Aspetti fenomenologici dell’attenzione

Bruno Callieri

Libero docente Università di Roma

INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria, n° 32-33, pagg.2-15, settembre 1997 – aprile1998, Roma

 

Se riteniamo l’attenzione come un aspetto dell’attività psichica autonomo e abbastanza individuabile rispetto a tanti altri “processi psichici”, possiamo considerarla come la funzione che focalizza e indirizza l’attività mentale cosciente verso determinati oggetti, azioni, scopi (quindi un’attività intenzionata, proprio come lo è la coscienza) e che è capace di mantenersi per un periodo di tempo più o meno lungo a determinati livelli di tensione mentale. In tal senso si potrebbe dire che lo spettro dei processi di attenzione si identifica con lo spettro dei processi di coscienza.

Alla fine del secolo scorso e secondo le migliori impostazioni teoretiche dell’epoca (basti pensare a Wernicke ed a Wundt) l’attenzione era considerata come una funzione autonoma, distinguibile e separabile dal resto dell’attività psichica: James, Ribot e, appunto, Wundt furono i più noti e qualificati sostenitori di un tal modo di concepire. Ma ben presto non pochi furono gli autori che cominciarono a criticare questo indirizzo ed a scorgerne i pesanti limiti; basterà qui ricordare Foucault (1920), Spearman (1927), Dwelshauwers (1928). Si giunse, su questa linea, a conwwware l’esistenza dell’attenzione in quanto tale, cioè come una “funzione” isolata ed isolabile nel vasto ambito del flusso psichico, e a sostenere invece, come oggi fa la maggior parte degli psicologi, che essa sottende una condizione energetica generale che concerne tutta la personalità. Ciò, del resto, era già stato ampiamente identificato da Edmund Husserl nel 1925 in quell’opus magnum che è stato e che continua tuttora ad essere la “Psicologia fenomenologica” (cfr. l’ediz. di Walter Biemel, del 1962).

Un compromesso tra queste due tendenze è rappresentato da Piéron il quale, come è ben noto, affermava che la nozione di attenzione è molto utile perché facilita la comprensione di alcune modalità del funzionamento mentale. Ciò veniva del pari sostenuto, con dovizia di dati, da Gemelli, da Zunini e da Baudin, psicologi fra i più eminenti degli anni quaranta.

E’ qui opportuno ricordare, per summa capita, le vicende del concetto di attenzione, che seguono in modo peculiare l’evoluzione della cultura e della mentalità.

Le dimensioni di accesso ad uno studio abbastanza specificato dell’a. sono parecchie; ne ricordo alcune, seguendo le precise indicazioni di E.G. Boring (1970): l’equazione personale, cioè il ruolo delle variazioni individuali nell’aspettativa e come questa influenzi la velocità di reazione; l’indagine psicofisiologica dei tempi di reazione; la discriminazione dei tempi di reazione alla presentazione di due stimoli sincroni provenienti da diverse modalità sensoriali; l’estensione dell’a. (il cosiddetto (“span”); il grado dell’a., cioè la sua intensità, la sua tensione; la capacità di concentrazione, cioè la messa a fuoco e il centraggio dell’a.; la durata dell’a.; l’attivazione e il cosiddetto arousal dell’a. (il livello di vigilanza); la tensione; la capacita di concentrazione, cioè la messa a fuoco e il centraggio dell’a. la durata dell’a; l’attivazione e il attenzione come set. Questa dimensione e direttiva di indagine è ricchissima, specie per quanto riguarda gli studi sperimentali nell’ambito della psicopatologia della schizofrenia (ad es. Garmezy, in Schiz. Bull. 1977). Accanto a tale filone, ripeto, vi è sempre stato l’indirizzo che fa dell’a. soltanto un grado della attività della coscienza, un livello estremamente vario e multiforme della sua estensione e della sua chiarezza. In tal senso potrebbe dirsi che il problema psicologico dell’a. è destinato a dispiegarsi e risolversi tutto nell’ambito della coscienza, in rapporto alle sue oscillazioni di livello, dal sonno allo stato di veglia, dalla confusione all’iperlucidità, alla sonnolenza alla crepuscolarità, dalla coscienza onirica alla coscienza oniroide, dalla perdita della messa a fuoco al restringimento del campo, come in alcune epilessie temporali, in certi stati psicotossici, in certe esaltazioni fissate, in stati iniziali di decadimento iniziale, in alcune oligofrenie, in molte psicoastenie, in molte sindromi ossessive, in vari stati passionali (cfr. Jaspers e Zutt, i due grandi studiosi della struttura polare della coscienza e della sua psicopatologia) e in molte sindromi psicotiche difettuali (vedi in Callieri, 1980).

 

 

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