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La morte: una narrazione.

downloadAnna Maria Acocella

 

 

Sono sicuramente molti e diversi i modi in cui ciascuno di noi si relaziona con la morte.

I modi cambiano nella misura in cui ci si confronta con l’esperienza dell’approssimarsi della propria morte, con quell a di una persona cara o con quella di una persona estranea.

Cosi come cambiano in relazione alla personale visione del mondo, alla propria personality, alla religione, al contesto emozionale e al contesto familiare in cui ciascuno di noi vive.

Non prendere posizione a un tentativo impossibile.

Mentre la rimozione della morte sembra essere una caratteristica della coscienza contemporanea, la rimozione del morire a un’esperienza molto piu difficili da realizzare.

Personalmente, pur avendo vissuto esperienze d i morte di persone molto care nel corso della mia vita, non a molto che ho incominciato a considerare la vita e la morte nella loro vertiginosa contrapposizione ed il vivere e il morire come esperienze che sconfinano l’una nell’altra.

Ed e attraverso una ” narrazione” che vorrei condividerlo.

Ogni evento vissuto, quando viene narrato, e la pratica clinica continuamente lo dimostra,

si trasforma.

La narrazione intercede fra passato e futuro.

Situandosi nel presente connette, disfa, riunisce, elabora , rista bilisce relazioni e ne inventa altre.

E questo cambiamento a orientabile verso una maggiore consapevolezza e integrazione di se

La narrazione a strettamente legata alla definizione di identity — la propria storia-.

E la nostra storia a un segmento della storia di altre vite, a iniziare da quella dei propri genitori.

Eravamo amiche, ma non come spesso piace definirsi, amiche del cuore.

Lei per me, lo a diventata quel giorno.

Ci incontravamo spesso e parlavamo molto.

Quello che dividevamo a stato l’atrio del portone di casa.

Un giorno, proprio in quell’atrio Patrizia mi disse: ho rifatto la TAC a un cancro;

domani comincio la chemio.

E’ un po’ che lo so ma non sapevo come dirtelo.

Un cancro, esclamai quasi incredula. Com’e possibile Pat?

Si un cancro al polmone.

Non riuscii a dire nulla e anche lei.

Il silenzio si riempi di lacrime altrettanto silenziose e di un contatto fra le nostre

mani. Io stringevo le sue alle mie e lei le mie alle sue come a cercare solidarieta

reciproca e un po’ di speranza.

“Posso fare qualcosa per te?”

Le chiesi, sapendo che fare qualcosa per lei , se solo mi avesse dato la possibilita, avrebbe significato fare qualcosa per me; probabilmente per scappare e non sentire il senso di impotenza e di sgomento che stavo provando.

“Non lo so” rispose.” Adesso non lo so.” “Vado a prendere i bambini a scuola.” Aggiunse.

E io pensai: i bambini, sono cosi piccoli!

Mi lascio le mani, si asciugo gli occhi e con un filo di voce disse: “non so come fare con i bambini. Non ce la faccio a stare con lo ro e non ce la faccio a stare senza di loro. Rocco mi aiuta molto ma questo mi porta a pensare a quando non ci saro piu e allora un dolore fortissimo mi spinge a stare con loro comunque e comunque io mi senta.E a volte sono nervosa, stanca, li tratto male poi mi pento, mi sento in colpa;ma anche un minuto in piu con loro mi sembra importante”.

Si interruppe e mi guardo.

“E’ importante Pat”. Le dissi.

Sorrise appena, come consolata, – mi sfioro la mano- ” beh! Vado a prenderli a scuola, poi magari se sei a casa passo a trovarti.”

“Ho promesso a Isabella di portarla alle giostre oggi. Ti va di venire?”

“Non so, forse. Sentiro i bambini”.

E mi saluto e la salutai.

Mi sentivo incollata alla mattonella del pavimento dove c’era stato questo incontro -, dove era accaduto tutto. Non riuscivo, non volevo andare ne avanti ne indietro. Volevo stare li, come a voler rispettare qualcosa di solenne, di molto grande che stava avvenendo e che era avvenuto.

Come un’eco, sentivo ripetere le sue parole, “e un cancro, domani com incio la chemio”

 

Cercavo di raffigurarmi un polmone, il suo, con il cancro. Non riuscivo a vedere nulla. Fu quando spostandomi da quella mattonella, lungo la strada che stavo percorrendo, che vidi davanti a me un’enorme massa nera pronta a scoppiare. Ma a quel punto mi chiesi se quella massa era il suo cancro o il mio dolore.

Non venne alle giostre quel giorno e non la vidi nemmeno il giorno dopo.

Passo circa una settimana e la chiamai.

“Come stai”?

“Male”, rispose.

“Sto giy male ed a solo il primo ciclo.Non lo sopporto”.

