In punta di piedi

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Il ruolo dello psicologo in un reparto di Terapia Intensiva

Neonatale (T.I.N.).

Laura Pieroni

 “Non era così: era che qualcuno aveva lanciato una monetina in aria,

e quella prima o poi doveva cadere su una faccia.

Per quaranta giorni sulla stessa moneta, morendo-nascendo.”

Valeria Parrella, “Lo spazio bianco”.

Intravedo la mia guida sulle scale dell’entrata principale del San Camillo Forlanini, e nell’incontro ci concediamo un caldo abbraccio, di quelli che al di là delle formalità mi ricordano che è un piacere incontrarsi. Con la dottoressa Gina Riccio, specialista in Psicologia Evolutiva, abbiamo condiviso un anno di vorticoso lavoro all’Università “Sapienza” di Roma dove ne ho potuto apprezzare l’umanità e la professionalità e oggi, qui, è la mia guida in camice bianco per varcare le porte del reparto di Terapia Intensiva Neonatale (T.I.N.). Mentre le chiacchiere sul come stiamo ci accompagnano nel dedalo di strade, edifici e reparti dell’ospedale mi scopro emozionata e nervosa, mi scorre sulla pelle e nella mente l’atmosfera del libro che mi ha portato qui: “Lo spazio bianco” di Valeria Parrella. Piano piano una sensazione di sospensione in una dimensione temporale diversa prende piede. Gina mi indica dove lavarmi le mani e il camice verde da indossare, e nel lavarmi mi concedo qualche secondo in più per preparare la mia anima. Regolarizzo il respiro, la mia guida mi guarda come a dire “pronta?” “Insomma” le vorrei dire, ma lei, con la sicurezza di chi di passi e di vita ne ha spesa già tanta lì dentro, si gira e comincia a salutare. Mi presenta e incontro gli occhi sorridenti di tante infermiere e alcune dottoresse. Intorno a me c’è un frizzante fervore di gesti quotidiani. Mentre Gina si ferma a scambiare due parole con una infermiera ho il tempo di leggere sui muri alcune targhe di ringraziamento al team della terapia intensiva, “grazie di tutto Vincenzo 5 anni, Laura 3 anni, Francesco 2 anni”, e le foto di bambini e genitori sorridenti aprono la strada alla commozione. Il tempo si dilata nell’entrare nella stanza delle incubatrici, piccole navicelle spaziali trasparenti collegate a un milione di fili e monitor dai bip regolari che proteggono esseri umani piccolissimi.

Io: “Gina mi puoi spiegare meglio il ruolo dello psicologo in un reparto di terapia intensiva neonatale?”

Gina: “In Terapia Intensiva si cammina sulle punte, siamo figure che aleggiano all’interno del reparto, nel senso che devi avere l’accortezza di diventare trasparente nel momento in cui lo devi essere, ma allo stesso tempo avere la capacità di diventare presente nel momento in cui c’è bisogno del tuo aiuto. Da una parte c’è un’equipe che è molto attiva e nel momento, ad esempio, in cui una infermiera porta un’incubatrice o un dottore ha un’emergenza devi uscire dalla stanza, non la puoi invadere, devi fare spazio. Bisogna affinare la capacità di comprendere i ritmi di una terapia intensiva che va veloce, per avvicinarli al lento passo di un genitore. Ad esempio, ti arriva una mamma affaticata dal parto, che piano piano cerca di arrivare all’ incubatrice del suo bambino, insieme al suo desiderio di portarselo a casa, ma inevitabilmente si scontra con l’attesa che cresca. Quello che può fare è quello che chiamo con i genitori “il momento delle coccole”, essere presenti all’entrata in reparto, tirarsi il latte, preparare i vestitini, ecc. Noi siamo le figure che aprono le incubatrici, che aprono il mondo della terapia intensiva, non solo per la mamma ma anche per il papà che è spesso il primo che si interfaccia con la realtà della T.I.N.. Spesso capita che la prima volta che la mamma e il papà si trovano davanti all’incubatrice si sentano disorientati e impauriti, noi entriamo delicatamente nello spazio tra l’incubatrice ed i genitori per, ad esempio, aprire le porte dove infilare le mani, rassicurandoli di fronte ad un bambino piccolo quanto il loro palmo della loro mano, che si scontra con il loro immaginario di bambino sano. Inevitabilmente i genitori hanno una conseguente sensazione di grande fragilità, con la paura di poter staccare un tubicino o il timore delle variazioni del suono dei monitor che segnalano continuamente il respiro e il battito del cuore. E a volte i genitori non ce la fanno subito, rimangono osservatori, quasi delegando la genitorialità a un’equipe che sentono competente. Quello che l’equipe al completo fa, infermieri, medici e psicologi, è aiutarli a prendere contatto e a riprendersi un ruolo e uno spazio.”

