Category: Riflessioni sulla morte e il morire

Il lutto e l’anima

Gentili Paolo, Silvia Badii

Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica, Università “La Sapienza” Roma.

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 26 – 31, Roma

LA PRESENZA DELL’ANIMA

La morte dell’”altro”, specialmente se è una persona vicina e cara, è stata considerata da sempre dalla psicologia come l’evento che provoca non solo una perdita fisica e reale ma fondamentalmente una perdita emotiva nella persona che sopravvive. Così si attivano ed agiscono azioni e pensieri pieni di emozioni e di sentimenti vari per tutto il tempo che ormai si è abituati a definire lutto. In realtà la morte ed il lutto sono molto di più per chi sopravvive: essi coinvolgono tutta la sfera esistenziale della vita ed in questo accadimento si fa ancora più intensa quella caratteristica dell’esistenza umana che gli autori esistenzialisti hanno definito “inquietudine” (Frankl, 1958) e che l’esperienza della morte e della perdita amplifica. Così chi sopravvive, che lo voglia o meno, in maniera conscia o latente, si trova impegnato “nel suo gorgo di instabilità, solitudine, sofferenze e perseguitato dallo spettro della morte” (Allport, 1965) a cercare di dare significati e valore alla vita e più concretamente a tutto ciò che compone il suo svolgersi (relazioni interpersonali ed attività ).

Il lutto così è quel momento privilegiato che l’uomo può utilizzare per passare un momento (di durata variabile) ad un livello di trascendenza rispetto alla quotidianità e che può aiutare a raggiungere una maggiore consapevolezza su chi è e sul perché delle sue scelte vitali. Continua…

Il lutto nell’arte, nella letteratura, nella musica

Giuseppe De Martini

Unità di cure palliative – Ospedale S. Martino – Genova

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 20 – 25, Roma

“Ubi sunt?…ubi sunt?…” è lo sbigottito lamento di Carlomagno quando ritorna nella gola di Roncisvalle alla ricerca dei suoi cavalieri morti nell’imboscata tesa alla sua retroguardia dal nemico. “Dove sono Oliviero…Orlando…Turpino..? U estes vos, bels niés?…”

Nel francese arcaico della “Chanson de Roland” (sec.XII) si esprime il lancinante dolore della perdita. L’ansia per una risposta che si teme assente.

E’ il “cordoglio” (cor-doleo), il dolore acuto per la scomparsa di qualcuno che ci è caro. Indica le reazioni interiori e psicologiche alla morte, e il periodo, più o meno lungo, attraverso il quale chi resta torna all’equilibrio psichico e sociale. Continua…

Sul problema del lutto in psicoterapia

Aldo Carotenuto

Docente di Psicologia della Personalità – Università di Roma “La Sapienza”

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 8 – 13, Roma

Tutte le fondamentali scoperte della psicoanalisi sono state compiute muovendo da situazioni di intenso coinvolgimento tra analista e paziente. Il vero e più utile strumento della psicoterapia, in realtà, è il rapporto che si viene a creare tra i due protagonisti e in virtù di ciò ogni analista sa bene quanto la sua stessa persona risulti essere fondamentale per il buon andamento della terapia. Sebbene un intenso e approfondito lavoro su se stesso sia indispensabile per ogni analista, questo genere di impegno non sarà mai sufficiente a garantire il felice esito di una terapia. Certo, si potrebbe supporre che utilizzare il medesimo e collaudato approccio terapeutico per tutti i casi dovrebbe rivelarsi la strategia più semplice e sicura, ma in realtà il discorso è molto più complesso: l’esito di ogni terapia è per definizione imprevedibile e unico nel suo genere. In analisi non esistono costanti, giacché l’analista stesso, la sua personalità e il suo modo di porsi nei confronti dei diversi pazienti, muteranno di volta in volta, adattandosi alle esigenze del caso. Solo l’empatia e l’accettazione incondizionata che si offrono al paziente non dovrebbero subire variazioni di intensità; di fatto, però, anche per quanto concerne queste due variabili, è possibile affermare che esse mutano in relazione al paziente e alle sue caratteristiche di personalità. Continua…

Il lutto tra disperazione e crescita

Francesco Campione

Dipartimento di Psicologia – Università di Bologna

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 8 – 13, Roma

Appartiene all’esperienza comune l’osservazione per cui ci sono lutti che producono una disperazione invincibile bloccando la vita e lutti che rappresentano importanti passaggi di crescita personale e umana.

Si sa, in altri termini, che il lutto è una crisi che, come tutte le crisi, può far perdere l’esistenza o può farle fare un salto di qualità.

