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La Depressione

downloaddi Marco Capozza*

Il termine “depressione” si usa per indicare sia un certo insieme di sintomi, sia certi disturbi psichici – intesi come malattie, sindromi, entità nosografiche – che condividono quel quadro sintomatologico, pur differendo nelle sue sfumature e nelle cause, decorso, prognosi e terapia. E’ bene tenere distinti i due significati, per cui nel corso di questa esposizione utilizzeremo il termine “depressione”, con la “d” minuscola, per indicare il quadro sintomatologico; “Depressione”, con la “D” maiuscola, per indicare le entità nosografiche (salvo laddove il termine maiuscolo sia già utilizzato in una classificazione o terminologia ufficiale, nel qual caso ci atterremo all’uso ufficiale anche se il termine indica il quadro sintomatologico; casi che dovrebbero comunque risultare chiari dal contesto), ed esamineremo: Continua…

La morte: una narrazione.

downloadAnna Maria Acocella

 

 

Sono sicuramente molti e diversi i modi in cui ciascuno di noi si relaziona con la morte.

I modi cambiano nella misura in cui ci si confronta con l’esperienza dell’approssimarsi della propria morte, con quell a di una persona cara o con quella di una persona estranea.

Cosi come cambiano in relazione alla personale visione del mondo, alla propria personality, alla religione, al contesto emozionale e al contesto familiare in cui ciascuno di noi vive.

Non prendere posizione a un tentativo impossibile.

Mentre la rimozione della morte sembra essere una caratteristica della coscienza contemporanea, la rimozione del morire a un’esperienza molto piu difficili da realizzare.

Personalmente, pur avendo vissuto esperienze d i morte di persone molto care nel corso della mia vita, non a molto che ho incominciato a considerare la vita e la morte nella loro vertiginosa contrapposizione ed il vivere e il morire come esperienze che sconfinano l’una nell’altra.

Ed e attraverso una ” narrazione” che vorrei condividerlo.

Ogni evento vissuto, quando viene narrato, e la pratica clinica continuamente lo dimostra,

si trasforma.

La narrazione intercede fra passato e futuro.

Situandosi nel presente connette, disfa, riunisce, elabora , rista bilisce relazioni e ne inventa altre.

E questo cambiamento a orientabile verso una maggiore consapevolezza e integrazione di se

La narrazione a strettamente legata alla definizione di identity — la propria storia-.

E la nostra storia a un segmento della storia di altre vite, a iniziare da quella dei propri genitori.

Eravamo amiche, ma non come spesso piace definirsi, amiche del cuore.

Lei per me, lo a diventata quel giorno.

Ci incontravamo spesso e parlavamo molto.

Quello che dividevamo a stato l’atrio del portone di casa.

Un giorno, proprio in quell’atrio Patrizia mi disse: ho rifatto la TAC a un cancro;

domani comincio la chemio.

E’ un po’ che lo so ma non sapevo come dirtelo.

Un cancro, esclamai quasi incredula. Com’e possibile Pat?

Si un cancro al polmone.

Non riuscii a dire nulla e anche lei.

Il silenzio si riempi di lacrime altrettanto silenziose e di un contatto fra le nostre

mani. Io stringevo le sue alle mie e lei le mie alle sue come a cercare solidarieta

reciproca e un po’ di speranza.

“Posso fare qualcosa per te?”

Le chiesi, sapendo che fare qualcosa per lei , se solo mi avesse dato la possibilita, avrebbe significato fare qualcosa per me; probabilmente per scappare e non sentire il senso di impotenza e di sgomento che stavo provando.

“Non lo so” rispose.” Adesso non lo so.” “Vado a prendere i bambini a scuola.” Aggiunse.

E io pensai: i bambini, sono cosi piccoli!

Mi lascio le mani, si asciugo gli occhi e con un filo di voce disse: “non so come fare con i bambini. Non ce la faccio a stare con lo ro e non ce la faccio a stare senza di loro. Rocco mi aiuta molto ma questo mi porta a pensare a quando non ci saro piu e allora un dolore fortissimo mi spinge a stare con loro comunque e comunque io mi senta.E a volte sono nervosa, stanca, li tratto male poi mi pento, mi sento in colpa;ma anche un minuto in piu con loro mi sembra importante”.

Si interruppe e mi guardo.

“E’ importante Pat”. Le dissi.

Sorrise appena, come consolata, – mi sfioro la mano- ” beh! Vado a prenderli a scuola, poi magari se sei a casa passo a trovarti.”

“Ho promesso a Isabella di portarla alle giostre oggi. Ti va di venire?”

“Non so, forse. Sentiro i bambini”.

E mi saluto e la salutai.

Mi sentivo incollata alla mattonella del pavimento dove c’era stato questo incontro -, dove era accaduto tutto. Non riuscivo, non volevo andare ne avanti ne indietro. Volevo stare li, come a voler rispettare qualcosa di solenne, di molto grande che stava avvenendo e che era avvenuto.

Come un’eco, sentivo ripetere le sue parole, “e un cancro, domani com incio la chemio”

 

Cercavo di raffigurarmi un polmone, il suo, con il cancro. Non riuscivo a vedere nulla. Fu quando spostandomi da quella mattonella, lungo la strada che stavo percorrendo, che vidi davanti a me un’enorme massa nera pronta a scoppiare. Ma a quel punto mi chiesi se quella massa era il suo cancro o il mio dolore.

Non venne alle giostre quel giorno e non la vidi nemmeno il giorno dopo.

Passo circa una settimana e la chiamai.

“Come stai”?

“Male”, rispose.

“Sto giy male ed a solo il primo ciclo.Non lo sopporto”.

“Hai dolore?”

“Si, ma il dolore pia forte e il pensiero di lasciare Rocco e i miei figli, sono cosi

piccoli!”

“Adesso non li stai lasciando Pat, lasciati delle possibility che questo non accada; ti

stai curando!”.

“Io non mi sono mai lasciata delle possibility, lo sai!” Rispose.

“Si, lo so, ma c’e sempre una prima volta, no?”

“E’ che mi sembra tutto cosi inutile, pia grosso di me. E’ strano no, sentirlo dire da

un medico.”

“No, non mi sembra strano Pat.”

“E’ la prima volta nella mia vita che ho paura, paura per me – veramente.”

Di che cosa hai paura? Le chiesi.

Ho paura di non farcela mi rispose piangendo.

Pensa che bello se tu ce la facessi Pat! Esclamai, trattenendo un nodo di profonda

commozione.

“Si, sarebbe bello”.

“Ce la metterai tutta vero? Come hai sempre fatto.”

“Provero”, mi rispose un po’ esitante. “Provero, ma a dura”.

