Come pietra paziente

 

 

di Mariella Sassone

Un film di Atiq Rahimi,

tratto dall’omonimo romanzo firmato dallo stesso regista,

vincitore del prestigioso premio letterario francese Goncourt

 

Siamo in Afganistan, una guerra non identificata entra nelle case, un uomo in coma per una pallottola conficcata nel collo è accudito da una giovane moglie: Non ho più nessuno, ti prego non lasciarmi sola, queste le parole da lei rivolte al marito. Per mettere in salvo le sue figlie e per chiedere un aiuto economico la donna si rivolge ad una zia che si è salvata facendo la prostituta ed alla quale confida Gli ho raccontato tutto e mi sento sollevata.

Il tutto è una storia di abusi e violenze, del padre che vende la sorella per pagare il debito per una sconfitta fra quaglie combattenti, il tutto è un matrimonio per procura, Non hai mai ascoltato una mia parola, mai presente, nemmeno nel giorno del matrimonio… ho sposato te senza di te, ho dormito con tua madre per proteggere la mia verginità, ….Quando sei tornato eri come sei ora, nemmeno una parola o uno sguardo, il tutto è l’infertilità dell’uomo tenuta nascosta per paura di essere ripudiata ed il ricorso al “guaritore” sconosciuto e bendato per farsi mettere in cinta, il tutto è un soldato che irrompe nella casa al quale si dichiara prostituta per non frasi violentare e con il quale reciprocamente si iniziano al piacere. Di questo parla la donna al capezzale dell’uomo silente allora come ora, confessa non la colpa, ma la sua verità, inaudibile, che non si può dire e soprattutto non si può ascoltare: Non è la tua morte a farmi sentire tranquilla, ma poter parlare, poter rivelare i tuoi segreti. Sei qui per liberarmi dopo 10 anni….  La zia le racconta di suo padre e di una pietra misteriosa e magica. Quando la troverai ponila davanti ai tuoi piedi, confidale i tuoi segreti, le tue sofferenza, la pietra ti ascolterà. Tutto quello che non hai osato dire ad altri dillo alla pietra, ti ascolterà, ascolterà i tuoi segreti, assorbirà tutto ed un giorno si spaccherà in piccoli pezzi e quel giorno sarai libera.

 

Molto è stato scritto su questo film come testimonianza di guerra e della condizione femminile:  meraviglia sconvolgente, lo ha definito Natalia Aspesi, [1]  monologo angosciato e feroce di una donna che raccontando se stessa racconta tutta la sofferenza, l’umiliazione, la ribellione di milioni di donne. E ancora Roberto Escobar[2]Le parole si fanno cinema. La parole sono quelle che la donna può finalmente rivolgere al marito, immobile e incosciente. Cinema sono le immagini che il suo monologo ci fa nascere negli occhi, più che se la macchina da presa mostrasse direttamente le situazioni, le prevaricazioni e il disamore narrati.

 

Ma il film sarebbe vivo anche se accanto ad un marito in coma ci fosse stata una donna italiana a confessare i silenzi e gli abusi subiti, venduta o invendibile senza corredo, venduta o invendibile se deflorata dal padrone delle terre dove lavorava come contadina, costretta all’umiliazione o al convento, e sarebbe vivo anche se le parti fossero invertite, se accanto ad una moglie in coma ci fosse un marito reduce di guerra, testimone o artefice di un orrore che non si può raccontare, perché è inaudito e nessuno può ascoltare, non esiste dimora per i demoni.

Il film quindi, al di là degli eventi, non testimonia scandali ma celebra la funzione catartica della confessione che priva l’indicibile del peso della presunta colpa: non si può dire perché nessuno può ascoltare, solo la pietra paziente lo sa fare, e forse anche qualche bravo terapeuta! L’irruzione di esperienze inaudibili, l’assenza della possibilità di socializzare il racconto, di trovare interlocutori in grado di accoglierlo, rende difficile, se non impossibile, l’elaborazione dell’esperienza stessa. Quello che resta è un trauma irrisolto. Dopo esperienze di estrema disintegrazione, il racconto reintegra. […] Raccontare la propria storia […] o imbattersi in una storia che alla nostra rassomiglia, può significare costruirsi una casa nel senso che corrisponde alla chiusura del circolo in cui il processo di elaborazione dell’esperienza consiste. In fondo, è accettare la testimonianza di cui si è portatori. Un’accettazione che non è mai conclusiva. Ma che può significare, per precario o temporaneo che sia, un ritorno del soggetto a se stesso[3]

 


[1] http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/dettaglio/come-pietra-paziente/427968/428848

 

[2] http://trovacinema.repubblica.it/film/critica/dettaglio/come-pietra-paziente/427968/428890

 

[3] Paolo Jedlowsky, Il racconto come dimora, Heimat e le memorie d’Europa, Bollati Boringhieri 2009

 

 

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