“Hai dolore?”

“Si, ma il dolore pia forte e il pensiero di lasciare Rocco e i miei figli, sono cosi

piccoli!”

“Adesso non li stai lasciando Pat, lasciati delle possibility che questo non accada; ti

stai curando!”.

“Io non mi sono mai lasciata delle possibility, lo sai!” Rispose.

“Si, lo so, ma c’e sempre una prima volta, no?”

“E’ che mi sembra tutto cosi inutile, pia grosso di me. E’ strano no, sentirlo dire da

un medico.”

“No, non mi sembra strano Pat.”

“E’ la prima volta nella mia vita che ho paura, paura per me – veramente.”

Di che cosa hai paura? Le chiesi.

Ho paura di non farcela mi rispose piangendo.

Pensa che bello se tu ce la facessi Pat! Esclamai, trattenendo un nodo di profonda

commozione.

“Si, sarebbe bello”.

“Ce la metterai tutta vero? Come hai sempre fatto.”

“Provero”, mi rispose un po’ esitante. “Provero, ma a dura”.

“Si, aggiunsi io a dura.”

“Posso mandarti gia i bambini, cosi mi riposo un po’.”

“Si, li aspetto, magari li porto un po’ fuori, se vuoi, c’e il sole e l’aria a ti epida.”

“Allora gli metto una felpa.”

“Si, ciao.”

Non uscimmo pia. Rimanemmo a casa.

Io decisi di occuparmi delle piante del terrazzo mentre sentivo e vedevo i suoi

bambini giocare con la mia.

C’era un atmosfera tranquilla e giocosa. Mi piaceva vederli gio care insieme.

Mentre zappettavo la terra e potavo le piante, immagini della mia vita si

sovrapponevano. Mi sentivo Patrizia, mia madre, morta del suo stesso male, e io

bambina segnata dallo stesso destino dei suoi. Mi a stato impossibile identificarmi

con mia figlia. Ma la mia paura, soffocata e impastata con la terra dei vasi che

continuavo a svuotare e riempire, era questa.

I giorni passavano e Patrizia continuava la sua lotta.

 

Quando la vedevo o la sentivo avevamo sempre qualcosa da fare o da dirci. La n ostra

comunicazione era fluida ed intensa. Questo mi sembrava straordinariamente bello.

Era la sua vita, la loro vita che continuava, non solo un cancro che cresceva.

Finiti i primi cicli di chemio torno a lavorare, come medico diabetologo, stimata ed

apprezzata.

Andammo dal tappezziere insieme.

Voleva rifare le poltrone del salotto con nuove e tinte e stoffe diverse.

Passammo un piacevole pomeriggio primaverile e pieno di sole. Aveva ritirato le

analisi e i risultati erano soddisfacenti.

“Come vedi questa stoffa fiorata accanto alle righe della poltrona di mia nonna” mi

chiese ridendo?

“Un pugno in un occhio”, risposi

Mi faceva sentire cosi bene vedere quegli occhi ridere!

” Forse a piu sobria questa o quest’altra… Non trovi che i colori pastello si intoni no

meglio con il resto della mobilia?”

“Decisamente si a meglio”, risposi.

” Come sei paziente”, mi disse.

“Paziente? Replicai. Mi piace scegliere le stoffe.”

“Non mi riferivo a quello”, aggiunse. “Sei molto tranquilla in generale, dico, su

tutto!”

“Dici”? Risposi io, non avendo chiaro il senso di quello che mi stavo dicendo.

Lo capii il giorno successivo quando mi disse che non aveva nessuna voglia di

cambiare la stoffa del salotto ma che voleva provare a far finta di niente.

“Tu ci credevi davvero che volevo cambiare tutto?”

E io le risposi: “non tutto, non c’e motivo, solo quello che a possibile cambiare.

Sicuramente la stoffa. Se questo ti fa star meglio!”

Mi guardo sospettosa, stavo mentendo a lei e a me; e se ne accorse e me ne accorsi.

“Ok” — aggiunsi- ” hai ragione tu. Adesso non serve, forse piu in ly.”

“Forse”, ripete. Mi prese sottobraccio e disse: “ci facciamo un giro al mercato dei

fiori?”

“Volentieri, ho ancora un po’ di tempo”.

“Sai”- comincio- “sto valutando la possibility di operararmi.” La a scoltai in

silenzio…

“Se la chemio funzionery, potrei farmi asportare il polmone malato…”

“Il polmone, tutto il polmone!”. Esclamai

“Si, con uno potrei vivere abbastanza bene sai? Mi sto documentando: in Germania e

un tipo di intervento che fanno bene e co n successo e i risultati sono buoni. Voglio

pensarci pero.”

“Certo, devi pensarci bene.”