“Si, aggiunsi io a dura.”

“Posso mandarti gia i bambini, cosi mi riposo un po’.”

“Si, li aspetto, magari li porto un po’ fuori, se vuoi, c’e il sole e l’aria a ti epida.”

“Allora gli metto una felpa.”

“Si, ciao.”

Non uscimmo pia. Rimanemmo a casa.

Io decisi di occuparmi delle piante del terrazzo mentre sentivo e vedevo i suoi

bambini giocare con la mia.

C’era un atmosfera tranquilla e giocosa. Mi piaceva vederli gio care insieme.

Mentre zappettavo la terra e potavo le piante, immagini della mia vita si

sovrapponevano. Mi sentivo Patrizia, mia madre, morta del suo stesso male, e io

bambina segnata dallo stesso destino dei suoi. Mi a stato impossibile identificarmi

con mia figlia. Ma la mia paura, soffocata e impastata con la terra dei vasi che

continuavo a svuotare e riempire, era questa.

I giorni passavano e Patrizia continuava la sua lotta.

 

Quando la vedevo o la sentivo avevamo sempre qualcosa da fare o da dirci. La n ostra

comunicazione era fluida ed intensa. Questo mi sembrava straordinariamente bello.

Era la sua vita, la loro vita che continuava, non solo un cancro che cresceva.

Finiti i primi cicli di chemio torno a lavorare, come medico diabetologo, stimata ed

apprezzata.

Andammo dal tappezziere insieme.

Voleva rifare le poltrone del salotto con nuove e tinte e stoffe diverse.

Passammo un piacevole pomeriggio primaverile e pieno di sole. Aveva ritirato le

analisi e i risultati erano soddisfacenti.

“Come vedi questa stoffa fiorata accanto alle righe della poltrona di mia nonna” mi

chiese ridendo?

“Un pugno in un occhio”, risposi

Mi faceva sentire cosi bene vedere quegli occhi ridere!

” Forse a piu sobria questa o quest’altra… Non trovi che i colori pastello si intoni no

meglio con il resto della mobilia?”

“Decisamente si a meglio”, risposi.

” Come sei paziente”, mi disse.

“Paziente? Replicai. Mi piace scegliere le stoffe.”

“Non mi riferivo a quello”, aggiunse. “Sei molto tranquilla in generale, dico, su

tutto!”

“Dici”? Risposi io, non avendo chiaro il senso di quello che mi stavo dicendo.

Lo capii il giorno successivo quando mi disse che non aveva nessuna voglia di

cambiare la stoffa del salotto ma che voleva provare a far finta di niente.

“Tu ci credevi davvero che volevo cambiare tutto?”

E io le risposi: “non tutto, non c’e motivo, solo quello che a possibile cambiare.

Sicuramente la stoffa. Se questo ti fa star meglio!”

Mi guardo sospettosa, stavo mentendo a lei e a me; e se ne accorse e me ne accorsi.

“Ok” — aggiunsi- ” hai ragione tu. Adesso non serve, forse piu in ly.”

“Forse”, ripete. Mi prese sottobraccio e disse: “ci facciamo un giro al mercato dei

fiori?”

“Volentieri, ho ancora un po’ di tempo”.

“Sai”- comincio- “sto valutando la possibility di operararmi.” La a scoltai in

silenzio…

“Se la chemio funzionery, potrei farmi asportare il polmone malato…”

“Il polmone, tutto il polmone!”. Esclamai

“Si, con uno potrei vivere abbastanza bene sai? Mi sto documentando: in Germania e

un tipo di intervento che fanno bene e co n successo e i risultati sono buoni. Voglio

pensarci pero.”

“Certo, devi pensarci bene.”

Passarono diversi giorni senza vederci o sentirci.

Quella mattina mentre la casa profumava ancora dei fiori che avevamo comprato

Patrizia mi disse: “ho paura, sto male un’altra volta. Ho male ovunque, respiro male,

 

 

inghiottisco male, sto anche perdendo i capelli, guarda” e mi mostro una chiazza sulla

nuca. Era quello il cancro?.

L’abbracciai forte. “E’ dura eh Pat!”

“Si a durissima, come a difficile curarsi”

“Lo vedo”.

Si accascio su una poltrona e si copri con plaid che era poggiato sul bracciolo.

Mi misi in ginocchio accanto a lei e le presi la mano che piano piano cominciai ad

accarezzare come se volessi calmarla, rassicurarla e tranquillizzarla. Poco dopo si

appisolo.

“Sto incominciando ad arrabbiarmi.” Mi disse quel pomeriggio a casa mia.

“Era ora, mi chiedevo quando l’avresti fatto, Pat!”

“Sono arrabbiata con i miei genitori che mi danno il tormento, con mio marito

quando mi cerca e mi vuole, con i bambini che non mi ascoltano mai, con i colleghi

che fanno finta di niente, e con gli amici che mi chiedono continuamente come sto.

UFF!, come sono incazzata.”

“E con il tuo cancro, immagino.” Aggiunsi io

“E con il mio cancro” ripete lei.

“Tu sei una delle poche persone c he non fa finta di niente” aggiunse.

“Beh, anche tu con me non fai finta di niente.”

“Dici che a questo?” Mi domando

“Forse, ma immagino che non sia facile ne in un modo ne in un altro.”

“Si, non a semplice, ma perche cazzo mi sono ammalata. Un cancro ai p olmoni a me

che non ho mai fumato e che sono attentissima alle malattie respiratorie!”

Mentre dice questo mi accorgo di avere la sigaretta accesa in mano.

“Smetti di fumare, incosciente” esclamo.

“Lasciami fumare” rispondo io mentre do un tiro alla mia sig aretta “Anche mia

madre a morta per un cancro ai polmoni senza aver mai fumato”.

“Oddio, scusami, non lo sapevo” mi disse con molto imbarazzo.

“Scusami tu”, le risposi mentre continuavo a fumare.

“Quando a morta tua madre?” mi chiese

“Avevo 11 anni” ” E lei? ” 46.

“Tu, quanti anni hai?”

“Quasi 41, e tu?”

“41, appena compiuti”.

” Com’e stato per te?”

“Per me e mio fratello?”

“Si, come a stato per voi?

“Doloroso, Pat. Doloroso e difficile”

“E per tuo padre?”

Ripetei: “doloroso e difficile.”

“Si a mai risposato?”

 

“No, non si a mai risposato. Non so se ha avuto altre donne, ma non si a piu

risposato.”

“Lui come sta?”

“Abbastanza bene”

“Ti ricordi di lei, qualche volta?”

“Certo”, risposi ” spesso- anche adesso”

“E tuo fratello si ricorda di lei?, e quando era piccolo?”

