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IL RUOLO DELL’ATTENZIONE NELLA TEORIA E Cesare De Silvestri Psichiatra, Fellow e Supervisor dell’Institute for Rational-Emotive Therapy
(pubblicato in: "Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria" n. 38 - 39, Roma settembre – dicembre 1999 gennaio aprile 2000, pp. 70 - 83) Body and soul are not two substances but one.
L’attenzione è un fenomeno la cui concettualizzazione ha fatto disperare generazioni di filosofi e scienziati. Da Leibnitz e Kant, i primi filosofi che se ne sono occupati seriamente, a Wilhelm Wundt (con la sua distinzione fra campo della consapevolezza, Blinkfeld, entro il quale si troverebbe il più limitato fuoco dell’attenzione, o Blinkpunkt), W.P. Pillsbury (che assimilò questi concetti a quanto accade nell’attività della retina ottica, dove la zona centrale ad alta definizione è circondata da un vasto campo di sensibilità visiva molto più grossolana) ed Edward Bradford Tichner (con la sua sensible clearness, cioè chiarezza sensoriale o percettiva, ma che non escludeva la consapevolezza del soggetto). Da William James ("La mia esperienza è ciò a cui accetto di badare", che però implica una precedente decisione su che cosa sia degno di attenzione) a Pavlov, con la sua "anticipazione", e Watson che cercò di eliminarne il concetto, contestando l’esistenza di stati mentali "interni" come la consapevolezza. Per non citare scrittori e saggisti, come ad esempio Aldous Huxeley ("trascurare di fare attenzione a ciò che succede è come non essere qui ed ora", nel suo romanzo Island). E giù giù sino ai vari tentativi di definizione da parte degli studiosi contemporanei; tentativi dove tutte le ambiguità e le implicazioni soggettive, colloquiali, scientifiche e linguistiche tendono purtroppo a rendere confuso il significato del termine. Queste difficoltà discendono direttamente da quelle apparentemente insormontabili che incontriamo nella definizione della stessa consapevolezza (o coscienza), ovvero del concetto di mente e di quello del fantomatico "io" o "sé". Molto probabilmente perché tali questioni - come quella di massima importanza rappresentata dall’elusivo rapporto mente/corpo - vengono poste in modo erroneo (come sostengono, tra gli altri, Russell e Searle) specialmente a causa dei residui cartesiani tenacemente presenti nel nostro modo di pensare (come, tra gli altri, sostengono Ryle e Dennet). Se mi è consentita una digressione, il problema ricorda in certo senso quello analogo che s’incontra a proposito del fenomeno della vita e della sua concettualizzazione - altro terreno di dibattito ancora aperto per quanto riguarda la sua precisa definizione. Con l’ulteriore analogia rappresentata dal fatto che tutti sanno o credono di sapere che cosa sia la vita, la consapevolezza o coscienza e l’attenzione, per poi scoprire ad una riflessione più approfondita che esse sfuggono invece ad ogni tentativo di precisarle in termini esatti. Eppure ciascuno di noi sa riconoscere la vita e crede di saperla distinguere dalla morte; e analogamente riesce a distinguere l’attenzione dalla distrazione, o dal sonno, o dal coma, e così via. Lasciando ai biologi e ai filosofi l’impresa di studiare meglio il fenomeno della vita con la speranza che ci possano offrire qualche definizione più soddisfacente di quelle attuali, resta a chi si occupa di psicologia il compito di cercare di capire meglio il fenomeno della consapevolezza e dell’attenzione ed eventualmente trovarne una definizione più accettabile di quelle correnti. Il mio mestiere è però essenzialmente quello del clinico e del didatta, e mi ha portato di necessità piuttosto lontano dalla psicologia generale e da quella sperimentale ed ancor più lontano dai laboratori di neuropsicologia e psicofisiologia. Pur appartenendo a una scuola dotata di solide basi teoriche e sperimentali che ha sempre fatto tesoro dei progressi e delle innovazioni provenienti dalla ricerca scientifica e di laboratorio, il mio discorso avrà pertanto un orientamento soprattutto pratico e operativo con soltanto qualche breve accenno a questioni di cui m’intendo assai meno. Non tenterò quindi di formulare una definizione del fenomeno dell’attenzione, ma cercherò piuttosto di darne una immagine funzionale e di spiegare il ruolo che le viene attribuito nella teoria e nella pratica clinica della mia scuola. 2. La teoria generale della RET Per cominciare, dirò subito che la nostra teoria generale del funzionamento degli esseri umani sostiene che questi non sono semplici reattori agli stimoli esterni ma piuttosto attori e in certa misura "creatori" del proprio mondo, del proprio ambiente, e quindi anche degli stimoli che tale ambiente contiene, offre e propone loro. Gli esseri umani sarebbero cioè dotati di una capacità in certa misura autonoma o spontanea di agire e di pensare, cioè di scegliere, decidere e dirigere il loro comportamento in modo attivo o volontario (De Silvestri, 1981; Dryden, 1984; Ellis, 1962, 1973, 1991; Grieger & Boyd, 1980; Walen, Di Giuseppe & Wessler, 1980; Wessler & Wessler, 1980). Non ho nessuna intenzione di entrare nel terreno minato delle dispute sulla volontà e il determinismo. Voglio soltanto dire che la