Passarono diversi giorni senza vederci o sentirci.

Quella mattina mentre la casa profumava ancora dei fiori che avevamo comprato

Patrizia mi disse: “ho paura, sto male un’altra volta. Ho male ovunque, respiro male,

 

 

inghiottisco male, sto anche perdendo i capelli, guarda” e mi mostro una chiazza sulla

nuca. Era quello il cancro?.

L’abbracciai forte. “E’ dura eh Pat!”

“Si a durissima, come a difficile curarsi”

“Lo vedo”.

Si accascio su una poltrona e si copri con plaid che era poggiato sul bracciolo.

Mi misi in ginocchio accanto a lei e le presi la mano che piano piano cominciai ad

accarezzare come se volessi calmarla, rassicurarla e tranquillizzarla. Poco dopo si

appisolo.

“Sto incominciando ad arrabbiarmi.” Mi disse quel pomeriggio a casa mia.

“Era ora, mi chiedevo quando l’avresti fatto, Pat!”

“Sono arrabbiata con i miei genitori che mi danno il tormento, con mio marito

quando mi cerca e mi vuole, con i bambini che non mi ascoltano mai, con i colleghi

che fanno finta di niente, e con gli amici che mi chiedono continuamente come sto.

UFF!, come sono incazzata.”

“E con il tuo cancro, immagino.” Aggiunsi io

“E con il mio cancro” ripete lei.

“Tu sei una delle poche persone c he non fa finta di niente” aggiunse.

“Beh, anche tu con me non fai finta di niente.”

“Dici che a questo?” Mi domando

“Forse, ma immagino che non sia facile ne in un modo ne in un altro.”

“Si, non a semplice, ma perche cazzo mi sono ammalata. Un cancro ai p olmoni a me

che non ho mai fumato e che sono attentissima alle malattie respiratorie!”

Mentre dice questo mi accorgo di avere la sigaretta accesa in mano.

“Smetti di fumare, incosciente” esclamo.

“Lasciami fumare” rispondo io mentre do un tiro alla mia sig aretta “Anche mia

madre a morta per un cancro ai polmoni senza aver mai fumato”.

“Oddio, scusami, non lo sapevo” mi disse con molto imbarazzo.

“Scusami tu”, le risposi mentre continuavo a fumare.

“Quando a morta tua madre?” mi chiese

“Avevo 11 anni” ” E lei? ” 46.

“Tu, quanti anni hai?”

“Quasi 41, e tu?”

“41, appena compiuti”.

” Com’e stato per te?”

“Per me e mio fratello?”

“Si, come a stato per voi?

“Doloroso, Pat. Doloroso e difficile”

“E per tuo padre?”

Ripetei: “doloroso e difficile.”

“Si a mai risposato?”

 

“No, non si a mai risposato. Non so se ha avuto altre donne, ma non si a piu

risposato.”

“Lui come sta?”

“Abbastanza bene”

“Ti ricordi di lei, qualche volta?”

“Certo”, risposi ” spesso- anche adesso”

“E tuo fratello si ricorda di lei?, e quando era piccolo?”

“Hai paura che i tuoi figli, se tu dovessi morire, non si ricordino piu di te?”

“Si!” I suoi occhi erano pieni di lacrime e anche i miei.

“Non so se mio fratello abbia un ricordo reale di lei, lui era poco piu piccolo di me.

Mi piace pensare che potrebbe avere la possibility di farlo. Forse potrei parlare con

lui di questo, non ricordo di averlo mai fatto.”

“Ha sofferto molto tua madre?”, riprese a chiedermi.

“Mia madre non ha cominciato nemmeno la chemio. Si Pat, ha sofferto molto.”

“Mi stai dicendo che sono avvantaggiata?”

“No, ti sto dicendo che non tutti i tumori sono uguali e che 30 anni fa era sicuramente

diverso da oggi. Non so se meglio o peggio, ma sicuramente diverso.”

“Cosa ne pensi della mia idea dell’operazione?”

Non risposi.

“Sai, potrei vivere di piu e meglio. Questo sarebbe moltissimo per me.”

“Certo, Pat; ma questo lo potresti fare a cominciare da ora” aggiunsi.

“Da ora? Non ho molte possibility”

“Fra molte e nessuna c’e una grande differenza. Perche non provi a considerare che in

quelle poche possibility che potrebbero esserci, qualcuna potrebbe essere per te.

Anche se fosse una sola” Raramente mi sono sentita cosi decisa.

“Mi sto dando per spacciata eh?.”

“Si”, risposi ancora.

“Ma non era solo questo quello che volevo dirti. Cominc iare da ora a vivere di piu e

meglio.”

“Come?” mi domando e si domando.

“Prendendoti piu cura di te.”

“Ma io giy mi sto curando.”

