ESPERIENZA DI FLOW E SVILUPPO DELLA COMPLESSITA’ NEL COMPORTAMENTO UMANO

Antonella Delle Fave * e Marta Bassi **

INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria
n° 32-33, pagg.32-47, settembre 1997 - aprile1998, Roma

(Estratto dell'articolo)

 

"...il compito cui attendo è illimitato
e dovrà accompagnarmi fino all’ultimo,
non meno misterioso dell’universo
e di me, l’apprendista."
J.L. Borges, ‘Il lettore’

 

 

TRE LIVELLI DI ANALISI DEL COMPORTAMENTO

Sempre più numerose sono le discipline che affrontano lo studio dei sistemi viventi - in particolare del sistema uomo, e delle relazioni sociali e culturali che la nostra specie ha costruito - attraverso l’impiego di concetti mutuati dalla fisica. Più precisamente, due concetti risultano particolarmente utili dal punto di vista euristico per descrivere il comportamento umano: quello di sistema aperto, in relazione di scambio di informazione con l’esterno e caratterizzato da un assetto energetico lontano dall’equilibrio, ovvero neghentropico (Monod, 1970; Prigogine, 1980, 1996; Prigogine e Stengers, 1979, 1984) e quello, complementare, di sistema dotato di capacità di auto-organizzazione, o autopoiesi (Maturana, 1975; Zeleny, 1977; Maturana e Varela, 1986; Varela, Thompson, Rosch, 1991; Csanyi, 1988, 1995; Khalil, 1992).

Tali proprietà caratterizzano la specie umana a tre diversi livelli di indagine. In prima istanza, esse si evidenziano nello studio dell’individuo in quanto organismo vivente in senso biologico. In seconda istanza, queste stesse caratteristiche sono state impiegate nell’analisi dell’evoluzione della cultura e dei sistemi sociali (Greenberg e Tobach, 1988; Eldredge e Grene, 1992; Stock, 1993; Khalil e Boulding, 1996). La cultura, fenomeno emergente che costituisce una fondamentale peculiarità della specie umana, è scaturita dalla comparsa di alcuni tratti biologici specie-specifici: in particolare, lo sviluppo della mano e del neoencefalo. Essi hanno permesso la manipolazione dell’ambiente, e i processi psichici di osservazione e descrizione, rivolti sia verso l’ambiente che verso lo stato interno dell’individuo. Ciò ha condotto alla produzione di informazioni culturali, immagazzinate nei due serbatoi degli artefatti (materiali e simbolici) e della cultura individuale memorizzata, ovvero intrasomatica e trasmessa per mezzo dell’imitazione e del linguaggio. Le unità di informazione culturale veicolate dagli artefatti e dagli individui sono state definite memi (Dawkins, 1976, 1982), e vengono riprodotte e trasmesse a livello transgenerazionale, dando vita ad un secondo sistema ereditario, appunto quello culturale. Tale sistema è dotato di autonomia rispetto a quello biologico, presenta proprie capacità di auto-organizzazione, ed è soggetto a cambiamenti nel tempo secondo criteri evoluzionistici centrati sulla fitness culturale, ovvero sulla maggiore o minore adattatività dei memi che lo costituiscono (per una esauriente trattazione del problema si rimanda a Ruyle, 1973; Cloak, 1975; Richerson e Boyd, 1978; Mundinger, 1980; Massimini, 1982, 1996a, 1996b; Durham, 1982; Boyd e Richerson, 1985; Cronk, 1995; Inghilleri, 1995). In questa prospettiva, l’individuo nasce con un corredo genetico e nel corso della vita costruisce il proprio ‘corredo’ culturale attraverso l‘acquisizione di informazioni (sotto forma di artefatti o di istruzioni apprese) dall’ambiente esterno.

Ciò si verifica attraverso un processo di selezione attiva, condotto da parte del soggetto stesso sulle informazioni di cui dispone nel contesto in cui vive. Come nel caso del sistema ereditario culturale in toto, la replicazione differenziale delle unità culturali nell’ambito della vita del singolo può essere analizzata in termini evoluzionistici, sotto forma di selezione psicologica (Csiksentmihalyi e Massimini, 1985). E’ a questo terzo livello di analisi che si rendono evidenti le caratteristiche auto-organizzative della specie umana in termini psichici. L’individuo seleziona ed organizza le informazioni acquisite dal contesto secondo un criterio emergente, autonomo, e caratteristico di questo specifico livello di organizzazione: la qualità dell’esperienza associata a tali informazioni (che si traducono poi nel quotidiano in attività, situazioni, contesti sociali). Vengono infatti preferenzialmente replicate quelle in grado di produrre uno stato di coscienza positivo e complesso. Il fenomeno è evidente già - e forse nella forma più esplicita - nel comportamento in età evolutiva; in particolare gli studi sulla discrepanza ottimale (Piaget, 1972), sul gioco (Garvey, 1977) e sull’apprendimento (Csikszentmihalyi, 1982) hanno mostrato la precoce tendenza dell’individuo ad evitare stimoli o situazioni generanti stati di ansia o noia, e a riprodurre o ricercare attivamente attività e contesti ambientali in grado di favorire l’insorgenza di esperienze positive. In questo contesto acquisisce rilevanza fondamentale l’esperienza di Flow, o Esperienza Ottimale, individuata e formalizzata nella sua struttura da Csikszentmihalyi (1975, 1978, 1990, 1993).