Guardo i bimbi e mi meraviglio di come possono essere piccoli, chi dorme, chi piange, chi sogna, e la sensazione di un luogo di cristallo la sento anche io pur non essendo il genitore di qualcuno, mi accorgo di respirare più lentamente, come se un respiro più forte possa incrinare o cambiare qualche cosa. Solo dopo qualche istante mi accorgo di una mamma, ha il camice verde deve essere una mamma, che vedendoci cambia la sua postura coprendo l’incubatrice, mi accorgo dell’intimità che sto violando e le sono molto grata, anche se un po’ imbarazzata, per avermi dato la forte sensazione di come anche in uno spazio così medicalizzato l’intimità si possa creare nonostante l’odore degli antisettici.

Gina: “Siamo dei piccoli ponti sui quali camminano delle relazioni e delle emozioni, tra i genitori e il bambino ma anche tra i genitori e il personale infermieristico e medico. Punto a che vi possa essere una relazione diretta, un ponte che si toglie nel momento in cui sento che i passi fatti sono solidi e che la relazione può camminare da sola. L’equipe è fondamentale, e che si possa condividere vissuti e confrontarsi sui casi, ognuno con le proprie competenze, è una conquista che apre la strada a nuove risorse. E’ importante che lo psicologo non si sostituisca mai al medico o all’infermiere ma che nella comunicazione delle informazioni possa essere un facilitatore e che abbia la consapevolezza che ciò che dice può fare da innesco a emozioni e paure, è quindi fondamentale prendere in considerazione ogni parola. ”

Gina mi fa un esempio di come un suo intervento nella comunicazione tra infermieri e genitori, per quanto semplice possa cambiare il vissuto di entrambi: “Può accadere che capiti un’emergenza a ridosso dell’orario di visita, precedentemente veniva comunicato ai genitori solo che c’era una emergenza e che dovevano aspettare, questo però faceva partire in loro dei vissuti e delle fantasie che l’emergenza riguardasse il loro bambino, e ciò li portava a citofonare continuamente per chiedere notizie in un momento in cui il personale è impegnato in altro, con il risultato di un vissuto di paura e angoscia per i genitori e di frustrazione e fastidio per gli infermieri ed i medici. Il semplice cambiare la comunicazione dando un perché, esplicitando che era arrivato un bambino da fuori e che in quel momento non era possibile entrare nella terapia intensiva cambiava completamente il vissuto, con una maggiore tranquillità per tutti. Inizialmente questa comunicazione era maggiormente delegata alla mia figura, adesso è prassi condivisa.”
Mi rendo conto che nonostante la sensazione di fragilità, di delicatezza, di precarietà quegli occhi, quelle manine, i piccoli piedi, mi hanno comunicato una sensazione di vita fortissima che non mi ha permesso di vedere in quel momento una dimensione sempre presente nelle mille pieghe della T.I.N. fatte da persone, relazioni, emozioni, vissuti, macchinari: la morte. Mi torna in primo piano quando Gina mi parla del dolore di ogni giorno di quei genitori che sanno che il bambino può anche non sopravvivere, del senso di fallimento di un’equipe che sa di non poter far nulla per salvare la vita al bambino, dei vissuti dei medici e degli infermieri che prima di essere ruolo sono persone. Di come il lavoro di supporto in questi casi non sia solo per i genitori ma anche per l’equipe. Mi racconta di come entrando in reparto si senta subito se è morto un bambino, ci si scontra con un muro di gelo, silenzio e tensione, e di come in questi casi sia importante riuscire a riattivare il dialogo. Dialogo che può accogliere di chi le lacrime, di chi la rabbia, di chi la stanchezza e la tristezza e cominci spaccare il gelo delle emozioni, inevitabilmente trattenute per permettere alla terapia intensiva di andare avanti. E se da una parte entrare a contatto con determinate emozioni può bloccare in una situazione di emergenza, dall’altra non è possibile dimenticare e Gina mi parla di un lavoro basato sul darsi del tempo per ricordare per poi andare avanti trasformando l’energia delle emozioni in energia creativa. Tramite questa trasformazione si crea lo spazio di lavorare sul vissuto di mancanza, sia per l’equipe che per la famiglia.

Gina: “Ho un sereno ricordo del primo accompagnamento alla morte che feci all’inizio della mia esperienza qui in reparto. L’equipe si accordò per far entrare i genitori anche fuori orario. Abbiamo fatto un bellissimo lavoro con gli infermieri ed i medici per rendere i genitori più partecipi nella prassi di accudimento. Ad esempio, si è permesso di far cambiare il pannolino alla mamma, con un lavoro di confronto con gli infermieri per permettere alla mamma di poterlo fare, perché si entrava in una pratica che di solito è di competenza dell’infermiere. E’ così, ognuno ha il suo ruolo in T.I.N., ma in quella situazione, nel momento finale, in cui l’unico ricordo di vita normale che si poteva dare a quei genitori era cambiare quel pannolino, è stato permesso ! E nel tempo questo è il ricordo che quella mamma porta con sé, non della tomba ma dell’istante di vita vissuta con lui.”
“Oggi quei genitori sono nuovamente incinti” sorridiamo e ci scappa una piccola risata liberatoria per la frase curiosa che ha usato, a nascondere un po’ di commozione timida.