“Non a la stessa cosa Pat, e tu lo sai.”

Mentre parlavo ero presa da una sorta di foga, un misto di eccitazione e paura,

impotenza e rabbia, determinazione e arrendevolezza, e le dissi ancora: “Curarsi o

prendersi cura non a la stessa cosa. Ti stai trascurando Pat, ti stai trascurando molto”

“Hai ragione, io non mi sto prendendo cura di me”

“Ci tenevi cosi tanto?.”

“…Appunto ci tenevo, ora non ci tengo piu, non tengo piu a niente, non c’e piu

niente”

Disse queste parole con un tono cosi duro, cosi aspro, la voce ferma e lo sguardo

immobile.

Mi spaventai del suo dolore. Mi avvicinai e le dissi: “Sei molto incazzata eh Pat?”

 

 

” Si ” mi rispose “e mi sento tanto sola”

Il suo sguardo si ammorbidi “E’ vero, sai, non servono tante possibilita, ne basta una

sola.”

“Si Pat, con l’operazione o senza, ne basta una sola”.

Credevo in quello che ci eravamo dette? O era solo un’illusione per le i e per me?. Non mi diedi alcuna risposta, mi sentivo stanchissima e sfinita. Immaginai lei, come doveva sentirsi!

I giorni passavano e Patrizia reagiva meglio. La vedevo e la sentivo; mi era diventato impossibile non farlo. Aveva ripreso nuovamente il lav oro e la grinta e la forza che la caratterizzavano.

Una sera la chiamai per avere informazioni su un medicinale.

Stava a letto, un’altra volta.

Ho vomitato tutto il giorno”, mi disse, “la gola mi fa male per lo sforzo e non mi

reggo in piedi”

“Hai bisogno di qualcosa?”, le chiesi, “ti prendo i bambini vuoi stare un po’

tranquilla?”

“Ci sono i miei, li ho fatti tornare. Ho bisogno di loro e anche i bambini hanno

bisogno di loro, hanno bisogno di tutto”, continuo con un filo di voce.

” E tu?” ripresi a chiederle.

“Io vorrei tanto dormire, dormire e dormire. Svegliarmi e non sentire piu nulla.”

Delle sue parole, quello che conservai dentro di me fu “svegliarmi” e pensai. Ce la fa

ancora.

E allora le dissi “mi sembra un bellissimo sogno, poi aggiunsi, stai fi nendo anche

questo ciclo, dopo starai meglio.”

“Si, staro meglio e se le analisi saranno buone a luglio andro in Germania ad

operarmi.”

“Hai deciso?”

” Si, ho deciso. Anche Rocco e d’accordo. Non voglio che i miei figli si ricordino di

me malata e sofferente; non voglio che continuino a vivere tutto questo. E’ troppo. E’

troppo per loro, sono troppo per loro. Andrebbe a finire cosi, lo so. Invece con

l’intervento potrebbe essere diverso capisci?”

“Si, capisco Pat e ti ammiro molto per la decisione che hai preso.”

“E se poi cambiassi idea all’ultimo momento?”

“Ti ammirerei lo stesso per esserti data un’altra possibilita. Vuoi che salga ti faccio

un po’ di compagnia?”

“No, Voglio dormire, ti chiamo domani.”

Il giorno dopo non chiamo.

Passo qualche giorno e una mattina, molto presto, mentre aprivo le imposte della

finestra, alzai lo sguardo verso la sua. La vidi nello stesso gesto. Mi vide e si sbraccio

 

 

per salutarmi, io feci lo stesso. E cosi comincio la sua e la mia giornata. Come tante,

diversa da tutte.

La sera mi chiamo.

“E’ stato bello questa mattina” disse.

“Anche per me” risposi.

“Come ti senti?”

“Abbastanza bene. E’ tutto apposto. Questo fine settimana andremo a Modena per un

ultimo consulto, per scrupolo sai?”

“Certo, fai bene.”

“E poi organizziamo la partenza. Dobbiamo sistemare i bambini. Andranno con la

tata giu a Reggio dai nonni. Mi sento piu tranquilla, a inutile che rimangano a Roma,

con questo caldo, ti pare? E poi non so quanto ci vorra!!!

Dopo mi voglio fare una bellissima vacanza, partire tu tti e quattro e prima di

settembre non ci vedrete! Rocco mi sta preparando una sorpresa, un viaggio a

sorpresa! L’idea mi piace moltissimo.”

“Ti sento contenta ed eccitata!”

“Lo sono. Ti va di salire un po’ dopo?”

“Sistemo la bambina e salgo” Risposi

Come stava bene! Aveva ripreso colore, aveva i capelli legati, un aspetto compatto

gradevolissimo, leggermente truccata e senza occhiali.

“Entra sono sola, Rocco a uscito con un amico e i bambini dormono”.

