La morte: una narrazione

Anna Maria Acocella

Psicologo Psicoterapeuta
ARS – Istituto di Gestalt, Roma
Istituto Gestalt Firenze c/o
S.A.I.F.I.P. – Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 46 maggio – agosto 2002, pagg. 28-37, Roma

Sono sicuramente molti e diversi i modi in cui ciascuno di noi si relaziona con la morte.
I modi cambiano nella misura in cui ci si confronta con l’esperienza dell’approssimarsi della propria morte, con quella di una persona cara o con quella di una persona estranea.
Così come cambiano in relazione alla personale visione del mondo, alla propria personalità, alla religione, al contesto emozionale e al contesto familiare in cui ciascuno di noi vive.
Non prendere posizione è un tentativo impossibile.
Mentre la rimozione della morte sembra essere una caratteristica della coscienza contemporanea, la rimozione del morire è un’esperienza molto più difficili da realizzare.
Personalmente, pur avendo vissuto esperienze di morte di persone molto care nel corso della mia vita, non è molto che ho incominciato a considerare la vita e la morte nella loro vertiginosa contrapposizione ed il vivere e il morire come esperienze che sconfinano l’una nell’altra.
Ed è attraverso una ” narrazione” che vorrei condividerlo.
Ogni evento vissuto, quando viene narrato, e la pratica clinica continuamente lo dimostra, si trasforma.
La narrazione intercede fra passato e futuro.
Situandosi nel presente connette, disfa, riunisce, elabora , ristabilisce relazioni e ne inventa altre.
E questo cambiamento è orientabile verso una maggiore consapevolezza e integrazione di sè
La narrazione è strettamente legata alla definizione di identità – la propria storia-.
E la nostra storia è un segmento della storia di altre vite, a iniziare da quella dei propri genitori.

 

 

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