“Hai paura che i tuoi figli, se tu dovessi morire, non si ricordino piu di te?”

“Si!” I suoi occhi erano pieni di lacrime e anche i miei.

“Non so se mio fratello abbia un ricordo reale di lei, lui era poco piu piccolo di me.

Mi piace pensare che potrebbe avere la possibility di farlo. Forse potrei parlare con

lui di questo, non ricordo di averlo mai fatto.”

“Ha sofferto molto tua madre?”, riprese a chiedermi.

“Mia madre non ha cominciato nemmeno la chemio. Si Pat, ha sofferto molto.”

“Mi stai dicendo che sono avvantaggiata?”

“No, ti sto dicendo che non tutti i tumori sono uguali e che 30 anni fa era sicuramente

diverso da oggi. Non so se meglio o peggio, ma sicuramente diverso.”

“Cosa ne pensi della mia idea dell’operazione?”

Non risposi.

“Sai, potrei vivere di piu e meglio. Questo sarebbe moltissimo per me.”

“Certo, Pat; ma questo lo potresti fare a cominciare da ora” aggiunsi.

“Da ora? Non ho molte possibility”

“Fra molte e nessuna c’e una grande differenza. Perche non provi a considerare che in

quelle poche possibility che potrebbero esserci, qualcuna potrebbe essere per te.

Anche se fosse una sola” Raramente mi sono sentita cosi decisa.

“Mi sto dando per spacciata eh?.”

“Si”, risposi ancora.

“Ma non era solo questo quello che volevo dirti. Cominc iare da ora a vivere di piu e

meglio.”

“Come?” mi domando e si domando.

“Prendendoti piu cura di te.”

“Ma io giy mi sto curando.”

“Non a la stessa cosa Pat, e tu lo sai.”

Mentre parlavo ero presa da una sorta di foga, un misto di eccitazione e paura,

impotenza e rabbia, determinazione e arrendevolezza, e le dissi ancora: “Curarsi o

prendersi cura non a la stessa cosa. Ti stai trascurando Pat, ti stai trascurando molto”

“Hai ragione, io non mi sto prendendo cura di me”

“Ci tenevi cosi tanto?.”

“…Appunto ci tenevo, ora non ci tengo piu, non tengo piu a niente, non c’e piu

niente”

Disse queste parole con un tono cosi duro, cosi aspro, la voce ferma e lo sguardo

immobile.

Mi spaventai del suo dolore. Mi avvicinai e le dissi: “Sei molto incazzata eh Pat?”

 

 

” Si ” mi rispose “e mi sento tanto sola”

Il suo sguardo si ammorbidi “E’ vero, sai, non servono tante possibilita, ne basta una

sola.”

“Si Pat, con l’operazione o senza, ne basta una sola”.

Credevo in quello che ci eravamo dette? O era solo un’illusione per le i e per me?. Non mi diedi alcuna risposta, mi sentivo stanchissima e sfinita. Immaginai lei, come doveva sentirsi!

I giorni passavano e Patrizia reagiva meglio. La vedevo e la sentivo; mi era diventato impossibile non farlo. Aveva ripreso nuovamente il lav oro e la grinta e la forza che la caratterizzavano.

Una sera la chiamai per avere informazioni su un medicinale.

Stava a letto, un’altra volta.

Ho vomitato tutto il giorno”, mi disse, “la gola mi fa male per lo sforzo e non mi

reggo in piedi”

“Hai bisogno di qualcosa?”, le chiesi, “ti prendo i bambini vuoi stare un po’

tranquilla?”

“Ci sono i miei, li ho fatti tornare. Ho bisogno di loro e anche i bambini hanno

bisogno di loro, hanno bisogno di tutto”, continuo con un filo di voce.

” E tu?” ripresi a chiederle.

“Io vorrei tanto dormire, dormire e dormire. Svegliarmi e non sentire piu nulla.”

Delle sue parole, quello che conservai dentro di me fu “svegliarmi” e pensai. Ce la fa

ancora.

E allora le dissi “mi sembra un bellissimo sogno, poi aggiunsi, stai fi nendo anche

questo ciclo, dopo starai meglio.”

“Si, staro meglio e se le analisi saranno buone a luglio andro in Germania ad

operarmi.”

“Hai deciso?”

” Si, ho deciso. Anche Rocco e d’accordo. Non voglio che i miei figli si ricordino di

me malata e sofferente; non voglio che continuino a vivere tutto questo. E’ troppo. E’

troppo per loro, sono troppo per loro. Andrebbe a finire cosi, lo so. Invece con

l’intervento potrebbe essere diverso capisci?”

“Si, capisco Pat e ti ammiro molto per la decisione che hai preso.”

“E se poi cambiassi idea all’ultimo momento?”

“Ti ammirerei lo stesso per esserti data un’altra possibilita. Vuoi che salga ti faccio

un po’ di compagnia?”

“No, Voglio dormire, ti chiamo domani.”

Il giorno dopo non chiamo.

Passo qualche giorno e una mattina, molto presto, mentre aprivo le imposte della

finestra, alzai lo sguardo verso la sua. La vidi nello stesso gesto. Mi vide e si sbraccio

 

 

per salutarmi, io feci lo stesso. E cosi comincio la sua e la mia giornata. Come tante,

diversa da tutte.

La sera mi chiamo.

“E’ stato bello questa mattina” disse.

“Anche per me” risposi.

“Come ti senti?”

“Abbastanza bene. E’ tutto apposto. Questo fine settimana andremo a Modena per un

ultimo consulto, per scrupolo sai?”

“Certo, fai bene.”

“E poi organizziamo la partenza. Dobbiamo sistemare i bambini. Andranno con la

tata giu a Reggio dai nonni. Mi sento piu tranquilla, a inutile che rimangano a Roma,

con questo caldo, ti pare? E poi non so quanto ci vorra!!!

Dopo mi voglio fare una bellissima vacanza, partire tu tti e quattro e prima di

settembre non ci vedrete! Rocco mi sta preparando una sorpresa, un viaggio a

sorpresa! L’idea mi piace moltissimo.”

“Ti sento contenta ed eccitata!”

“Lo sono. Ti va di salire un po’ dopo?”

“Sistemo la bambina e salgo” Risposi

Come stava bene! Aveva ripreso colore, aveva i capelli legati, un aspetto compatto

gradevolissimo, leggermente truccata e senza occhiali.

“Entra sono sola, Rocco a uscito con un amico e i bambini dormono”.

“E tu che facevi?”

“Stavo guardando le mie lastre, vuo i vederle, vuoi vedere il mio cancro?”

Mi avvicinai un po’ titubante, ma non esitai. Almeno ora lo vedevo! Il mostro.

