Curare giocando, giocare curando

Curare-giocando-300di Sergio Lupoi – Antonella Corsello – Serena Pedi

(edizione Franco Angeli, 2013)

A cura di Danijela Babic

 

Nell’incontro, condotto da Enrico Visani (psichiatra e didatta dell’istituto  Italiano Psicoterapia Relazionale-IIPR), sono intervenuti: l’autore Sergio Lupoi (psichiatra, psicoterapeuta e didatta IIPR), Maria Bramini (neuropsichiatra infantile, responsabile Uos Tsmree Asl RM/D), Josè Mannu (psichiatra, direttore scientifico della Fondazione Di Liegro) e  Gianluigi Passaro (psicologo e psicoterapeuta area età evolutiva dell’Ambulatorio Sociale della Psicoterapia).

L’incontro è iniziato con le considerazioni su costante aumento della domanda di interventi preventivi e curativi nelle difficoltà di sviluppo armonico e funzionale dei bambini. La Bramini ha evidenziato che per la metà dei casi, si tratta di bambini segnalati per problemi emotivi, comportamentali, disturbi dell’attenzione, enuresi, problemi di bullismo sui network sociali. Negli interventi veri e propri, soprattutto nel counselling psicologico, il gioco è uno strumento principale: un modo di approcciarsi ai bambini, stabilire una relazione, fornire la motivazione per proseguire l’intervento, e per l’intervento di riabilitazione. Il gioco è la modalità con la quale i bambini comunicano: raccontano le loro emozioni e la loro visione del mondo; viene proposto in maniera più strutturata all’inizio di terapia o di percorso di counselling.

L’essenza dell’intervento è: creare uno spazio protetto in cui il bambino può esprimere la sua visione del mondo. Il coinvolgimento della famiglia nel  gioco attiva le relazioni che il bambino vive all’interno della famiglia.

G. Passaro nel suo intervento sottolinea la potenza del gioco nel riuscire ad entrare in quell’area “di mezzo”, dove la malattia/disturbo ha la possibilità di essere raccontata. La terapia diventa il gioco condiviso con il terapeuta e con la famiglia. La terapia e il gioco hanno entrambi a che fare con la scoperta, con l’emozione, con l’esperienza trasformativa; quando arriva l’emozione, può diventare la commozione (co-muoversi, muoversi insieme), ovvero si crea la possibilità di cambiamento.

“GIOCO E REALTÁ” di Donald W. Winnicott è lettura menzionata come uno dei fondamentali testi nell’ambito del gioco. Secondo Winnicott, il gioco è uno spazio potenziale, in cui è presente tutto e l’incontrario di tutto; il gioco può essere visto come sede di esperienza culturale, l’area nella quale si esplora. La terapia famigliare inserisce in questo spazio potenziale la presenza degli altri.

J. Mannu sottolinea l’importanza del gioco per uscire dalla formalità del ruolo del terapeuta, uscire dal gioco dei ruoli, dalla costruzione delle separazioni; in questo modo l’incontro (in ambito professionale e non) diventa la costruzione delle relazioni. L’importanza della narrazione, della metafora è fondamentale in questo processo. Il gioco si può introdurre anche nelle situazioni molto drammatiche, perché consente di cambiare, costruire, inventare. In quest’ottica è importante non focalizzarsi sul gioco come tecnica, ma impostare il nostro lavoro sull’atteggiamento di gioco. Mettersi nei panni degli altri vuol dire anche mettere negli altri una parte di sé, mantenendo la propria individualità (per non creare la simbiosi). Il gioco è una metafora, che ogni partecipante traduce a modo suo.

L’autore S.Lupoi esordisce attraverso un intervento “esperenziale” con un   pupazzo, mettendo accento su un dettaglio importante nel concetto del gioco: il gioco non è solo il divertimento, non è solo ridere: è anche piangere, gridare, fare a botte, accarezzarsi. Il gioco dovrebbe essere un modo di essere, un modo di affrontare i problemi. Il gioco è un progetto; ha sempre una sua progettualità.

Vedere il bambino come la vittima in una famiglia con difficoltà è riduttivo; il bambino non è vittima, ma partecipa attivamente e con il suo apporto contribuisce a tenere in piedi il problema. In ogni parte della famiglia esistono delle spinte contrapposte, la difficoltà “da una parte fugge,da una parte resta”, e il nostro compito (in una relazione di aiuto) è inventare il modo di stimolare la parte attiva del bambino, dove il bambino metabolizza la difficoltà e agisce per cambiare. Dietro un sintomo che grida c’è sempre un bisogno che sussurra. Dobbiamo chiederci: quale è il piano inconscio del sintomo? Quale è lo scopo?

In quanto l’emozione è un’azione (nasce come una spinta di fare qualcosa perché necessario in quel momento), il bambino spesso agisce tanto, non riuscendo a contenere le emozioni, oppure si blocca.  Il gioco è un potente mezzo per mettere in moto queste azioni. Nel gioco puoi fare tante cose che vorresti fare, puoi essere qualcosa che non vorresti essere, ma di fatto lo sei. Gran parte della patologia dei bambini è legata all’impossibilità di esprimere le emozioni. Mettendo insieme i mondi diversi, possiamo farli comunicare (mondi diversi, nell’accezione delle spinte contrapposte in ciascuno di noi e tra i vari membri di una famiglia). All’interno di ogni persona/famiglia ci sono le risorse; il nostro compito è di fare in modo di attivarle, utilizzarle. In questo modo, si comincia a veicolare la persona in un “altro mondo”, a connettere – e attraverso le connessioni accadono i cambiamenti. Il gioco permette di accedere con maggiore facilità alla dimensione cooperativa. Il gioco “far finta di…” consente di ricreare i punti problematici, attraverso la fase di mantenimento dei ruoli. La fase di ribaltamento dei ruoli consente di creare un ri-racconto a livello superiore.

Se il terapeuta ha il coraggio di mettersi in relazione, senza sapere dove andare, creerà qualcosa di nuovo. I terapeuti attraverso il gioco sono costretti a mettersi in gioco.

 

 

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