 

 

ESPERIENZA DI FLOW E SELEZIONE PSICOLOGICA

L’esperienza di Flow (Csikszentmihalyi, 1975, 1982, 1990, 1993) si caratterizza principalmente con la percezione di un bilanciamento tra il livello di opportunità d’azione reperite nell’ambiente (challenges) e quello delle capacità personali (skills) nel confrontarsi con esse. Requisito fondamentale è che il livello dei challenges (e di conseguenza degli skills) sia elevato, o meglio superiore alla media delle abituali opportunità d’azione quotidiane: solo in questo caso, infatti, potrà instaurarsi lo stato di Flow, descritto come condizione complessa, caratterizzata da elevata concentrazione, coinvolgimento ed immersione nell’attività, assenza di auto-osservazione, controllo della situazione, chiara percezione dell’andamento e delle finalità dell’attività, positività dello stato affettivo, motivazione intrinseca, ovvero indipendenza da aspettative di ricompense o gratificazioni esterne all’attività stessa (Deci, 1975; Ryan e Deci, 1985). Le numerose ricerche transculturali finora condotte, che hanno portato alla campionatura di circa 4.000 soggetti, ne hanno dimostrato la stabilità nelle caratteristiche indipendentemente dal contesto culturale di appartenenza degli intervistati (Delle Fave, 1996a) e l’associazione con le più varie attività quotidiane, a condizione che esse possano rappresentare per il soggetto opportunità d’azione sufficientemente complesse da richiedere impegno ed applicazione delle capacità individuali a livelli elevati. Come conseguenza di ciò, compiti ripetitivi e scarsamente complessi non vengono citati come occasioni di esperienza di Flow, mentre le attività creative - siano esse di tipo lavorativo, inerenti la sfera del tempo libero o delle relazioni interpersonali - sono diffusamente riportate.

Se si considera l’individuo come sistema psichico aperto, tendente ad una sempre maggiore organizzazione e complessità, risulta evidente che la percezione di challenges ambientali elevati con cui il soggetto si confronti comporta un graduale incremento delle capacità personali, o skills, per far fronte alla situazione. In questo senso, lo stato di Flow favorisce lo sviluppo individuale in quanto, ai fini di poter essere mantenuto e replicato nell’ambito di una stessa attività, induce il soggetto alla ricerca di opportunità d’azione sempre più complesse, cui contrapporre capacità progressivamente maggiori. E’ quanto si può osservare sia in ambito lavorativo che nella pratica di attività artistiche, sportive, puramente speculative, di relazione. In virtù di questi elementi, e della tendenza alla ‘coltivazione’ delle capacità individuali nello svolgimento delle ‘attività di Flow’, tale stato esperienziale si configura come il fulcro del processo di selezione psicologica, il criterio selettivo di base su cui viene costruito il percorso di sviluppo individuale. Tale percorso si identifica con il concetto di ‘tema di vita’ (Csikszentmihalyi e Beattie, 1981), ovvero con l’insieme degli scopi fondamentali che il soggetto si prefigge di perseguire, e che traggono supporto fondamentale dall’associazione delle attività ad essi collegate con l’esperienza di Flow.

Un simile approccio al comportamento valorizza precipuamente il ruolo della soggettività, intesa quale fattore di valutazione fondamentale dell’ambiente esterno e dello stato interno di cui la specie umana dispone. L’approccio può essere idealmente posto in continuità con i fondamenti teorici e le ricerche condotte dagli studiosi della Gestalt, in cui venivano messi in luce i concetti sostanziali di ‘forma’ e ‘organizzazione’ della realtà per mezzo dei quali l’individuo percepisce e interpreta il mondo esterno. Il soggetto, nel descrivere il proprio stato interno in relazione agli stimoli ambientali, compie un’operazione di organizzazione del campo percettivo alla luce delle proprie aspettative, delle proprie finalità, del proprio bagaglio di informazioni. In altre parole, il mondo esterno rappresenta un insieme di possibilità di investimento energetico nell’ambito delle quali l’individuo seleziona attivamente le informazioni e le opportunità che soggettivamente percepisce come significative. Le modalità ed i contenuti di tale operazione sono coerenti con le caratteristiche dell’individuo in termini di sistema aperto, ovvero si armonizzano con la sua direzione evolutiva. Ogni individuo reperisce l’esperienza di Flow in alcune attività della propria vita quotidiana, in funzione sia del contesto culturale in cui si trova a vivere (che fornisce l’ambito dei possibili challenges in cui investire l’attenzione), sia delle proprie caratteristiche individuali.

Inoltre, emerge in questo approccio l’importanza di studiare lo stato esperienziale nel suo insieme, quale unità base di indagine. Infatti, come il fenomeno della visione stroboscopica acquista significato considerando il risultato percettivo nella sua globalità (e non nelle sue singole componenti, quali ad esempio immagini puntiformi in sequenza), così nel comportamento fenotipico dell’individuo ogni azione - risultato manifesto di una selezione attuata sulle informazioni ambientali - può essere compresa alla luce dell’esperienza ad essa associata. Non è sufficiente valutare le componenti motivazionali, quelle affettive o quelle cognitive separatamente: un’attività può scaturire da motivazioni estrinseche, ma può nel contempo essere percepita come opportunità stimolante dall’individuo; al contrario, ad una situazione caratterizzata da stato affettivo positivo e percezione di elevato controllo possono associarsi bassi livelli di motivazione intrinseca, o di coinvolgimento attivo del soggetto. [ ¼ ]

* Centro di Ricerche L.I.T.A. di Vialba, Università degli Studi di Milano; Istituto di Scienze Umane, Università IULM
** Centro di Ricerche L.I.T.A. di Vialba, Università degli Studi di Milano

 


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