“Guarda, eccolo qui, vedi, si vede benissimo”.

E mi mostro la “foto” del suo cancro – una massa compatta sul suo polmone.

Non fu cosi tremendo vederlo. E questo mi disoriento un po’

“Vedi”, mi disse “possono asportarlo tutto. Il resto a limpido, a sano ancora.”

Mi fece piu impressione immaginare il buco che sarebbe rimasto come un segno

indelebile.

“Vedi,” sottolineo ” l’altro a integro. E’ solo qui la mia malattia, le cellule impazzite

sono qui.”

Mentre Patrizia continuava ad indicare con il dito la pazzia delle cellule fantasticavo

di urlare e battere con tutta la mia forza contro quella macchia. Mi sentivo forte e

sentivo lei forte e le dissi. “e tanto che i bambini dormono?”

“No, ma erano cosi stanchi che sono crollati immediatamente, ma perche mi chiedi

questo ora?” domando.

“Ora ti faccio vedere” le risposi

Chiusi le porte, afferai tutti i cuscini che vidi e incominciai a scaraventarli c ontro

quella macchia.

“Che fai, sei impazzita!” esclamo.

E io continuai con insulti, parolacce…

 

 

E lei incomincio a venirmi dietro. Prese tutto quello che era possibile lanciare. Penne,

matite. Con della carta facemmo delle palle, tirammo anche quelle. “Vai via non ti

voglio” urlava. “Lasciami vivere, voglio vivere e senza di te. Vatteneee!!!”

Duro per po’ e la stanza sembro un campo di battaglia. Ridevamo e piangevamo

contemporaneamente. “Che follia” mi disse.

“Non avrei mai pensato di fare questo con il mio cancro”.

“Nemmeno io” risposi.

Ci abbracciamo forte, soddisfatte ma tristi, molto tristi.

“C’e un altro problema” aggiunse.

“Quale?” domandai

“Dire ai bambini di questo viaggio, non so come dirglielo e non so cosa dirgli.”

Decisi di fare un po’ d’ordine intorno a noi. Rimasi in silenzio ancora un po’ mentre

sistemavo i cuscini sui divani e mentre Patrizia conservava i suoi referti.

“Loro sono piccoli Pat, ma non stupidi.”

“E’ questo il problema” mi interruppe lei.

“Ma non per loro. Per te, perche sai che capiscono, che hanno capito.”

“E’ vero, non so come proteggerli”

“Loro sanno che sei ammalata, che ti stai curando. Sanno che curi altre persone

ammalate, che lavori in un ospedale. Ora sei tu che hai bisogno di un ospedale e di

un’operazione per stare meglio. Pensi che possano capire questo?”

“Si, ma penso a come si sentiranno sapendo che sono in ospedale, in un’altra citta,

lontano da loro.”

“Pat!, spesso partivi per lavoro, con Rocco o da sola, qual’e il problema?”

“E’ che non li voglio lasciare, non ce la faccio.”

E incomincio a piangere disperatamente, mentre stringeva i pugni verso il suo petto.

“Non ce la faccio, non ce la faccio a lasciarli.”

Mi avvicinai e la toccai appena.

Il suo pianto era profondissimo e anche il suo dolore.

“Non posso, non ce la faccio” continuava.

L’abbracciai e le dissi: “Patrizia, lo stai facendo, li stai lasciando adesso, li stai

lasciando ora, Pat” “Dio, come e difficile…”

Non dimentichero mai quel momento. Era un dolore che non avevo mai sentito

prima.

Lentamente si quieto, riapri i suoi pugni e i suoi occhi.

E anche io con lei lasciai andare mia madre, il mio bambino mai nato, e lei.

Rimanemmo vicine in silenzio ancora un po’ e incominciammo a dondolarci

lentamente, come a cullarci, sostenendoci una alla spalla dell’altra .

“Non so se ci vedremo prima della partenza” mi disse.

“Vorrei fare tante cose…”

“Certo Pat, buona fortuna.”

Ci stringemmo forte le mani, lei mi sorrise e mi disse: “Sto molto meglio, mi sento

viva. Crrazie, grazie di tutto.”

Mi abbraccio e ci lasciammo.

 

 

 

Feci le scale di corsa, senza mai voltarmi. Non vedevo l’ora di abbracciare mio

marito e mia figlia.

Patrizia non la rividi piu, mori di setticemia 48 ore dopo l’intervento.

Adesso, a distanza di tempo, mi piace pensare che non sia stata la malattia a ru barle l’ultimo suo respiro ma la possibility che si e data di vivere fino all’ultimo momento.

Bibliografia:

Berg E. Parole prima del sonno, Longanesi, Milano, 1995

Borgna E. L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano, 2001. De Santi A. ( a cura di ) Il dolce morire, Carocci,

Lewis, C. S., Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1990

Kubler Ross E. La morte e il morire, Cittadella, Assisi, 1988.
Kubler Ross E. ” L’anello della vita“, Frassinelli edizioni, 1998
Spinsanti .S., Le separazioni nella vita, Cittadella, Assisi, 1985

La terapia della Gestalt

 

Fritz Perls

(intervista audio del 1969)

 

L’idea della terapia della gestalt è trasformare persone di carta in persone reali; lo so che sembra incredibile far si che l’uomo vuoto del nostro tempo giunga alla vita insegnandogli ad usare il suo innato potenziale e sia – diciamo – un leader senza essere un ribelle, avendo un centro anziché vivere sbilanciato.

Tutte queste idee sono di difficile realizzazione, ma io credo che sia possibile farlo oggi, che non si debba giacere sul lettino per anni, decadi, secoli, senza cambiamenti essenziali. La condizione per cui questo risultato può essere raggiunto è questa: di nuovo dobbiamo voltarci indietro e parlare del contesto sociale dove ci troviamo… nelle precedenti decadi gli uomini della società hanno vissuto per ciò che era giusto e hanno portato avanti i loro compiti senza riguardo a ciò che essi volevano davvero fare. L’intera società è stata regolata dal “doverismo” e dal “puritanesimo

…. Fai quello che devi che ti piaccia o no….

Oggi, io credo, l’intero contesto sociale è cambiato, il puritanesimo si è trasformato in edonismo, abbiamo iniziato a vivere per il divertimento e il piacere, tutto funzione fino a che è “bello”; questo risuona maggiormente del “moralismo” ma, a mio avviso, è comunque una grande battuta d’arresto; siamo diventati fobici verso il dolore e la sofferenza… lasciatemelo ripetere:

siamo diventati fobici verso il dolore e la sofferenza…

Qualunque cosa non sia divertente o piacevole deve essere evitata, quindi scappiamo via da ogni frustrazione che potrebbe essere dolorosa, e cerchiamo una scorciatoia.