nostra teoria generale attribuisce una certa quota di attività spontanea agli esseri umani e che, sempre secondo tale teoria, uno degli aspetti di questa attività è rappresentato dalla facoltà di dirigere l’attenzione su alcuni fenomeni o eventi piuttosto che su altri presenti nell’ambiente. Basta pensare alla sterminata serie di tali eventi che ci circondano perpetuamente per rendersi conto che l’attenzione agisce necessariamente in modo estremamente selettivo per cogliere soltanto quei pochissimi eventi che in ogni istante rientrano nel nostro campo di consapevolezza. In altre parole, ciò di cui una persona è chiaramente consapevole in un dato istante rappresenta ciò a cui quella persona sta attenta, ciò a cui presta attenzione. Per esempio, parlando con un amico io presto attenzione alle parole che lui dice e non bado alle voci di altre persone che ho intorno. In ufficio, un impiegato sta attento allo schermo del suo calcolatore e non fa caso alle persone che entrano ed escono dalla stanza. Un’appassionata ascolta attentamente la melodia suonata dai violini dell’orchestra ed ha solo una vaga consapevolezza dello sfondo musicale fornito dagli altri strumenti. Pertanto lo scienziato che voglia cercare di scoprire le sistematiche relazioni tra gli eventi ambientali e le esperienze sensoriali deve fare i conti con questo processo selettivo che si chiama attenzione. E’ vero che alcuni fenomeni particolarmente clamorosi possono senz’altro imporsi in modo perentorio alla nostra attenzione senza apparentemente richiedere alcuna nostra volontà o intenzione, ma è altrettanto vero che talvolta possiamo concentrare la nostra attenzione selettiva su certi eventi in modo tale da riuscire a trascurarne altri anche di notevole intensità. Tanto per fare un esempio estremo, il dolore fisico viene in genere considerato come una dominante esperienza del qui ed ora. Eppure, persino questa dominanza del dolore può venire vinta da un’attiva concentrazione dell’attenzione su qualcosa di diverso e non necessariamente "più forte" e quindi intrinsecamente più capace di attrarre la nostra attenzione. È così possibile ignorare, non prestare attenzione, letteralmente non accorgersi, non avvertire un dolore anche acuto durante l’eccitazione di una lotta, di una battaglia, di uno sforzo; o nel compiere un atto eroico o disperato, eccetera. Non starò a citare i numerosi esperimenti compiuti in proposito, ad esempio con tiratori scelti che nel momento in cui stavano prendendo la mira non avvertivano la puntura d’ago che gli veniva inflitta nelle parti molli, e ricorderò soltanto la non rara esperienza di soldati che durante un assalto non si accorgono di venire feriti.Ma gli esempi più semplici e chiari di questa nostra volontaria gestione dell’attenzione, quelli che uso comunemente nella pratica didattica con i miei allievi, sono rappresentati dalle notissime figure reversibili del cubo di Necker, del diedro di Mach, della scala di Schroeder, oppure dallo schizzo di Hill, eccetera, in cui appare palese come si possa volontariamente spostare l’attenzione da un certo aspetto della figura ad un altro suo aspetto per ottenerne immagini affatto diverse. In realtà la faccenda è molto più complessa, perché non si tratta di semplici "percezioni diverse della realtà", come in genere vengono spiegate nei libri di testo, bensì di differenti "rappresentazioni", "interpretazioni" o "costruzioni" attive di quanto ci appare e che noi riorganizziamo e ristrutturiamo in vario modo. Vedremo subito come questa elaborazione della realtà segua poi strade sempre più complesse e attivamente idiosincratiche, ma per il momento vorrei concludere il paragrafo dicendo che, malgrado la complessità delle questioni coinvolte, gli esempi citati sopra sembrano particolarmente efficaci per dimostrare, quasi far toccare con mano, la "volontarietà" o almeno la attiva gestibilità della nostra attenzione.
3. Il modello circolare a 8 punti Come accennato prima, la RET sostiene che gli esseri umani sono almeno in certa misura attori e non semplici reattori agli stimoli esterni; sono cioè dotati di una capacità almeno in certa misura autonoma o spontanea di agire e di pensare, di guidare in modo "attivo" il loro funzionamento. La RET sembra insomma concordare in larga misura con l’impostazione delle più recenti teorie cosiddette "motorie" della mente (Weimer, 1977) che si stanno attualmente affermando in contrapposizione alle vecchie teorie che potremmo chiamare "sensoriali". Abbiamo sottolineato tale impostazione per quanto riguarda specificamente l’attenzione, che formerà il tema più importante del nostro discorso, ma sarà utile accennare anche ad altri aspetti del funzionamento umano che sono del pari riguardati dalla RET come essenzialmente o prevalentemente o almeno parzialmente autonomi, spontanei, attivi, e quindi almeno in parte "gestibili" da parte dell’individuo. A tale scopo può forse essere utile un modello del funzionamento umano che ho elaborato (De Silvestri, 1984, 1989) sulla base del notissimo modello ABC di Albert Ellis (1962) e del modello lineare a 8 punti di Richard Wessler (198O). [...] Clicca qui per accedere. http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |