Introduzione
Da quando gli uomini hanno avvertito paura ed angoscia per l'imprevedibilità
e la necessità della morte, hanno cercato soluzioni mitiche al senso
di sofferenza e consolazione all'inevitabilità della propria fine.
Tra le possibilità di permanere al mondo dei vivi in continuità
storica, la conservazione della biografia collettiva e personale ha in
parte soddisfatto l'esigenza di superare il limite della fine biologica
della vita, ma la paura ed il senso di angoscia sono parsi ostacoli insormontabili.
La difficoltà di affrontare questi sentimenti, ne ha fatto gli aspetti
tra quelli più strettamente intrecciati e ricorrenti nel complesso
sistema di immagini che hanno contribuito ad elaborare l'idea della morte
e del morire in Occidente; un intreccio che si rivela ancora più
stretto, se osservato alla luce degli atteggiamenti, che paura ed imprevedibilità
della morte generano negli individui e negli aggregati sociali, impegnati
ad escogitare sistemi per sfuggire alla minaccia della propria fine o alla
disgregazione del gruppo di appartenenza. Questi sistemi - il lutto e le
dinamiche del cordoglio - hanno conosciuto nel corso della storia (soprattutto
nel periodo che segna la transizione tra la società feudale-contadina
e l'affermazione dell'individualismo della società urbano-industriale)
trasformazioni determinanti per lo sviluppo del concetto di morte.
Oltre alla paura
ed al senso d'angoscia, hanno influito in modo importante sull'idea di
morte in Occidente l'evoluzione dei sistemi di apprendimento e lo sviluppo
del pensiero scientifico. L'idea della morte infatti, dopo un lungo periodo
durante il quale ha prevalso una visione "naturale" della morte (o della
morte naturale), ha dovuto confrontarsi con il pensiero illuminista e la
filosofia positivista che chiedevano argomenti più razionali a fronte
dei cambiamenti che accompagnano l'invecchiamento, la malattia e le alterazioni
irreversibili della materia vivente. Alla trasformazione del concetto di
morte ha contribuito inoltre, con uguale forza, un graduale processo di
dissacrazione, che da un lato, nel favorire l'affermazione degli aspetti
biologici della vita e della sua fine - per esempio rilevando le cause
di morte sul cadavere - è stato motivo di rassicurazione ma che
ha riproposto, d'altro canto, antiche e irrisolte questioni, sollevando
nuovi interrogativi sul significato dell'esistenza e dell'aldilà
e provocando, in definitiva, un inquietante vuoto di riferimenti.
Di fronte, infatti,
all'affermarsi di immagini più razionali e di aspetti più
concreti della morte, così come di fronte al contemporaneo svanire
di miti e riti, all'assenza di codici e tradizioni, l'Occidente si è
trovato privo dei riferimenti culturali che servivano se non a spiegare,
almeno ad esorcizzare ed accettare la morte e ha trovato rifugio in meccanismi
di negazione, spostamento e rimozione, considerati tra le cause più
frequenti di manifestazioni nevrotiche e di personalità conflittuali.
Così accanto
alla ricerca inquieta di risposte rassicuranti sulla possibilità
di spostare i confini tra vita e morte, riposa ancora la grande incertezza
sulla definizione di morte e, come tentativo di allontanare la minaccia
rappresentata dalla certezza del limite, si assiste all'imporsi di filosofie
"metropolitane", nella quale gli elementi di riflessione non sono più
la paura della morte, intesa come "la fine", e del morire, visto come condizione
di angoscia esistenziale, ma il timore di non esserci più alle cose
del mondo: la paura di "non vivere", come ansia della perdita di oggetti
di culto e di status. Il progetto di sopravvivenza si inscrive oggi in
una dimensione prevalentemente orizzontale.
In questo scenario
ha acquistato rilevanza una nuova immagine della morte, caratterizzata
dall'iperrealismo delle rappresentazioni prodotte dall'iconografia e dalla
medialità contemporanea.
1. La cultura della morte: dall'uomo preistorico,
all'uomo moderno
In un accezione
più dotta "cultura" è un concetto non solo pertinente a definire
ciò che fa di un individuo una persona particolarmente ricca di
conoscenze, ma anche ciò che un gruppo sociale ha acquisito e tramandato
durante le varie generazioni, in termini di nozioni, di atteggiamenti,
comportamenti e pensiero. Questa formulazione che dobbiamo al De Sanctis,
assume per "cultura" ciò che "...suscita nuove idee e bisogni
meno materiali, per formare una classe di cittadini più educata
e "civile", ciò quindi che - attraverso usi, costumi, tradizioni
- caratterizza la civiltà e l'educazione di un popolo (De Santis
1984).
La definizione di
De Sanctis permette di sostenere una "cultura della morte", che non può
fare a meno di comprendere la cultura della vita. Permette inoltre di sostenere
la distinzione tra diverse culture di morte, che hanno prodotto quelle
immagini della morte tramandate dalla tradizione, dagli usi rituali e dalle
credenze mitiche delle varie civiltà.
Affrontando il problema
della morte nella cultura occidentale, non possiamo fare a meno di riferirci,
quindi, agli usi ed ai costumi di vita dell'Occidente, al suo patrimonio
di storia e tradizione, come suggeriscono i più autorevoli storici
della morte (Ariés, 1985; Vovelle, 1986), riportando i comportamenti,
i luoghi, le formule testamentarie, gli epitaffi e l'architettura tombale,
le forme di abbigliamento, le fonti letterarie, archeologiche, liturgiche
e religiose.
Osservando gli aspetti
"culturali" che nel corso della storia hanno operato allo sviluppo del
concetto di morte, possiamo decifrare la matrice dalla quale deriva l'attuale
visione della morte e capire quale ruolo abbia la cultura nel plasmarne
o modificarne l'immagine.[...]