La caleidoscopica arte del narrare

raccontare-12

Silvana Bonanni, Emilio Gattico

Università degli Studi – Bergamo 

Cantami, o diva…
Omero Iliade libro I

 

Diva…Musa…Spirito…Subconscio…come si può definire quella necessità dell’uomo di “dare forma al disordine delle esperienze” e quale sublime forma assume poi quel groviglio avviluppato quando viene svolto lungo i temi dell’arte? Riusciamo meglio a capire noi stessi e a farci così comprendere anche dagli altri? Un discorso lascia sempre una traccia, una testimonianza, e’ parte della nostra storia.

Come e’ importante dunque narrare! Attraverso un simil gesto ne compiamo molti altri tutti concatenati tra loro. Nella narrazione c’e’ elaborazione e interpretazione, ma anche comprensione per poter raccontare descrivendo, spiegando, dando significato, tante funzioni che portano a quella epistemica, che racchiude in sé tutte le altre, caratterizzante la narrazione stessa.
Il Mito ci ha regalato le nove Muse, a esse si rivolgevano per sentirsi ispirati e meritano il tributo a tal proposito di essere almeno menzionate: Clio presiedeva alla storia, Euterpe alla musica, Talia alla commedia, Melpomene alla tragedia, Tersicore alla danza, Erato alla poesia, Urania all’astronomia, Polimnia al canto e Calliope all’epica e all’elegia e tutte queste erano arti da sempre contemplate dall’uomo e che oggi fungono da base, in tale ambito, alle arti-terapie.
Sarà appassionante allora approfondire come nasce l’interesse per la narrazione.
Intorno agli anni 70 la psicologia comincia a porre, in modo significativo e sostanziale, la propria attenzione a qualcosa che e’ esistita, ma mai studiata, approfondita, svelata ed e’ Jerome Seymour Bruner che ci stimola alla scoperta dei significati che gli umani costruiscono nel contatto con il mondo; il “bambino narrativo” darà gli spunti, affinché l’attenzione venga estesa all’ambito culturale, educativo e clinico. E’ assodato che gli stati psicologici intenzionali (sentimenti, desideri, credenze, motivazioni) si acquisiscono in rapporto alle relazioni e ai contesti sociali, diventando allora elemento chiave la psicologia popolare o quel così detto “senso comune”, che racchiude il funzionamento della mente nell’atto stesso di agire, rimandando alla necessità di stabilire un legame duraturo, solido e costruttivo tra le persone. Proprio per questo il canale del linguaggio è senza dubbio dipendente dallo sviluppo di codici di interazione”.
Il “pensiero narrativo” viene allora considerato fondamentale sia a livello individuale che culturale, esso corrisponde infatti al bisogno di costruire la propria realtà, affinché abbia un significato specifico di memoria nel tempo, definendo una soggettività dotata di intenzionalità focalizzate a dare alla propria vita l’immagine concreta di un sé altrimenti disperso e vago. Le persone raccontano le proprie storie, attraverso le parole, il disegno, la pittura, la musica, la poesia, l’arte tutta, dando spiegazioni ed analizzando i processi che danno senso al mondo e alla loro vita. Si tratta allora non tanto di formattare e neppure di organizzare in un tutto univoco e compatto una serie di elementi, che sovente sono inconciliabili tra loro, quanto piuttosto di individuare i percorsi che ogni soggetto, proprio in virtù della narrazione, è in grado di elaborare per cogliere le possibili interconnessioni, che si stabiliscono nel proprio mondo. Questo processo, che di buon diritto possiamo dire di costruzione del significato, porta alla formazione di un linguaggio, che rappresenta il mezzo fondamentale d’interpretazione della realtà interpersonale.
Ecco perché la narrazione non potrà fondarsi su processi deduttivi o inferenziali, ché una logica dei predicati, ove verbo, aggettivo o nome identificano alcune proprietà o alcuni rapporti fra certi oggetti, che costituiscono i suoi argomenti, non coglie le ambiguità del linguaggio naturale, mentre invece arricchirà la comunicazione di una notevole componente pragmatica con un forte indirizzo ermeneutico.

 

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