La relazione dell’aiuto comprensiva: una visione sociale/medica/psichiatrica di alcuni fattori che la rendono difficile

LA RELAZIONE DELL’AIUTO COMPRENSIVA: UNA VISIONE SOCIALE/MEDICA/PSICHIATRICA DI ALCUNI FATTORI CHE LA RENDONO DIFFICILE

Julio Mares Psichiatra, psicoterapeuta direttore dell’International School of Gestalt Training, Belo Horizonte (Brasile)

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 41- 42, settembre – dicembre 2000 / gennaio – aprile 2001, pagg. 30 – 33

La solidarietà non incontra un’espressione più eloquente che in una relazione di aiuto. Nella pluralità e varietà delle possibili cure effettuate da un essere umano verso il suo simile, la relazione di aiuto occupa un luogo di distacco, centrale, principale. Dall’ascolto semplice, attento, al contatto mediato dalla più avanzata tecnologia, è la presenza di un somigliante, in questo momento di mistero generato dalla sofferenza, che impedisce il patimento dell’isolamento, della mancanza di protezione e dell’abbandono. La superiorità della relazione d’aiuto, pertanto, è indiscutibile, la sua importanza non può essere diminuita. La tecnologia che la mette in relazione, che la facilita, non può e non potrà sostituirla; dato che non sostituisce la sua condizione basica d’affetto e di rispetto, il suo attributo magico d’attaccamento alla condizione umana ed il suo carattere etico ed umanista dell’”amare il prossimo come te stesso”. Questa condizione d’insostituibilità è quella che rende il contatto diretto terapeuta-cliente il pilastro fondamentale del “fare” terapeutico. Questo include la conoscenza dei fattori che la deturpano, la impediscono o la complicano.

 

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