“E tu che facevi?”

“Stavo guardando le mie lastre, vuo i vederle, vuoi vedere il mio cancro?”

Mi avvicinai un po’ titubante, ma non esitai. Almeno ora lo vedevo! Il mostro.

“Guarda, eccolo qui, vedi, si vede benissimo”.

E mi mostro la “foto” del suo cancro – una massa compatta sul suo polmone.

Non fu cosi tremendo vederlo. E questo mi disoriento un po’

“Vedi”, mi disse “possono asportarlo tutto. Il resto a limpido, a sano ancora.”

Mi fece piu impressione immaginare il buco che sarebbe rimasto come un segno

indelebile.

“Vedi,” sottolineo ” l’altro a integro. E’ solo qui la mia malattia, le cellule impazzite

sono qui.”

Mentre Patrizia continuava ad indicare con il dito la pazzia delle cellule fantasticavo

di urlare e battere con tutta la mia forza contro quella macchia. Mi sentivo forte e

sentivo lei forte e le dissi. “e tanto che i bambini dormono?”

“No, ma erano cosi stanchi che sono crollati immediatamente, ma perche mi chiedi

questo ora?” domando.

“Ora ti faccio vedere” le risposi

Chiusi le porte, afferai tutti i cuscini che vidi e incominciai a scaraventarli c ontro

quella macchia.

“Che fai, sei impazzita!” esclamo.

E io continuai con insulti, parolacce…

 

 

E lei incomincio a venirmi dietro. Prese tutto quello che era possibile lanciare. Penne,

matite. Con della carta facemmo delle palle, tirammo anche quelle. “Vai via non ti

voglio” urlava. “Lasciami vivere, voglio vivere e senza di te. Vatteneee!!!”

Duro per po’ e la stanza sembro un campo di battaglia. Ridevamo e piangevamo

contemporaneamente. “Che follia” mi disse.

“Non avrei mai pensato di fare questo con il mio cancro”.

“Nemmeno io” risposi.

Ci abbracciamo forte, soddisfatte ma tristi, molto tristi.

“C’e un altro problema” aggiunse.

“Quale?” domandai

“Dire ai bambini di questo viaggio, non so come dirglielo e non so cosa dirgli.”

Decisi di fare un po’ d’ordine intorno a noi. Rimasi in silenzio ancora un po’ mentre

sistemavo i cuscini sui divani e mentre Patrizia conservava i suoi referti.

“Loro sono piccoli Pat, ma non stupidi.”

“E’ questo il problema” mi interruppe lei.

“Ma non per loro. Per te, perche sai che capiscono, che hanno capito.”

“E’ vero, non so come proteggerli”

“Loro sanno che sei ammalata, che ti stai curando. Sanno che curi altre persone

ammalate, che lavori in un ospedale. Ora sei tu che hai bisogno di un ospedale e di

un’operazione per stare meglio. Pensi che possano capire questo?”

“Si, ma penso a come si sentiranno sapendo che sono in ospedale, in un’altra citta,

lontano da loro.”

“Pat!, spesso partivi per lavoro, con Rocco o da sola, qual’e il problema?”

“E’ che non li voglio lasciare, non ce la faccio.”

E incomincio a piangere disperatamente, mentre stringeva i pugni verso il suo petto.

“Non ce la faccio, non ce la faccio a lasciarli.”

Mi avvicinai e la toccai appena.

Il suo pianto era profondissimo e anche il suo dolore.

“Non posso, non ce la faccio” continuava.

L’abbracciai e le dissi: “Patrizia, lo stai facendo, li stai lasciando adesso, li stai

lasciando ora, Pat” “Dio, come e difficile…”

Non dimentichero mai quel momento. Era un dolore che non avevo mai sentito

prima.

Lentamente si quieto, riapri i suoi pugni e i suoi occhi.

E anche io con lei lasciai andare mia madre, il mio bambino mai nato, e lei.

Rimanemmo vicine in silenzio ancora un po’ e incominciammo a dondolarci

lentamente, come a cullarci, sostenendoci una alla spalla dell’altra .

“Non so se ci vedremo prima della partenza” mi disse.

“Vorrei fare tante cose…”

“Certo Pat, buona fortuna.”

Ci stringemmo forte le mani, lei mi sorrise e mi disse: “Sto molto meglio, mi sento

viva. Crrazie, grazie di tutto.”

Mi abbraccio e ci lasciammo.

 

 

 

Feci le scale di corsa, senza mai voltarmi. Non vedevo l’ora di abbracciare mio

marito e mia figlia.

Patrizia non la rividi piu, mori di setticemia 48 ore dopo l’intervento.

Adesso, a distanza di tempo, mi piace pensare che non sia stata la malattia a ru barle l’ultimo suo respiro ma la possibility che si e data di vivere fino all’ultimo momento.