Il risultato è una carenza nella crescita, quando parlo di prontezza nel incontrare le cose spiacevoli, certamente non intendo un’educazione al masochismo, al contrario: il masochista è una persona che ha paura del dolore e insegna a sé stesso come tollerarlo! Io invece parlo della sofferenza che accompagna la crescita del cuore. Parlo di come fronteggiare onestamente situazioni che non ci piacciono e tutto ciò è strettamente legato all’approccio gestaltico.

Il potere della generazione

hands-generationsdi Patrizia Marioni , Franca Aceti , Alberto Gaston ***

La madre dei canti, la madre di tutto il nostro seme, in principio ci generò.

Essa è la madre di ogni razza umana e di ogni tribù …

Lei sola è la madre delle cose, Lei sola …

(Canto degli Indiani Kagaba, Neumann: La Grande Madre)

Tra le varie possibili forme della evoluzione sociale, il potere della generazione si esplicita, in maniera fondante, all’interno di quella stretta giunzione che si costituisce tra l’ordine delle relazioni e l’esperienza del tempo. In particolare, interpretando Vico (Botturi, 1996), l’acquisizione nella coscienza della possibilità di generare (o, in negativo, dell’impossibilità di farlo), da parte dell’uomo, crea quel forte nesso tra “futuro della discendenza” e “passato delle genealogie”, che permetterà il costituirsi dell’ordine nella “città”. Nel taglio scelto in questo breve lavoro, abbiamo pensato di percorrere, tra le varie possibili rotte, quella, un pò “sghemba”, che fa precedere e seguire alle figurazioni ordinate del tempo storico, le figure senza tempo (Zeitlos) emergenti dalla antica rappresentazione mitica del mondo e dalla moderna narrazione psicologica dell’anima. L’atto del procreare appare ormai da alcuni decenni come un aspetto della vita individuale e di coppia legato sempre più all’area della volontà che a quella del desiderio. Il rapporto privilegiato, che si è stabilito tra la tecnica medica e questa sorta di volontarismo ha dato luogo ad un confuso groviglio e ad un intreccio inscindibile di relazioni causa-effetto. Il legame tra medicina e procreazione (del quale è possibile ritrovare tracce storiche antichissime) si afferma definitivamente nella prima metà del nostro secolo, modificando profondamente la vita femminile in stretta relazione con il progresso tecnico: dalla riduzione drammatica della mortalità materna e neonatale alla possibilità per la donna di poter esercitare un controllo sulla propria fertilità. Quando parliamo di “controllo” della riproduzione, pensiamo per lo più ad interventi limitativi della fecondità, dimenticando però come essi rappresentino solo un caso particolare di tale controllo e che la prima e principale preoccupazione dell’uomo sia stata piuttosto quella di massimizzare la fecondità del corpo femminile, vista la relativa infertilità della specie umana: così rivelano le più primordiali statuette votive, dedicate alle Grandi Madri, rappresentazioni della dea della fertilità, incinta, considerata signora della gravidanza e della nascita, oggetto di culto collettivo, divinità dagli attributi materni estremamente enfatizzati. Storicamente, il controllo sociale della fecondità è stato quindi finalizzato all’incremento delle nascite, anche se gli interventi anticoncezionali, condannati dalla morale laica e religiosa e per lo più relegati alla clandestinità, hanno rappresentato una sacca di comportamenti sociali “devianti” probabilmente sempre esistiti. Soltanto dalla seconda metà dell’800 (grazie anche alle modificazioni dell’atteggiamento collettivo provocate dall’esplosione demografica e dalle teorie malthusiane), il controllo limitativo delle nascite, esercitato soprattutto tramite l’interruzione del rapporto sessuale, diviene un comportamento socialmente diffuso e culturalmente riconosciuto. Tanto che Freud lo elencherà tra le cause principali della nevrosi. E’ stato forse proprio il progresso rappresentato dalla contraccezione medica a dare inizio ad una
modificazione profonda dell’aspetto immaginativo del concepimento, rendendo la sessualità parzialmente indipendente dalla procreazione: ieri il concepimento rappresentava una conseguenza sempre possibile dell’atto sessuale e il figlio una potenzialità sempre presente e imprevedibile, oggi è per lo più volontariamente programmato e, in fondo, presente solo grazie alla prevedibilità dell’assenza. Si è passati dal figlio come conseguenza del desiderio sessuale dell’uomo per una donna, al figlio come oggetto della volontà cosciente. Come sostiene polemicamente la Chatel ” … la donna crede di poter padroneggiare la sua fecondità perchè può inibirla, è all’origine della procreazione non come donna desiderata e desiderante, ma come abitante di un corpo femminile: si è passati dal registro erotico, sacro, al registro veterinario” ( Chatel, 1990) . La situazione attuale ha posto le donne davanti a un rompicapo ossessionante, facendole divenire le autrici in prima persona del figlio. Operando la parziale disgiunzione tra atto sessuale e procreazione, la tecnica medica ha, in fondo, consegnato alle donne il potere di decidere quando e se fare un figlio, segnando profondamente la cultura della maternità, e, più in generale, della genitorialità nel mondo occidentale. Ma ciò che caratterizza nello specifico lo spirito di questi ultimi anni non appare più la possibilità di limitare la procreazione, ma la possibilità di procreare al di là di qualunque limite. E, in tal modo, il testimone del potere di generare è passato nuovamente di mano, affidato alla competenza della tecnica medica. Così facendo, la separazione tra sessualità e procreazione sta ormai giungendo a compimento: non solo il sesso non comporta più necessariamente la procreazione, ma la procreazione non comporta necessariamente il sesso. E’ divenuto realizzabile ciò che sinora era rimasto espresso solo sotto forma di mito, la possibilità di concepire senza l’incontro della coppia, mentre l’attuale scenario delle tecnologie riproduttive sembra essere una replica della plurisecolare lotta tra i sessi per il controllo del potere generativo.