Gina mi spiega come grazie all’esperienza fatta con questi genitori i medici e gli infermieri abbiano potuto prendere in considerazione la possibilità di aprire la T.I.N. cioè di far più partecipi i genitori anche con tempi di visita più lunghi. Ciò in passato era visto come un problema più che come una risorsa, ma in realtà in letteratura si è mostrato che aprire la T.I.N. diminuisce il lavoro degli infermieri, aumenta lo stato di benessere del bambino e riduce lo stress del genitore, rispetto a quanto accade tenendo rigidi i tempi di visita.

Gina: “A oggi nell’equipe c’è il pensiero di aprire 24 ore su 24, ma non si è ancora pronti, bisogna superare il timore delle difficoltà immaginate. In generale si sta lavorando per far sì che si possa arrivare a vivere l’apertura della T.I.N. come una risorsa. In altre realtà italiane dove questo accade si vede che gli accessi paradossalmente diminuiscono, nel senso che non avviene il sovraffollamento dovuto agli orari rigidi, i genitori si coordinano meglio con i ritmi della terapia intensiva e il lavoro ne è facilitato.”

Finiamo con il parlare dello Spazio Neonato-Famiglia del San Camillo, una realtà che nasce dall’esigenza di seguire dopo la T.I.N. le mamme e le famiglie a rischio, dove avere un bambino prematuro può essere fonte di maggior fragilità. Uno sportello di accoglienza in cui ci si occupa specialmente dell’inserimento delle famiglie sul territorio (scelta del pediatra di base; contatti coi consultori familiari, ecc.), del supporto alla genitorialità, della mediazione interculturale ma anche dei primi bisogni di mamme in difficoltà. Pannolini, latte, vestiti per i bambini, giochi, passeggini. Tutto donato. E nel mentre parliamo bussa un signore mandato dalla figlia per donare alcuni vestiti dismessi dal nipote. “Chi devo ringraziare?” dice affabile Gina, l’uomo le risponde e io rimango incantata da questa semplice interazione.
Gina: “Con una mamma in difficoltà non si può pensare di avvalersi del setting classico della psicologa. Si lavora sui bisogni primari e passando per questi si entra in relazione, accogliendo ad esempio le lacrime di una mamma che si sente sola. Per poter lavorare sulle emozioni e sulla genitorialità in una situazione di grave disagio socio-economico, ci è richiesto di entrare a contatto con i bisogni ed i vissuti dei genitori portando il setting dentro di sé, e la stessa cosa avviene nella T.I.N., dove il setting è nella maggior parte dei casi l’area di fronte all’incubatrice.”

Ringrazio tanto Gina della possibilità che mi ha dato e dopo un abbraccio e un “stai bene, ci sentiamo” la lascio al suo lavoro. Un numero incredibile di emozioni si sono fatte strada nel mio cuore senza che io fossi veramente pronta, ma quando lo si è? Aggiungo grata al bagaglio di esperienze la figura di una psicologa in punta di piedi, delicata nel muoversi in una realtà dai mille fili colorati fatti delle emozioni di tante persone, e insieme forte e presente grazie anche alla consapevolezza di far parte di una rete.

Cerco di uscire dal San Camillo e solo in quell’istante scopro di essermi decisamente persa. Persa e felice. La macchina la troverò.

 

Gina Riccio, Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica, Clinica e dello Sviluppo (Università Sapienza di Roma), la sua area di ricerca si ascrive prevalentemente alla maternità e alla nascita a rischio. Laureata in Psicologia del Benessere nel Corso di Vita, presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università Sapienza di Roma, collabora con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù nell’ambito di ricerca sulla nascita pretermine, con la Terapia Intensiva Neonatale e lo Spazio Neonato-Famiglia dell’A.O.S. Camillo- Forlanini per il supporto psicologico e l’intervento psico-sociale sulle situazioni a rischio.

Lo Spazio Bianco, Valeria Parrella, Einaudi Editore 2009

“Lo spazio Bianco” di Francesca Comencini (2009)

Lo Spazio Neonato-Famiglia, che si avvale di volontari dell’Associazione Archè, ha sempre bisogno di donazioni per aiutare le famiglie in grande difficoltà, se volete maggiori informazioni su cosa potrebbe essere utile e quando portare le vostre donazioni potete chiamare allo 06 25393527 – 06 27801063.

http://www.arche.it/index.php?page=news&id=431

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