E’ ovvio quindi che tutte le culture promuovano un’educazione all’elaborazione del lutto che mira, di fronte ad una perdita, a favorire le possibilità di uscirne cresciuti sulle possibilità di uscirne distrutti o bloccati. Anche volendosi limitare alla cultura Occidentale di cui siamo parte sarebbe troppo lungo e impegnativo sia per chi scrive che per chi legge analizzare le linee evolutive che hanno portato attraverso trenta secoli di storia alla situazione attuale. Continua…

Rappresentazioni della morte in occidente

Giorgio Di Mola

Vicedirettore Scientifico della “Fondazione Floriani”, Milano

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 2 – 7, Roma

Da quando Philippe Ariès, uno dei più grandi storici contemporanei, ha pubblicato il famoso saggio su “La storia della morte in Occidente dal medioevo ad oggi”, chi si dedica ad approfondire argomenti relativi alla morte si trova a dover affrontare il problema dell’approccio più corretto al tema. Da una parte, data la prevalenza di indagini e riflessioni che riguardano la morte limitate alla civiltà occidentale, ci si chiede come affrontare un tema tanto vasto, inevitabilmente collegato al discorso sulla vita, senza confinarlo in un terreno troppo ristretto. Dall’altra ci si chiede quale possa essere l’utilizzo (o “utilità”) del discorso sulla morte: perché parlare di morte? Continua…

Esperienze di morte e trasformazione in Carl Gustav Jung

Cesare De Silvestri

Psichiatra, Fellow e Supervisor dell’Institute for Rational-Emotive Therapy

(pubblicato in: “Informazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria” n. 38 – 39, Roma settembre – dicembre 1999 gennaio aprile 2000, pp. 70 – 83)

Body and soul are not two substances but one.
They are man becoming aware of himself in two different ways.
C. F. Von Weizsaecker, The History of Nature

L’attenzione è un fenomeno la cui concettualizzazione ha fatto disperare generazioni di filosofi e scienziati. Da Leibnitz e Kant, i primi filosofi che se ne sono occupati seriamente, a Wilhelm Wundt (con la sua distinzione fra campo della consapevolezza, Blinkfeld, entro il quale si troverebbe il più limitato fuoco dell’attenzione, o Blinkpunkt), W.P. Pillsbury (che assimilò questi concetti a quanto accade nell’attività della retina ottica, dove la zona centrale ad alta definizione è circondata da un vasto campo di sensibilità visiva molto più grossolana) ed Edward Bradford Tichner (con la sua sensible clearness, cioè chiarezza sensoriale o percettiva, ma che non escludeva la consapevolezza del soggetto). Continua…

Il dilemma della comunicazione di diagnosi e prognosi al paziente oncologico: malattia e morte si possono “dire”?

Giampiero Morelli *

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 26-45, Roma

Non penso assolutamente mai alla morte. E nel caso lei vi pensasse, le raccomando di fare come me: scriva un libro sulla morte (…), la faccia diventare un problema (…). Infatti è il problema per eccellenza. E anzi, in un certo senso, l’unico.
(Vladimir Jankelevic, Pensare la morte?) Continua…

La morte nei silenzi assensi della cultura postmoderna

Vito Ferri

Psicologo clinico.

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 68-75, Roma

 

La morte è nelle lacune della vita vissuta.
La morte è fuori dall’esperienza, ma non le è estranea. La morte circonda l’esperienza, le dà forma, senso e confine. Non un confine dai bordi netti, ma interrotto da fiordi che penetrano profondamente nell’esperienza creando vuoti e assenze, anche nelle regioni più interne dell’esperienza si aprono crepacci di morte, di silenzio. Continua…

La morte nella cultura occindentale: aspetti culturali e storico-antropologici

Giorgio Di Mola

Responsabile del settore Ricerca e Cultura della “Fondazione Floriani”, Milano – Coordinatore Scientifico della Società Italiana di Cure Palliative, Milano

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 2-17, Roma

 

Introduzione

Da quando gli uomini hanno avvertito paura ed angoscia per l’imprevedibilità e la necessità della morte, hanno cercato soluzioni mitiche al senso di sofferenza e consolazione all’inevitabilità della propria fine. Tra le possibilità di permanere al mondo dei vivi in continuità storica, la conservazione della biografia collettiva e personale ha in parte soddisfatto l’esigenza di superare il limite della fine biologica della vita, ma la paura ed il senso di angoscia sono parsi ostacoli insormontabili. Continua…

L’assistenza domiciliare ai malati terminali: il ruolo dello psicologo

Barbara Costantini, Diletta De Benedetto, Giampiero Morelli *

“INfomazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 62-67, Roma

Introduzione

La realtà della malattia in fase avanzata e terminale si presenta complessa e multidimensionale; i diversi aspetti, sia organici che psicologici, sono strettamente intrecciati tra loro e vengono vissuti con molta intensità dal malato, dai familiari, dal personale sanitario e dai volontari. In genere, gli aspetti organici sono posti in primo piano “mentre la dimensione psicologica viene lasciata in secondo piano e vissuta principalmente come “effetto collaterale” della malattia” (Gamba, Nobili, in Di Mola, 1993 p. 201). Continua…