Le figure del mito.
Nei miti sulle origini del mondo si conserva la memoria ancestrale di un desiderio femminile di riproduzione autonoma, in seguito cancellato da un potere maschile che ha sequestrato per sé la capacità di dare e formare la vita: alla madre è stata lasciata la mera funzione di accogliere e contenere processi generativi altrui. Ma l’immagine mitica di un corpo materno che genera da sé, fantasma molto più arcaico e indifferenziato di quello edipico, caratterizza il tempo che si colloca prima della storia, di un tempo preliminare alla possibilità stessa della narrazione. E nei più antichi miti cosmogonici ritroviamo Grandi Madri dalle quali tutto trae origine: ciò che sta prima della riproduzione sessuata è una generazione partenogenica, una produzione del grembo femminile. Dalla babilonese Ti’amat ha inizio, senza intervento maschile, un universo che non può essere nominato, in quanto ancora privo di nome: “Quando nessuno aveva ancora fatto parola di un cielo, lassù/ E nessuno aveva ancora pensato che la terra laggiù potesse avere un nome…regnava Ti’amat, la divinità originaria femminile” “Ti’amat è l’elemento proprio degli inizi, la madre degli dei, Ti’amat rappresenta la confusione della palude ove vapori infetti, acque dolci e acque salate si mescolano e si confondono; nel proprio seno genera ogni sorta di creature mostruose e ribelli. Il regno della dea madre, della riproduzione presessuale, è equiparato al caos primigenio. Alla sua “partenogenesi” corrisponde un mondo disordinato, dove non è ancora risuonato il potere ordinatore della parola” (Vegetti Finzi, 1990).
Un’altra Dea, la Notte, è all’origine del mondo secondo un mito orfico. Fecondata dal vento, la Notte dalle grandi ali nere genera in se stessa un immenso uovo d’argento. Dall’uovo nasce il primo generato, Eros, il dio dell’amore, che porta alla luce quanto era nascosto nell’uovo d’argento: il mondo intero. Lo spazio concavo superiore, il cielo, per azione di Eros si accoppia con lo spazio inferiore, la terra, generando Oceano e Teti, la prima coppia del mondo, fratelli e insieme sposi. La madre comune, la Notte, non aveva conosciuto alcuna coniugalità. (Kereny, 1951).
In un’altra versione delle origini dell’universo, quella esiodea, Gaia o Gea, la Terra emersa dal vuoto spalancarsi del Caos originario, prima di ogni altra cosa, senza accoppiamento, partorì come suo simile Urano, il Cielo stellato, affinché questi l’abbracciasse interamente e fosse sede eterna e sicura per gli dei “ma quanti da Gaia e Urano nacquero ed erano i più tremendi dei figli, furono presi in odio dal padre fin dall’inizio, e appena uno di loro nasceva tutti li nascondeva, e non li lasciava venire alla luce, nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia opera sua Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa, stipata” (Esiodo, Teogonia).
Appare l’estrema eco della fondamentale contesa tra i sessi intorno al potere generativo, che porta alla scomparsa della rappresentazione del desiderio femminile di autoriproduzione e alla ri-creazione di un mondo, quello che noi conosciamo, sulle rovine di un universo scomparso. Su questi antecedenti cala la cortina delle tenebre, simbolo dell’impensabile, dell’impossibile. Il potere riproduttivo del femminile si poteva manifestare nell’immaginario mitico anche attraverso il proprio lato oscuro, attraverso la possibilità di rendere impossibile la generazione. Dice Neumann in “Amore e Psiche”: Afrodite è la Grande Madre, l'”origine prima degli elementi” il cui adirato celarsi, come la babilonese Ishtar e la greca Demetra, condanna il mondo alla sterilità: “dopo che la sovrana Ishtar si inabissa, il toro non monta più la vacca, l’asino non si china più sull’asina, l’uomo non si china più sulla donna nella strada: l’uomo dorme nella sua dimora, la donna dorme sola” (Neumann, 1989).
Se nei miti delle origini il mondo si è autogenerato da un primigenio grembo materno e se le grandi dee detengono il potere di regolare la fecondità della terra, in seguito ogni riproduzione avverrà esclusivamente ad opera di un principio maschile. La cancellazione della generatività femminile è tale che la maternità tenderà a configurarsi nel tempo esclusivamente nella modalità strumentale dell’accoglimento e dell’accrescimento. In realtà è solo alla fine del ‘700 che viene messo a punto un modello che riconosce ai due sessi eguale apporto di materiale generativo. Attraverso il mito continueranno però ad avere vita questi fantasmi segreti: la nostalgia di un’impensabile autosufficienza creativa, il desiderio trasgressivo, il desiderio di generare da soli e di essere a un tempo padre e madre. Zeus ed Era sono entrambe figure emblematiche in questo senso. Zeus genera Atena, in un tentativo di autoriproduzione in apparenza perfettamente riuscito: tuttavia, si dimentica spesso l’intervento di un principio femminile in questa genitura, quello di Metis, la pitonessa, simbolo dell’intuito e della perspicacia su cui poggia la saggezza femminile; ingravidata da Zeus e poi da questi inghiottita per la minaccia rappresentata dalle sue facoltà generative, di essere soppiantato nel proprio potere. La riproduzione partenogenetica di Era è, al contrario, realmente possibile, riuscendo a creare autonomamente anche la diversità del maschile, ma pagandone il prezzo attraverso le stigmate della mostruosità, che colpiscono appunto la sua discendenza maschile (Tifone, serpente tentacolare, signore dei venti, tremendo flagello per i mortali; Efesto, con le gambe deformi e i piedi ruotati). La differenza tra i figli partenogenetici è evidente e basta a far intendere quanto fosse ritenuto più pericoloso il desiderio femminile e con quanto maggior rigore la sua interdizione fosse iscritta nell’immaginario stesso. Tanto più che una riproduzione esclusivamente maschile era ritenuta impossibile, mentre l’autonomia generativa femminile sembrava avere minacciosi esempi in natura. “L’idea partenogenetica … ha certamente agito come idolo polemico nella formazione di un sapere biologico sul femminile e ne possiamo spiare i segni nei testi aristotelici sulla riproduzione: si dice che le cavalle possano essere fecondate dal vento, che la iena sia ermafrodita, che tutti i pesci siano femmina, che i cefalopodi e i crostacei godano di una generazione agamica. Alla partenogenesi corrisponde probabilmente, in un altro ordine del discorso, il mito dell’età dell’oro, in cui la terra produceva spontaneamente i propri frutti, senza semina e aratura, e in cui l’analogia terra-donna si configura secondo uno statuto diverso rispetto a quello del potere fallico nella generazione” (Manuli, 1982) Le elaborazioni con le quali le teorie scientifiche tenteranno per secoli di dimostrare ed enfatizzare la superiorità dell’apporto maschile alla riproduzione si configurano allora come costruzioni difensive nei confronti dell’immaginario mitico, progressivamente deprivato di valore e di senso, ma continuamente operante anche al di fuori del suo originario contesto.
Le figure della storia
In linea con le tesi sulla superiorità del sesso maschile, l’ideologia dominante era incline a ritenere che l’apporto seminale essenziale alla riproduzione e alla ereditarietà fosse quello del genitore maschio. L’idea che fosse soltanto il padre a generare il bambino e che la madre fornisse semplicemente il luogo per il suo sviluppo, viene espressa da Eschilo nelle Eumenidi, attraverso le parole di Apollo: “Colei che viene chiamata madre non è la genitrice del figlio, bensì la nutrice dell’embrione appena seminato: è il fecondatore che genera, lei invece, salvo che un dio non l’impedisca, porta il germe a salvezza, come una straniera nei confronti di un ospite. Ti darò una prova di questa affermazione: il testimonio è qui vicino, la figlia di Zeus Olimpo”. Atena approva e si dichiara incontestabilmente “tutta di suo padre”. L’antinomia fra forma maschile e materia femminile, messa in scena dal mito, influisce poi, tramite il pensiero di Aristotele, sulla costituzione dei modelli teorici della biologia e della medicina. Aristotele offre un sostegno deciso a questa teoria, attraverso la sua particolare definizione della donna in termini di incapacità: egli rafforza l’idea che il rapporto tra maschio e femmina sia non soltanto analogo a quello tra forma e materia, ma ne costituisca l’esempio; ed elabora l’idea del maschio come causa efficiente nella riproduzione. Ma sul problema del ruolo dei sessi nella riproduzione abbiamo comunque testimonianza di un ampio e prolungato dibattito che inizia molto prima di Aristotele, nel V secolo, e che continua dopo di lui: le diverse teorie emerse ebbero influenza fino a tutto il diciassettesimo e diciottesimo secolo. Fonti indirette attribuiscono a filosofi presocratici (Parmenide, Empedocle, Anassagora) la tesi secondo cui la donna produrrebbe seme come l’uomo. Nel criticare questa teoria Aristotele osserva, ad esempio, che se ambedue i genitori producessero seme il risultato sarebbero due animali e così argomentando riferisce un’interessante opinione di Empedocle: ciascun genitore fornisce per così dire la sua metà di una tessera di riconoscimento, symbolon, e il nuovo essere vivente è formato dall’unione delle due metà (teoria che Aristotele non accetta considerando che parti di un unico essere non possono sopravvivere indipendentemente in nessuna forma).
