La morte nei silenzi assensi della cultura
postmoderna
Vito Ferri
Psicologo clinico.
"INformazione Psicologia Psicoterapia
Psichiatria", n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 68-75, Roma
(estratto dell’articolo)
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La morte è nelle lacune
della vita vissuta.
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La morte è
fuori dall’esperienza, ma non le è estranea. La morte circonda l'esperienza,
le dà forma, senso e confine. Non un confine dai bordi netti, ma
interrotto da fiordi che penetrano profondamente nell'esperienza creando
vuoti e assenze, anche nelle regioni più interne dell'esperienza
si aprono crepacci di morte, di silenzio. C’è bisogno della morte
per vivere la vita, come c’è bisogno del "silenzio della vita" per
viverne il "rumore". Studiare le reazioni dell'uomo verso la morte è
un esercizio che affina la capacità di scoprire e valorizzare il
silenzio. Il silenzio non esiste per chi non ha mai conosciuto il rumore,
analogamente la serenità può essere vissuta solo se è
preceduta e poi circondata dall’inquietudine, dalla minaccia e dal tormento.
Ogni lacuna o assenza della vita è la morte. Eppure tutti
gli sguardi, tutti i pensieri, dai più eccelsi ai più grezzi,
sono puntati sulla morte come evento finale della vita, sullo squarcio
di scena illuminata che scompare dietro il sipario che si chiude inesorabilmente,
ma nessuno guarda tra le pieghe più scure e nascoste del sipario.
L'uomo punta con orrore la "grande morte", la fine irreversibile del suo
corpo e dell’autocoscienza, la lacuna infinita ed eterna, senza accorgersi
che la morte è ogni assenza, ogni silenzio, ogni pausa, anfratto,
lacuna, buco, inattività, passaggio, zona di confine, vuoto, limite.
La morte è nelle pause del respiro, nella fine di un sogno e nell'attimo
che precede il suo inizio, nelle cavità del nostro essere, nell’attimo
che segue ogni nostro "no". La morte è la negazione!
Nella cultura contemporanea
la "negazione della morte" sembra essere diventata ormai un luogo comune.
Si parla della morte come incrollabile tabù. Tutti gli sguardi vengono
distolti dalla necessità che un giorno, anche oggi, si debba cessare
per sempre di vivere, di pensare, di fare esperienza. Non riteniamo questa
negazione deleteria, almeno non quanto quella rivolta a tutto ciò
che della morte è già presente nella vita e che dà
a quest’ultima senso e profondità. Forse è più deleterio
negare ciò che è presente qui ed ora piuttosto ciò
che lo sarà in futuro. La morte pervade la nostra vita forse ancor
più della porzione di vita "pienamente vissuta". Assenza, silenzio,
pausa, lacuna, bisogno, vuoto, negazione, non-esserci-più, non-esserci-ancora,
attesa, ecc., tutto ciò è la morte, o se vogliamo, l’altra
porzione di vita, quella "vuotamente vissuta". La vita "pienamente vissuta"
si esprime nella presenza, nel rumore, nell’attività, nell’esperienza,
nella soddisfazione, nella pienezza, nell’affermazione, nell’esserci, nella
durata, nella realizzazione, ecc. Una vita sana è una vita in cui
i vuoti si bilanciano con i pieni, i contenitori con i contenuti, le morti
con le nascite, in un processo dialettico. Ogni sbilanciamento, ogni eccesso
di pienezza o di vuoto attiva delle reazioni di difesa per ristabilire
l’equilibrio. Un esempio dell’eccesso di vuoto (e quindi di morte) è
la reazione alla morte di una persona cara. Lo shock della perdita
viene accompagnato da uno sciame di negatività, di lacune come quelle
che si allargano rapidamente in una pellicola che prende fuoco: si teme
di perdere il senno, si vuol rinunciare alla vita, si è schiacciati
dall’assedio di tanti "mai più", "fu", "non c’è più",
"nulla sarà più come allora"; la negazione dilaga rapidamente
in tutte le sue forme, come fine o rottura irreversibile. La morte della
persona cara è un'irruzione violenta, impudica, acefala, di negatività,
di assenza assoluta e purissima. Per il nostro corpo troppo ossigeno o
troppa anidride carbonica sono letali, eppure insieme sono per noi importanti,
se uno dei due elementi eccede o scarseggia, il corpo reagisce difendendosi
e cerca di ristabilire l'equilibrio. Analogamente l’evento luttuoso porta
un eccesso di assenza, una boccata prolungata e pericolosissima di anidride
carbonica. È vero, abbiamo bisogno di assenza, di vuoti, ma bilanciati
alla presenza, al senso dell'esserci; così abbiamo bisogno di "tagliare"
la dose troppo pura e densa di assenza con la presenza. Le emozioni che
accompagnano la perdita sono delle trombe di guerra che richiamano la presenza,
il contatto più denso con noi stessi e poi anche con i nostri simili.
Quando non è possibile ristabilire questo equilibrio o non lo si
può fare immediatamente, scattano i meccanismi di difesa e tra questi
la negazione dell’assenza.[...]
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