della vita. Questo è sicuramente dovuto all’esclusivo interesse
da parte della classe medica verso l’aspetto organico della patologia (disease)
con scarsissima considerazione della esperienza soggettiva del paziente
(illness). Ciò in gran parte è alla base del fenomeno
Di Bella che è esploso in modo cosi violento nel nostro paese. Il
paziente è preoccupato della qualità della sua vita come
della quantità. Sentirsi bene(illness) è altrettanto
importante di stare bene (disease) ed è per questo che illness
e disease devono essere trattati insieme (Engel 1977).
Per tale motivo è
di fondamentale importanza che il medico e tutto il personale sanitario
prenda in considerazione entrambi gli aspetti del termine malattia, altrimenti
l’assistenza che verrà fornita sarà meno apprezzata e meno
efficace di quella offerta da personale meno qualificato e più compassionevole
o addirittura da guaritori o ciarlatani.
Per un paziente affetto
da una malattia in fase terminale ha significato soprattutto la nozione
di illness ed è su questo aspetto della malattia che si può
intervenire in modo molto efficace. Tutti gli interventi mirati a considerare
questo particolare aspetto della malattia ovvero il vissuto del paziente
possono raggiungere lo scopo di alleviare la illness anche in presenza
di una disease che progredisce. Ma l’insegnamento della medicina
moderna considera prioritario soprattutto l’aspetto organico e scientifico
di una patologia relegando in un ruolo marginale tutti gli aspetti che
riguardano il vissuto e l’esperienza psicologica propria del malato. Un
tempo la pratica medica aveva pochi strumenti per intervenire sulla disease
e si concentrava soprattutto sugli aspetti della illness (Kimball
1970) ed era evidente che l’efficacia degli interventi derivava principalmente
dalla particolare relazione tra colui che guariva e colui che soffriva
e ciò aveva un elevato valore terapeutico.
Aiutare i pazienti
a sentirsi meglio soprattutto quando stanno soffrendo per una patologia
inguaribile deve essere riconsiderato un aspetto legittimo della pratica
medica. Ed è in quest’ottica nuova che deve essere preparato il
personale sanitario adibito alla assistenza di pazienti in fase terminale
(Lazare et al 1975).
Modificazioni sociali e servizi sanitari
Durante gli ultimi
dieci anni la cura e l’assistenza dei pazienti oncologici si è spostata
in gran parte dai tradizionali centri ospedalieri al domicilio del paziente
(Stommel 1993). In altre parole con la eccezione di alcuni periodi brevi
di soggiorno in ospedale per l’intervento chirurgico o di soggiorni più
prolungati negli stadi terminali, la terapia dei malati oncologici attualmente
è per lo più erogata in regime di day hospital (Cawley 1990-Yasko&Rust
1989). Allo stesso tempo i tassi di incidenza per età per la maggior
parte delle neoplasie sono in continuo incremento ed a questo si accompagna
un aumento medio dei periodi di sopravvivenza, dopo la diagnosi iniziale,
per la maggior parte delle neoplasie (U.S.DHHS, 1993). Raggruppate insieme
queste tre tendenze, aumento nell’incidenza del cancro, la migliore sopravvivenza
e le modalità di erogazione della terapia portano alla conclusione
che il tempo che il paziente vive nel proprio domicilio continua ad aumentare.
Per esempio negli Stati Uniti vivono più di 6 milioni di persone
con la diagnosi di tumore e la maggior parte di loro vive le varie fasi
della malattia nel proprio domicilio (Manton et al 1991). Tutto ciò
comporta un enorme carico di lavoro per i nuclei familiari coinvolti, e
già di per se impiegati nelle varie attività di assistenza
per gli anziani (Moen et al 1994).
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