Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre

Il complesso di Telemaco

Feltrinelli Editore. Massimo Recalcati

di Vincenzo Chiodo¹

Massimo Recalcati è un noto psicanalista di scuola lacaniana e in questo scritto affronta una questione urgente del nostro tempo: la scomparsa del padre, intesa come il tramonto della sua autorità simbolica. L’impossibilità del padre di adempiere alla sua funzione educativa, e il conflitto generazionale conseguente, è un dato evidente non solo agli addetti ai lavori. I padri scompaiono, latitano (Recalcati utilizza il termine “evaporazione”) o al massimo tendono a divenire compagni di gioco dei loro figli. Nonostante questa realtà, giunge dalla società civile e non solo, “una inedita e pressante domanda di padre”. L’autore  sottolinea perentoriamente, che il rilancio del tema del tramonto dell’Imago Pater, non significa affatto rimpiangere il mito del padre-padrone: e allora, ecco emergere il tema del complesso di Telemaco al posto di quello di Edipo. Conosciamo tutti la celebre storia di Edipo che sente il padre come l’ostacolo per eccellenza, e che nella tragedia si macchia di crimini terribili: l’uccisione del padre e l’unione sessuale con la madre, da cui deriverà il senso di colpa che lo porterà a cavarsi gli occhi. Ma, se Edipo incarna la tragedia della trasgressione della legge, oggi dobbiamo volgere la nostra attenzione alla figura di Telemaco, che invoca invece il ritorno del padre e con esso della legge e della giustizia.

Telemaco è il figlio di Ulisse, che aspetta il ritorno del padre perché l’isola di Itaca è stata occupata dai Proci (giovani nobili che vorrebbero sposare Penelope, moglie di Ulisse e regina dell’isola, e  che nel frattempo bivaccano consumando i beni della casa, irrispettosi della legge dell’ospitalità, fondamentale nel mondo greco); Telemaco rappresenta invece la figura del giusto erede che aspetta il ritorno del padre affinché possa restaurare la “legge della parola” e con essa ridare ordine al palazzo e alla realtà stessa.

La nostra è sì, l’epoca del tramonto irreversibile del padre-padrone, ma è nel contempo l’epoca di Telemaco, che guarda il mare in attesa che ritorni e con esso torni la legge, intesa come capacità di dare limiti, responsabilità ed ordine. La richiesta di un padre non è più quella di modelli ideali, di verità eterne e di eroi irraggiungibili, ma di padri capaci di esporre la loro vulnerabilità e la loro inadeguatezza; di padri che con i propri atti, e le loro passioni, saranno in grado di testimoniare come si possa abitare diversamente questo mondo: con desiderio, giustizia e responsabilità.

Una piccola sintesi delle tre figure utilizzate da Recalcati e dalla tradizione psicoanalitica, attraverso le quali identificare il rapporto tra genitori e figli:

Complesso di Edipo

Eroe e protagonista della trilogia di tragedie di Sofocle. Secondo Freud, Edipo anzi il suo complesso, è emblema del rapporto tra padre e figlio. Il superamento del suddetto complesso implica da parte del giovane il riconoscimento della castrazione simbolica e con essa il riconoscimento della legge del divieto di incesto e quindi di un desiderio aperto e creativo ma capace di limiti e di responsabilità.

Complesso di Narciso

Innamorato della propria immagine al punto da non riuscire a separarsene. Nel mito greco, nel tentativo di abbracciarla, cade nello specchio d’acqua e muore. Anche qui abbiamo una figura negativa (del giovane) schiavo della propria immago: come nell’isolamento autistico, anche in questo caso, l’isolamento rende impossibile il movimento singolare dell’eredità senza il quale diviene impossibile ogni filiazione simbolica e, quindi la trasmissione del desiderio tra generazioni.

 

Complesso di Telemaco

Ecco finalmente una nuova immagine capace di rappresentare la figura del giusto erede, che aspetta e va incontro al padre, e che invoca e desidera la legge della parola. La posta in gioco nell’eredità è proprio il dono del desiderio e della sua legge, e con ciò l’umanizzazione della vita, e l’emanciparsi dalla seduzione mortale della “notte dei proci” ovvero del miraggio di una libertà ridotta a pura volontà di godimento.

 

¹Professore di filosofia, insegna in un liceo di Roma

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