Anche un testo di scuola ippocratica, il De morbis mulierum, parlerà esplicitamente di “sperma del maschio e della femmina”, sostenendo, ancora più minacciosamente, l’esistenza di un’autosufficienza generativa femminile, in quanto la femmina possiederebbe sia la capacità formativa dello sperma, portatore di entrambi i caratteri sessuali, sia la materia costituita dal suo sangue mestruale. Da un punto di vista biologico sembravano quindi sussistere le condizioni per una riproduzione partenogenetica che avrebbe reso superfluo l’intervento maschile nella riproduzione. Aristotele imposta sin dal principio la ricerca sulla generazione come interrogativo intorno alla causa che provoca il mutamento generativo, cioè il passaggio dal non-ente all’ente: “la femmina offre sempre la materia, il maschio l’agente del processo di trasformazione: queste noi diciamo che sono le rispettive facoltà e in questo consiste l’essere l’una femmina, l’altro maschio … Il corpo ha dunque origine dalla femmina, l’anima dal maschio (GA,II,738 b 20-26)”. E’ lo pneuma (cioè lo sperma, sangue perfettamente lavorato dal calore maschile, sino a depurarsi di ogni residuo terroso divenendo “pneuma”, evanescente mescolanza di aria e acqua, principio quasi immateriale di vita e di forma) che, agendo sul mestruo, trattenuto nel corpo femminile, vi insuffla la vita. Delle quattro cause che reggono la generazione, Aristotele ne attribuisce ben tre al padre che considera portatore della causa formale, finale ed efficiente, lasciando alla madre, progressivamente depotenziata, solo quella materiale. Sì che la femmina entra nella generazione come sesso non generante. La metafora della terra e del seme, che organizza la teoria aristotelica, è, in questo senso, decisiva: alla femmina spetta soltanto un compito di contenimento e di nutrizione che non incide affatto sulle modalità di formazione del nascituro. La contrapposizione tra i due sessi nella generazione non potrebbe essere più dissimmetrica: dalla parte del maschio (agente e trasformatore), forma e attività; dalla parte della femmina (paziente e contenitore), materia e passività. Anche le spiegazioni date più tardi dagli autori di scuola ippocratica alla sterilità si muovono sulla strada del pregiudizio maschile: nelle opere di argomento ginecologico la sterilità della coppia è considerata per lo più un difetto femminile, legata prevalentemente a ostacoli che impediscono la recettività. Nel Corpus Ippocratico (Mul I op 20) si afferma che se la donna, pur avendo un flusso mestruale normale, non accoglie il seme, probabilmente c’è una “membrana” nel condotto, anche se si ammette che possano esserci anche altre cause. Le figure dell’anima
Pensare all’accoglienza di un figlio su uno sfondo archetipico corrisponde alla capacità di cogliere, in questa esperienza, l’attivazione di un campo psichico ‘impersonale’. Ma esiste una particolare costellazione archetipica che esprima la ‘possibilità generativa’? “Nell’inconscio tutti gli archetipi si contaminano a vicenda. Possiamo paragonare quanto avviene a una sovraimpressione di fotografie l’una sull’altra … così nell’inconscio sembrano poter coesistere simultaneamente parecchie rappresentazioni. Un motivo viene ‘scelto’ solo quando viene esaminato dalla coscienza. E’ come se essa puntasse un proiettore, non importa verso qual punto, poiché in un modo o nell’altro raggiunge sempre l’inconscio collettivo nella sua totalità ” ( von Franz , 1985). Il motivo archetipico “scelto” come sfondo, per riflettere attorno all’esperienza della generatività é quello della “Grande Madre” intesa come “archetipo della psiche femminile”. Certo, stabilire i confini della generatività sullo sfondo di un ‘campo psichico impersonale’, descrivere le sue qualità specifiche, le sue direzionalità, il suo ambito simbolico, le sue immagini, può divenire un ‘puro’ esercizio scolastico di ‘orientamento’ attorno alla realtà della psiche e al suo manifestarsi. Tutto ciò pur sapendo che nulla può essere circoscritto e definito dei suoi processi, ma soltanto circumnavigato ‘per amor di ac-costamento’ e, come dice Neumann, per “addestrarsi ad aver occhio” verso la dimensione archetipica. Può essere utile specificare che ” … la Grande Madre non é vincolata alla figura di una madre concreta, essa agisce endopsichicamente nell’uomo come nella donna, nel figlio come nella figlia … nel dominio psichico essa produce prima di tutto una specifica attitudine materna. L’istinto materno la impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un atteggiamento che si estende all’infinito attraverso meccanismi di proiezione, poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa a cui attribuire il significato di ‘figlio’, ivi si fissa, per rivolgervisi maternamente”. ( Bernhard, 1985). E’ il ‘bambino psichico’, dunque, nella sua condizione fantasmatica, ad attivare il ‘campo psichico impersonale’ dell’archetipo della Grande Madre. Neumann sottolinea che la definizione ‘ Magna Mater’, nella sua combinazione di ‘Madre’ e ‘Grande’, ” … non é tanto un dato concettuale: essa implica piuttosto una complessa situazione psichica dell’io; in ugual misura grande (cors. nos.) esprime il carattere simbolico di superiorità, che la figura archetipica possiede nei confronti di tutto ciò che é umano, e, in generale, di tutto ciò che é stato CREATO”. (Neumann, 1981)
Ma quando tale ‘carattere di superiorità’ domina la vita psichica? “La fase in cui la coscienza dell’Io nel suo rapporto con l’inconscio è ancora infantile – dice Neumann – … viene rappresentata nel mito con l’archetipo della Grande Madre”. Noi indichiamo la costellazione di questa situazione psichica e le sue forme di espressione e proiezione come ‘Matriarcato’. (Neumann, 1975 ).
Allora forse si può ipotizzare l’atto psichico dell’accogliere un figlio’ come l’esperire psichico di una figurazione dello ‘stato matriarcale’, in cui l’inconscio ‘domina e dirige’.
Ma cosa significa essere toccato dall’attività dominante dell’inconscio? Per provare a chiarirlo è necessario avvicinarsi in modo descrittivo al mondo psichico connesso con tale archetipo, e soprattutto bisogna cogliere la ‘posizione’ dell’Io’ in tale costellazione; qui le parole di Neumann ci soccorrono e ci illuminano specialmente quando dice che “…la coscienza matriarcale riflette i processi inconsci, li riassume e si regola a seconda di essi, cioè si mantiene più o meno in attesa, senza intenzioni volontarie dell’Io”. La coscienza matriarcale nel suo atto di ricevere un contenuto, lo ingloba e lo ‘porta a compimento’. Non si tratta già di una comprensione dei contenuti, come atto di elaborazione e ordinamento intellettuale, ma di un ‘lasciar agire un contenuto’. Quando qualcosa deve essere compreso, esso deve ‘penetrare’ nella coscienza matriarcale, nel senso sessuale-simbolico di fecondazione e quindi di ‘concepimento’. Il capire diviene un concepire ; l’azione si trasforma in attesa . L’attività ‘circolare’ e ‘covante’ della coscienza matriarcale non va mai dritta allo scopo come l’atto di pensiero, la deduzione ed il giudizio, ma allude. Sue caratteristiche sono il girare attorno a un centro e l’osservare; quell’agire, cioè, che Jung definì il ‘render pregno’ (Jung, 1988). Con il capire-concepire subentra così per la coscienza matriarcale un mutamento della personalità; si tratta di un riferirsi al contenuto nel modo dello scambio reciproco, così come madre ed embrione mutano reciprocamente durante la gravidanza. L’Io della coscienza matriarcale non possiede attività libera ed indipendente, ma attende passivamente. Il suo compito consiste nell’attendere e nell’adattarsi; nell’esser pronto a ricevere il
contenuto emergente; nel porsi in accordo con esso… Portare a compimento e maturare una conoscenza, attività tipica della coscienza matriarcale, assume anche il significato dell’atto di ricevere, che sta alla base del concetto di assimilazione di un contenuto. Il fatto che l’Io della coscienza matriarcale sia più passivo a confronto di quello patriarcale, non dipende dalla sua incapacità all’azione quanto piuttosto dal sapersi affidato a un processo in cui non può ‘fare’ ma deve,invece, ‘lasciar fare’. In tutte le situazioni decisive della sua esistenza, il femminile è affidato, o meglio “abbandonato”, al nouminoso della natura e del suo influsso. Perciò il suo rapporto con la natura e con la divinità è più fiducioso ed intimo. Gravidanza e nascita portano con sé mutamenti psicobiologici totali che richiedono o presuppongono un atteggiamento ed una trasformazione di lunghi anni. La fecondazione, la natura sconosciuta del bambino, il suo modo d’essere, il suo sesso, la sua salute, il suo destino, sono queste tutte le cose in cui il femminile dipende dalla grazia e dal potere della divinità; mentre l’Io é destinato alla non attività e al non poter intervenire. Gravidanza e nascita permettono però anche al femminile di far esperienza della propria capacità ‘creativa’. Il femminile esperisce nella gravidanza una combinazione del carattere elementare e del carattere trasformatore dell’archetipo. Neumann specifica che il carattere elementare fornisce la ‘base’ stabile ed immutabile del femminile più specificamente materno, su cui poggia il carattere trasformatore, che è l’elemento maggiormente differenziato della psiche femminile (Anima). Egli pone così l’accento sull’aspetto dinamico della psiche che, in contrasto con le tendenze conservatrici del carattere ‘elementare’, spinge a muoversi, a cambiare, e quindi, in ultima analisi, alla trasformazione. La generatività, posta come premessa della propria trasformazione, appare pertanto correlabile ad processo di differenziazione dell’archetipo, o meglio e piuttosto, ad una ulteriore costellazione psichica, diversa dalla situazione originaria, che è fortemente espressa dal carattere ‘elementare’ del femminile ed dal suo simbolismo.

