La morte nella cultura occindentale: aspetti culturali e storico-antropologici

Giorgio Di Mola

Responsabile del settore Ricerca e Cultura della "Fondazione Floriani", Milano - Coordinatore Scientifico della Società Italiana di Cure Palliative, Milano


"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 2-17, Roma

(Estratto dell'articolo)

 

Introduzione

        Da quando gli uomini hanno avvertito paura ed angoscia per l'imprevedibilità e la necessità della morte, hanno cercato soluzioni mitiche al senso di sofferenza e consolazione all'inevitabilità della propria fine. Tra le possibilità di permanere al mondo dei vivi in continuità storica, la conservazione della biografia collettiva e personale ha in parte soddisfatto l'esigenza di superare il limite della fine biologica della vita, ma la paura ed il senso di angoscia sono parsi ostacoli insormontabili. La difficoltà di affrontare questi sentimenti, ne ha fatto gli aspetti tra quelli più strettamente intrecciati e ricorrenti nel complesso sistema di immagini che hanno contribuito ad elaborare l'idea della morte e del morire in Occidente; un intreccio che si rivela ancora più stretto, se osservato alla luce degli atteggiamenti, che paura ed imprevedibilità della morte generano negli individui e negli aggregati sociali, impegnati ad escogitare sistemi per sfuggire alla minaccia della propria fine o alla disgregazione del gruppo di appartenenza. Questi sistemi - il lutto e le dinamiche del cordoglio - hanno conosciuto nel corso della storia (soprattutto nel periodo che segna la transizione tra la società feudale-contadina e l'affermazione dell'individualismo della società urbano-industriale) trasformazioni determinanti per lo sviluppo del concetto di morte.
    Oltre alla paura ed al senso d'angoscia, hanno influito in modo importante sull'idea di morte in Occidente l'evoluzione dei sistemi di apprendimento e lo sviluppo del pensiero scientifico. L'idea della morte infatti, dopo un lungo periodo durante il quale ha prevalso una visione "naturale" della morte (o della morte naturale), ha dovuto confrontarsi con il pensiero illuminista e la filosofia positivista che chiedevano argomenti più razionali a fronte dei cambiamenti che accompagnano l'invecchiamento, la malattia e le alterazioni irreversibili della materia vivente. Alla trasformazione del concetto di morte ha contribuito inoltre, con uguale forza, un graduale processo di dissacrazione, che da un lato, nel favorire l'affermazione degli aspetti biologici della vita e della sua fine - per esempio rilevando le cause di morte sul cadavere - è stato motivo di rassicurazione ma che ha riproposto, d'altro canto, antiche e irrisolte questioni, sollevando nuovi interrogativi sul significato dell'esistenza e dell'aldilà e provocando, in definitiva, un inquietante vuoto di riferimenti.
    Di fronte, infatti, all'affermarsi di immagini più razionali e di aspetti più concreti della morte, così come di fronte al contemporaneo svanire di miti e riti, all'assenza di codici e tradizioni, l'Occidente si è trovato privo dei riferimenti culturali che servivano se non a spiegare, almeno ad esorcizzare ed accettare la morte e ha trovato rifugio in meccanismi di negazione, spostamento e rimozione, considerati tra le cause più frequenti di manifestazioni nevrotiche e di personalità conflittuali.
    Così accanto alla ricerca inquieta di risposte rassicuranti sulla possibilità di spostare i confini tra vita e morte, riposa ancora la grande incertezza sulla definizione di morte e, come tentativo di allontanare la minaccia rappresentata dalla certezza del limite, si assiste all'imporsi di filosofie "metropolitane", nella quale gli elementi di riflessione non sono più la paura della morte, intesa come "la fine", e del morire, visto come condizione di angoscia esistenziale, ma il timore di non esserci più alle cose del mondo: la paura di "non vivere", come ansia della perdita di oggetti di culto e di status. Il progetto di sopravvivenza si inscrive oggi in una dimensione prevalentemente orizzontale.
    In questo scenario ha acquistato rilevanza una nuova immagine della morte, caratterizzata dall'iperrealismo delle rappresentazioni prodotte dall'iconografia e dalla medialità contemporanea.
 

1. La cultura della morte: dall'uomo preistorico, all'uomo moderno


    In un accezione più dotta "cultura" è un concetto non solo pertinente a definire ciò che fa di un individuo una persona particolarmente ricca di conoscenze, ma anche ciò che un gruppo sociale ha acquisito e tramandato durante le varie generazioni, in termini di nozioni, di atteggiamenti, comportamenti e pensiero. Questa formulazione che dobbiamo al De Sanctis, assume per "cultura" ciò che "...suscita nuove idee e bisogni meno materiali, per formare una classe di cittadini più educata e "civile", ciò quindi che - attraverso usi, costumi, tradizioni - caratterizza la civiltà e l'educazione di un popolo (De Santis 1984).
    La definizione di De Sanctis permette di sostenere una "cultura della morte", che non può fare a meno di comprendere la cultura della vita. Permette inoltre di sostenere la distinzione tra diverse culture di morte, che hanno prodotto quelle immagini della morte tramandate dalla tradizione, dagli usi rituali e dalle credenze mitiche delle varie civiltà.
    Affrontando il problema della morte nella cultura occidentale, non possiamo fare a meno di riferirci, quindi, agli usi ed ai costumi di vita dell'Occidente, al suo patrimonio di storia e tradizione, come suggeriscono i più autorevoli storici della morte (Ariés, 1985; Vovelle, 1986), riportando i comportamenti, i luoghi, le formule testamentarie, gli epitaffi e l'architettura tombale, le forme di abbigliamento, le fonti letterarie, archeologiche, liturgiche e religiose.
    Osservando gli aspetti "culturali" che nel corso della storia hanno operato allo sviluppo del concetto di morte, possiamo decifrare la matrice dalla quale deriva l'attuale visione della morte e capire quale ruolo abbia la cultura nel plasmarne o modificarne l'immagine.[...]

 

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