Gli affetti in scena

(pubblicato in: Informazione in psicologia, psicoterapia, psichiatria n. 27, Roma, 1996, pp.3-4)

Giannetto Cerquetelli *

Il teatro è stata la prima forma di comunicazione dell’affettività umana espressa e rappresentata. Nel teatro greco i drammi umani vengono rappresentati nella loro totalità: nel rapporto che si crea tra l’attore e la vicenda drammatica. La formula del teatro greco con il coro, le maschere ed il pubblico crea quel feed back che induce lo spettatore ad una identificazione con la maschera dell’attore riscontrando in se stesso la stessa problematicità rappresentata nella scena (catarsi).
Non è un caso che i “padri” della psicologia moderna abbiano utilizzato personaggi del teatro greco come Edipo, Elettra per definire dei complessi dell’uomo moderno che probabilmente rappresentano un archetipo della complessualità dell’uomo in tutte le epoche storiche. Jung nella descrizione della personalità denomina come “maschera” l’aspetto esteriore dell’individuo che ne definisce il ruolo e che “serve ad innalzare o a modificare la personalità” (Persona).
Le origini del teatro greco sono da ricercare nei riti dionisiaci. Anche in questo caso venivano usate le maschere rappresentative delle persone mentre gli affetti venivano delegati alla recitazione priva della mimica in quanto coperta dalla maschera. I punti di contatto fra teatro, psicologia e psicoterapia sono secondo me sottolineati anche dalla quantità di metodologie terapeutiche che utilizzano tecniche teatrali per consentire al paziente di mettersi in contatto con la sua affettività. Pensiamo allo psicodramma di Moreno in cui il gruppo viene invitato a recitare i vari ruoli e le varie dinamiche presenti in una situazione familiare o sociale di uno dei partecipanti al gruppo stesso. Osserviamo inoltre come Jung, nella sua tecnica della immaginazione attiva, inviti i suoi pazienti ad escludere l’effetto egoico in favore delle immagini interne che possano, in questo modo, aprirsi agli affetti più profondi e meno controllati dalla coscienza e dall’Io. Ed ancora vediamo la Gestalt con la tecnica della “sedia calda”, o il sogno guidato di Desoille o la ricerca sulle immagini mentali.
Anche in ambito psicologico si può vedere come nella “psicologia del lavoro” vengono usate metodologie che si richiamano in qualche modo alle rappresentazioni teatrali ad esempio i cosiddetti “giochi di ruolo”.

Leggere Re Lear o assistere ad una esecuzione di Re Lear è come ritrovarsi attori in un gioco che ci fa entrare di colpo in una verità così totale e folgorante che dalla prima parola l’intero universo con la sua molteplicità viene ad identificarsi nel caso particolare rappresentato.
Quel mondo incredibilmente complesso che fino al momento dell’inizio della tragedia o della commedia era fuori di noi (e contemporaneamente dentro di noi) restringe, senza diminuirsi né impoverirsi, lasciandoci scorgere, come guardando dal buco di una serratura, la nostra vita; così, caduti in noi stessi diventiamo l’invenzione del drammaturgo, rinasciamo nei luoghi dove egli ci trasporta e là dove ci porta noi fatichiamo, godiamo, saremo stranamente familiari con tutte quelle ignote persone che interloquiscono dalle pagine che leggiamo e nel teatro dove le sentiamo direttamente da altre persone che si agitano nella scena cioè in quella stanza dove giocammo da bambini e da quella stanza entriamo in un’altra stanza dove oggi risentiremo quelle esperienze oscure della mente che si concentra in quelle due ore di spettacolo che non sono più passato o futuro che non sono più dimensioni dell’eterno del tempo ma due specchi che si autoriflettono come un rapido riflettersi di persone: ed è qui che teatro e psicologia si toccano e diventano una sola cosa. Infatti J. J. Rousseau intuisce la ragione profonda fra diseguale ed uguale fra alienato e diciamo normale o eguale e sa bene che quel che succede a teatro succede con ben maggior forza nello spettacolo della vita, e non solo perché l’alienato il diseguale offende la giustizia ma perché prevalentemente si esclude dalla partecipazione sociale ed è qui che teatro e psicologia si incontrano nella pratica attuale.
Il fatto teatrale nella sua massima espressione ci rimanda al nostro Io immortale. Nel teatro noi entriamo nei dialoghi e nelle emozioni che sentiamo, entriamo nel dramma degli eroi, viviamo il dramma degli eroi, ci immettiamo nei teatranti e in qualche modo restituiamo loro le nostre emozioni. L’artista attinge il suo patrimonio dai suoi ricordi dalle sue emozioni vissute intensamente durante l’infanzia e la giovinezza ma attinge dalla società in cui vive e se ne nutre e la sua opera diventa universale. Non perché ignora la sua realtà concreta ma perché se ne immerge fino in fondo e ne cava ciò che è generalmente umano. Tutto ciò che se ne stacca diventa astratto, strampalato, inutile, per poter creare per poter inventare il nuovo l’ignoto bisogna avere una fede profonda.

* Libero docente di Neuropsichiatria
presso l’Università di Roma.

 

 

 

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