Bibliografia:

Berg E. Parole prima del sonno, Longanesi, Milano, 1995

Borgna E. L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano, 2001. De Santi A. ( a cura di ) Il dolce morire, Carocci,

Lewis, C. S., Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1990

Kubler Ross E. La morte e il morire, Cittadella, Assisi, 1988.
Kubler Ross E. ” L’anello della vita“, Frassinelli edizioni, 1998
Spinsanti .S., Le separazioni nella vita, Cittadella, Assisi, 1985

Alla ricerca della memoria …. il treno virtuale

Immaginedi Anna Maria Acocella

 

Il morbo di “Alzheimer” ha un impatto devastante non solo sui malati, che lentamente si spengono, ma anche sui loro familiari.
Proprio per questo è una delle patologie a più grave impatto sociale nel mondo. La speranza di una cura è ancora molto lontana, anche se la ricerca scientifica compie passi da gigante. Intanto si sperimentano nuove terapie per alleviare le sofferenze dei pazienti e dei loro familiari.
Una delle terapie più recenti riguarda: Il treno virtuale, o treno della memoria.
Il treno della memoria” si sviluppa attorno alle Terapie Non Farmacologiche, indicate per la prevenzione e la cura dei disturbi collegati alle demenze senili e malattia di Alzheimer. Le TNF attivano processi riabilitativi delle capacità cognitive e favoriscono sensibili diminuzioni nella somministrazione di farmaci.
Il progetto si rivolge a utenti ancora inseriti in famiglia con l’obiettivo di sostenere la domiciliarità. Si chiama Treno della memoria perché il progetto considera e analizza l’idea del viaggio di questa nuova vita con l’arrivo della malattia, la vita come viene percepita dal malato di Alzheimer: avere questa patologia significa infatti uscire dagli usuali schemi di pensiero e la famiglia dovrà pian piano imparare ad accettare la realtà così come viene vissuta dal paziente.
Lo strumento di cura offerto dal progetto Treno della memoria è apparentemente lontano dai percorsi terapeutici tradizionali, ma è un valido supporto alle terapie convenzionali. Il viaggio diventa quindi un momento di evasione, un viaggio nei ricordi, nel passato che ritorna presente e restituisce serenità e benessere.

Il Centro 3SG Azienda di Servizi Socio Sanitari di Gallarate grazie alla grande esperienza acquisita in questi anni in vari campi della medicina geriatrica ed in considerazione del sempre crescente numero di anziani affetti da malattia di Alzheimer, 3SG ha deciso di mettere a disposizione del territorio grandi professionalità in un progetto dalle caratteristiche estremamente innovative. A riguardo è stato creato uno scompartimento di un vagone ferroviario da utilizzare in modo strutturato, come spazio terapeutico, con due coppie di poltrone, l’una di fronte all’altra, una parete laterale con un monitor che assume il ruolo di finestra virtuale; grazie ad un sistema computerizzato scorrono filmati ad hoc di ambienti esterni ripresi da treni in movimento e sono riprodotti i suoni reali di un treno in viaggio.
La posizione frontale delle poltrone favorisce il contatto visivo e l’attivazione di dinamiche dialogiche tra i “passeggeri” con condivisione del rituale.
Viene organizzato il programma del viaggio precedentemente definito e memorizzato all’interno del programma del computer. Le persone che accedono al servizio compiono un percorso dall’ ingresso in stazione alla partenza (con timbratura biglietti) e vengono fatte accomodare nei posti all’interno dello spazio scompartimento del treno.
Gli specialisti hanno verificato che l’uso di terapie non farmacologiche è fortemente indicato per la prevenzione e la cura delle problematiche e dei disturbi comportamentali che si manifestano nell’Alzheimer, soprattutto all’inizio della malattia.
Un intervento mirato stimola quei processi terapeutici per aiutare la persona a livello cognitivo, favorendone il rilassamento e il benessere riducendo i farmaci e migliorando la qualità di vita.

L’attività dei professionisti coinvolti si rivolge sia alla persona malata che ai familiari, attraverso l’attivazione di programmi psicosociali mirati a ridurre lo stress, affiancati ad attività di formazione e di ascolto.
Accedendo al servizio sarà possibile usufruire anche di visite domiciliari, finalizzate a formare i familiari sulle corrette modalità di relazione e approccio con il paziente affetto da demenza. Verranno inoltre effettuati studi sugli interventi di protesi ambientale che, attraverso piccoli accorgimenti, possono consentire il mantenimento delle abilità residue della persona e trasformare l’ambiente domestico da potenzialmente costrittivo e invalidante ad habitat terapeutico.

