L’immagine di sé oltre l’identificazione con l’io

*Laura Boggio Gilot

 
 
 

"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 40, maggio - agosto 2000, pagg. 50-57, Roma"
http://www.in-psicoterapia.com

(ESTRATTO DELL'ARTICOLO)

 


La grandezza delle creature
consiste nel fatto che
essa è legata
in modo velato
all’infinito.

R. Tagore

Il ruolo della coscienza nelle componenti della percezione, del pensiero, del sentimento e della volontà, è fondamentale in tutto il rapporto dell’individualità con l’esistenza, ed è certamente un capitolo di fondo dell’esperienza psicoterapica.

C. G. Jung asseriva che: "Nella vita individuale come nella vita collettiva tutto dipende dallo sviluppo della coscienza. Questo porta gradualmente alla liberazione dalla prigionia dell’incoscienza e pertanto apporta luce alla guarigione..."

Sulla stessa linea di pensiero, W. James affermava che: "il nostro normale stato di coscienza non è altro che uno speciale tipo di coscienza, mentre intorno a noi, separate da sottilissimi schermi, esistono forme potenziali interamente differenti. Noi possiamo andare attraverso la vita senza neanche sospettare della loro esistenza ... eppure nessuna penetrazione della realtà può lasciare fuori queste altre forme di coscienza ... "

Pressoché ignorato dalle scuole della psicologia occidentale, lo studio organico della coscienza e dei suoi stati non ordinari è stato assunto dalla Psicologia Transpersonale, ed i risultati da questa ottenuti in questi ultimi vent’anni hanno portato ad un rivoluzionario punto di svolta nelle teorie dello sviluppo e della psicoterapia, nella conoscenza della natura del Sé e delle sue potenzialità inesplorate.

La ricerca sugli stati non–ordinari di coscienza ha dapprima differenziato, nel contesto dell’esperienza "non–normale", l’esperienza patologica da quella che ha la potenzialità di guarigione, trasformazione ed evoluzione.
 

Tra i primi studiosi dell’area, S. Grof, per definire queste esperienze non–ordinarie ma sane, ha usato il termine "olotropico". La parola significa andare in direzione dell’interezza: dal greco holos che vuol dire "intero" e trepein che vuol dire "muoversi verso".

"Nello stato olotropico si realizza una coscienza più espansa di quella ordinaria associata a cambiamenti percettivi nell’area sensoriale, emozionale e cognitiva, accompagnata da intense manifestazioni psicosomatiche e forme non convenzionali di comportamento" .

Mentre nell’esperienza patologica è perso il contatto con la realtà ordinaria, nell’esperienza olotropica tutta la percezione evolve su due livelli: il continuum con la realtà ordinaria e quello con la realtà non–ordinaria. Nelle esperienze olotropiche Grof annovera le esperienze di nascita e di morte psicospirituali; sentimenti di unità con altre persone, la natura, Dio; incontri con immagini archetipiche; comunicazioni con entità disincarnate, ecc.

Secondo Grof, l’esperienza olotropica, da lui prodotta all’inizio con LSD e poi con tecniche di respirazione profonda, lavoro corporeo e musica, può essere indotta anche da una varietà di tecniche aborigene o "tecnologie del Sacro", tra cui quelle sciamaniche che possono includere, oltre a danze rituali e mutamenti nella respirazione, interventi di digiuno, deprivazione sensoriale, inibizione del sonno, ecc. .

Lo psichiatra americano afferma, che i portati delle osservazioni negli stati olotropici indotti rivelano importanti aspetti della realtà che sono usualmente nascosti nella consapevolezza ordinaria: tra questi le dimensioni interiori dell’inconscio perinatale e transpersonale e una visione del mondo che è in accordo con l’unità della vita e la fondamentale presenza della "coscienza" nella realtà, come descritto nella filosofia spirituale del Vedanta, del Buddismo, del Taoismo, del Sufismo, della Cabala, del Cristianesimo mistico, ecc., insomma, nella cosiddetta filosofia perenne.

Nonostante l’interesse clinico, epistemologico e filosofico delle ricerche di Grof, il suo approccio agli stati non–ordinari si pone nel quadro esperienziale di tipo transitorio che hanno poco a che fare con il raggiungimento di uno stadio di sviluppo più evoluto di quello ordinario. Agli stati transpersonali di coscienza allargati possono appartenere esperienze psicodinamiche e spirituali, che in qualche caso si rivelano utili per l’esplorazione di se stessi e il superamento di alcuni confini percettivi, e addirittura possono contribuire alla soluzione di conflittualità psicopatologiche, ma certamente sono riduttive dal punto di vista di una stabile trasformazione della personalità in senso transpersonale e inoltre possono essere anche causa di stati regressivi e inflattivi di tipo psicopatologico.

Perché dall’esperienza di coscienza non–ordinaria si possa passare ad uno stabile stadio sano di consapevolezza e di identità oltre l’io, occorre un altro grado di pratica spirituale e di sacrificio personale, volto alla conoscenza e alla trasformazione di se stessi: questo itinerario è insegnato nei sistemi meditativi e, con particolare rigore epistemologico, nelle tradizioni asiatiche induiste e buddiste.

Queste tradizioni meditative insegnano una spiritualità che trasforma, propongono complessi training mentali, pratiche psicofisiche ed etiche che, come una vera e propria metànoia (usando un termine platonico), dissolvono alchemicamente il senso separato dell’io ordinario e gli attributi egoistici ed illusori che lo costellano.

Attraverso l’investigazione sistematica dei sistemi meditativi e la ricerca diretta ed esperienziale negli insegnamenti di cui sono testimoni, le ricerche sulla coscienza si librano su una dimensione assai più efficace ai fini della teoria della salute e della crescita transpersonale.[…]

*Cofondatore dell’Associazione Italiana di Psicologia Transpersonale
e della European Psychology Transpersonal Association
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