Riverberazione dei problemi etici nel lutto

Flavia Caretta, Massimo Petrini

Centro di Promozione e Sviluppo dell’Assistenza Geriatrica Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 40 – 49, Roma

Introduzione

Sappiamo – e abbiamo sempre saputo – che tutti gli esseri umani muoiono e che tutte le relazioni umane finiscono con una separazione. Il pianto rituale che segue la morte, il luctus o planctus in latino, in origine ha il senso di un gesto concreto: l’atto del piangere, che in qualche modo contribuisce ad alleviare il dolore della crisi della presenza, in seguito definisce la crisi del cordoglio, cioè i due momenti del processo del lutto (Rossi, 1984). Il cordoglio è una reazione naturale e fisiologica ed è un insieme di stati di sofferenza psichica che tendono ad estinguersi; quando ciò non accade, il cordoglio diviene un trauma permanente non solo per la salute mentale, ma anche per quella fisica.

Ancora, il lutto è la reazione dei vivi alla morte, rappresenta il tentativo di far rivivere il morto nella interiorità della coscienza e negli affetti dei sopravvissuti (Fornari, 1985). Ancora: il lutto è il processo di separazione da una persona defunta, da una persona precisa, portatrice di un nome e di una storia, collegata a luoghi, attività, fatti, date.

Parlare del lutto, o meglio, della perdita e della separazione come esperienza fisica e psichica, sociale, etica, intorno alla quale elaborare nuovi rituali che corrispondano alla realtà socioculturale contemporanea, rappresenta una istanza essenziale di un programma di assistenza al morente.

Nelle strutture di assistenza più avanzate già esistenti, nella fase terminale della malattia, il volontario, il medico, l’infermiere, l’operatore pastorale assistono i familiari anche nella fase iniziale del lutto. Anzi, oggi, sono forse i volontari che hanno anche maggiori occasioni di formazione in questo ambito rispetto agli operatori professionali, tenuto conto del ruolo determinante che le associazioni di volontariato, almeno in Italia, hanno svolto nello sviluppo delle cure palliative.

In questa ottica è importante sottolineare il ruolo dell’assistenza al morente. L’elaborazione della sofferenza per la morte di un familiare dipende infatti in buona misura da come il superstite e il defunto sono stati aiutati nelle fasi terminali della vita (Petrini, 1990). Si è infatti affermato che “una malattia penosa o una morte che abbia provocato mutilazioni della salma, lascino dietro di sé memorie parimenti penose; d’altra parte una morte pacifica ed un aspetto post-mortem di riposo e serenità vengono rammentati con gratitudine” (Parkes, 1980).

Le persone si confrontano con la perdita di una persona cara in vari modi. Non esiste un solo modo corretto per confrontarsi con la morte. Il cordoglio di una persona dipende dalla sua personalità, dal sesso, dal tipo di relazione che aveva con il defunto. Come la persona affronta l’angoscia dipende poi dalla esperienza che ha della malattia, dal modo in cui la malattia è progredita, dalla sua cultura, dalle sue convinzioni religiose, dalla sua storia, dal supporto che riceve, dallo stato sociale e finanziario.

Ma la stessa esperienza della malattia può complicare l’elaborazione dell’angoscia, generando emozioni e creando dilemmi etici che possono causare dolore successivamente nei sopravvissuti. Infatti il dolore successivo è diretto sì al paziente defunto, ma soprattutto ai desideri insoddisfatti (non avergli detto, non aver fatto, ecc.) e ai progetti riguardanti la relazione con la persona, ora non più realizzabili.

La morte spesso ricorda perdite e separazioni precedenti.

Come si muore oggi

Come effetto dei moderni progressi medici la qualità di vita nella fase terminale è migliorata e “l’intervallo vivere-morire” si sta allungando. Questo peraltro non significa che, in senso più generale, le persone si avviano alla morte in tempi brevi o lunghi e in modo differente, così come le diverse cause di morte determinano differenti percorsi del morire.

Questo percorso può essere lungo e lento, durare anni, (the gradual slant), o può essere rapidissimo (the downward slant) come nel caso di un incidente automobilistico). Un percorso di alti e bassi descrive il percorso di un paziente che ripetutamente migliora e ripetutamente peggiora nelle condizioni come nel caso di un paziente con AIDS o leucemia, (the peaks and valleys). Questo comporta, fra l’altro, numerose remissioni e recidive con una miriade di reazioni psicologiche a ciascuna di queste, più lunghi periodi di lutto anticipatorio, un crescente aumento di problemi finanziari, sociali, fisici e di sollecitazioni emotive, la prospettiva della rottura dei legami familiari nel lungo tempo, il progressivo declino del paziente e le risposte emotive del congiunto a questo declino, più lunghi periodi di incertezza, trattamenti sempre più aggressivi con i loro effetti collaterali. Un altro percorso è quello di un paziente che ha un peggioramento per poi stabilizzarsi ad un nuovo livello di salute, più limitato, utilizzando le risorse rimaste, (the descending plateaus). La morte conseguente ad una malattia oncologica, che possiamo leggere nel percorso “the peacks and valleys” può richiedere molto tempo e può richiedere periodi di dolore e di sofferenza, e/o la perdita di controllo del corpo o della mente. La morte a seguito di una malattia oncologica può esaurire le risorse fisiche ed emotive dei familiari.

 

 

 

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