Il progetto si trova sul web allestito a supporto dei servizi forniti, costituisce un valido strumento di rete che consente al “Treno della Memoria” di essere costantemente in contatto con il malato di Alzheimer e tutti gli attori dell’assistenza.
Il medico di Medicina generale, i familiari e i singoli operatori potranno, nella totale garanzia di privacy degli utenti, scambiarsi e ottenere tutte le informazioni utili alla gestione del malato.
http://www.3sg.it

Pronto Soccorso Emotivo

image_mini La Psicologia dell’emergenza

di Anna Maria Acocella

…”Cosa accade nella mente e nel corpo quando siamo in pericolo? Che cosa induce una  persona ad abbandonare o meno i luoghi durante un’alluvione o un incendio? Quali sono gli effetti psicologici di eventi potenzialmente traumatici, e che cosa facilita la resilienza? Quando l’esperienza della perdita diventa un “lutto complicato”?  E, quali strategie mentali utilizzano i soccorritori che si trovano ad affrontare morte e sofferenza? Che impatto hanno disastri e incidenti sulle pratiche sociali e sulla vita di una comunità? … “

Per Psicologia dell’emergenza si intende quel settore della psicologia che si occupa degli interventi clinico emotivo e sociale in situazioni di calamità, disastri ed emergenza/urgenza. Più in generale si intende  la disciplina che studia il comportamento individuale o di gruppo  e comunitario in situazioni di crisi. Continua…

Formare non è “colmare un vuoto”, ma è “dare forma alle pratiche”.

Sposi.1212492943Anna Maria Acocella

« Non è importante tanto il fatto che in futuro ci siano o meno manicomi e cliniche chiuse, è importante che noi adesso abbiamo provato che si può fare diversamente, ora sappiamo che c’è un altro modo di affrontare la questione; anche senza la costrizione. »
(Franco Basaglia)
Il 26-27 settembre 2013 a Roma, presso IISS Leonardo Da Vinci , Psichiatria Democratica ha organizzato il Corso di Aggiornamento accreditato ECM sul tema: “La crisi e il trattamento della grave sofferenza mentale” Il Corso, inserito nel Programma Nazionale di Educazione Continua in Medicina del Ministero della Salute, e rivolto alle seguenti professioni: Medico Chirurgo (discipline: psichiatria, psicologia, psicoterapia, medicina generale – medici di famiglia, medicina interna),Psicologo, Educatore professionale, Infermiere,Tecnico della riabilitazione psichiatrica, Farmacista, è stato coordinato da Ilario Volpi, Alessandro Ricci, Cristiano Di Francia e Anna Camposeo.

Gli argomenti e i temi trattati, diversi e ben articolati fra di loro, sono stati presentati in una prospettiva storica ed elaborati secondo una revisione critica sui fattori di “produzione della gravità” (con particolare riguardo agli effetti della crisi economica e delle reali condizioni di vita degli individui); alla quale è stata dedicata la prima giornata con gli interventi di: Ernesto Venturini – Una prospettiva ecologica della salute e della sofferenza mentale; Mario Colucci -La diagnosi e il senso delle classificazioni: ovvero dubbi e certezze sulla grave sofferenza mentale e Rocco Canosa- La crisi delle risorse come problema e come opportunità.
La Tavola rotonda, La crisi e la produzione della gravità in salute mentale, il dibattito pomeridiano, insieme ai Gruppi di Approfondimento sulle singole tematiche, hanno infatti posto l’attenzione non solo sugli aspetti clinici in senso strettamente inteso, ma anche sulle implicazioni più vaste degli assetti organizzativi, del sistema di welfare e delle linee di intreccio col sistema produttivo.
Insieme a ciò, in un clima rispettoso e democratico, la seconda giornata dedicata a “Intervento e trattamento ” ha dato particolare rilevanza alla valorizzazione del lavoro di squadra e all’empatia amalgamata con le capacità organizzative, all’enfasi sulla contrattualità sociale e sull’esercizio dei diritti come condizione di salute; insieme alla valorizzazione delle competenze di ciascuna delle professionalità. Alla domanda “quale intervento , quale trattamento? Paolo Peloso con Le nuove (vecchie) forme di istituzionalizzazione delle pratiche e dei saperi, Alessandro Ricci con – Gesti e contesti terapeutici della presa in carico e Luisa D’Agostino e Alessandra Felice con- Dalla qualifica alle competenze trasversali degli operatori della salute mentale, hanno dato risposta mettendo in luce come sia possibile un tentativo di riannodare i fili delle pratiche e delle teorie nell’ambito della sofferenza psichica e come questo sia l’assunto per un reale miglioramento della qualità dell’intervento per salute mentale.
I gruppi di approfondimento del pomeriggio della seconda giornata: Competenze trasversali, La chiusura degli OPG e le priorità di intervento, Casa e lavoro nel trattamento della grave sofferenza mentale, Nuove risorse per la salute mentale, hanno concluso i lavori sottolineando, ancora una volta, come la cura abbia inizio con l’ operatore, si strutturi all’interno di un contesto sociale , ma non sotto il controllo sociale totale, e si avvale di tutte le risorse disponibili.
E se è vero che “ Non c’è formazione separata dall’esperienza,” aspettiamoci che le prossime esperienze siano altrettanto formative!

….. quando il malato è legato lo psichiatra è libero; quando il malato è libero lo psichiatra è legato….

Conversazione: a proposito della nuova legge180, in “Dove va la psichiatria?”, a cura di L.Onnis e G.Lo Russo, Feltrinelli, Mi, 1980; ora in Scritti, vol.II, cit., pg 481

Il bambino e il cane…

di Anna Maria Acocella

Qualche giorno fa mi hanno proposto questo video.

Lo ri-propongo, ve lo propongo.

Non è un video commentato, si commenta da solo!

Ma lo stimolo è forte! Quanti richiami!

Bambini, bambini speciali?, animali,  bambini e animali insieme!

Evoca incontro, confronto,  attesa, forse pretesa, rispetto, distanza, vicinanza, carezza..sfioramento o penetranza?, differenza, diffidenza, somiglianza, rispetto e curiosità, empatia, ascolto, fiducia: relazione!

La forza della mente (Wit) è un film del 2001 scritto e diretto da Mike Nichols

 

“Morte non esser fiera, pur se taluni t’abbiano chiamato terribile e possente, perché tu non lo sei.
Poiché tutti coloro che credi di poter sopraffare non muoiono, meschina morte, né tu puoi uccidere me.
Tu schiava del fato, del caso, di re e di uomini disperati. Tu che ti nutri di guerre, veleni e malattie.
Oppio e incantesimi ci fanno addormentare ugualmente e meglio di ogni tuo fendente.
Perché dunque ti insuperbisci? Trascorso un breve sonno, veglieremo in eterno.
E Morte più non sarà, Morte tu morrai”.
John Donne.Sonetto n.6

Vivian Bearing, la protagonista, straordinariamente interpretato da Emma Thompson, è un’insegnante di letteratura inglese, dedita alla poesia metafisica di John Donne. Continua…

C’era una volta la città dei matti


ImmagineDi Anna Maria Acocella

 

“ Prima c’era la Città dei matti, il manicomio. Con tutto il suo carico di orrori piccoli e grandi. Letti di contenzione, camicie di forza, celle d’isolamento, elettroshock punitivi, infermieri-carcerieri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Continua…

Non solo uno sport. “I sentieri come cura”. “Il trekking come terapia”

Trekking-Photo-courtesy-bhutanrisingdrukyul.com_Di Anna Maria Acocella

 

Dal 2006 il centro di salute mentale della Asl 6 di Villacidro, in Sardegna, grazie alla passione e all’entusiasmo dello psichiatra Alessandro Coni e dei suoi collaboratori, ha avviato una ‘terapia alternativa’: il trekking. Il dottor Coni, direttore del Dipartimento salute mentale e dipendenze, sta praticando da alcuni anni con i suoi pazienti mentali il “progetto trekking”, iniziato come attività risocializzante, che  via via si è  trasformato in una nuova modalità di psicoterapia. Continua…

La vita segreta delle parole di Isabel Coixet

 

Lei, Hanna, non parla ma ascolta molto. E’ sorda, straniera in Gran Bretagna trascorre con una ripetitività ossessiva le sue giornate solitarie, tra la sua casa e la fabbrica in cui lavora. L’handicap la costringe a servirsi di un apparecchio acustico che, per altro, le è molto utile per decidere quando e se ascoltare i rumori della fabbrica o, semplicemente isolarsi dal mondo. Continua…

La storia del cammello che piange

 

Splendida storia della nascita di un cammello bianco, rifiutato dalla madre nonostante i tentativi dei pastori nomadi di aiutarlo.
Girato nei meravigliosi e selvaggi scenari della Mongolia, la storia del cammello che piange è un film del 2003 diretto da Luigi Falorni e Byambasuren Davaa.  E’ stato erroneamente definito un film-documentario, in realtà  infatti  si tratta di un  film narrativo.

La storia è ambientata nel deserto Del Gobi, nella Mongolia Del Sud. Una famiglia di pastori nomadi assiste Le nascite dei cammelli del branco. Dopo un parto molto  difficile, viene alla luce un bellissimo cammello albino. Ma,  nonostante gli sforzi dei pastori, la madre lo rifiuta e rifiuta di allattarlo. Per avvicinarla al cucciolo la famiglia di pastori  ricorre ad un antico rito: il suono di uno strumento a corde e il canto di una donna. Continua…