 

Verso il prevalere della ‘tecnica’
Il nostro tempo appare caratterizzato dall’apertura di scenari avveniristici in tema di riproduzione, che sembrano in fondo dar corpo alle descritte antiche immagini e profonde fantasie . E’ diventato pensabile e possibile generare un figlio in assenza di un padre (e forse in assenza di una madre: qualcuno parla già di utero artificiale), in assenza di una coppia, o al di là degli ostacoli posti dallo scorrere del tempo, addirittura al di là della morte di uno dei genitori. Un figlio ad ogni costo, sino a separare il tempo dell’individuo dal tempo impersonale delle cellule seminali. Sembra quasi che possano realizzarsi gli scenari mitici della generazione partenogenetica di Era o della gravidanza nella ottuagenaria Sara. Ma Era è una dea e Sara partorisce per miracolo divino. L’elemento divino, che nel mito permette di operare in modo onnipotente, sembra essere oggi portato dalla tecnica medica, che assume su di se il potere della generazione.
E il potere sembra non voler conoscere limiti.
Il biologo Jaques Testart, pioniere della fecondazione in vitro, denuncia attivamente una corsa verso l’induzione di nuovi modelli “artificiali” di procreazione, che sottomettono sempre di più i pazienti al rilancio della biotecnica. Oggi profetizza il peggio, basandosi sul postulato che ciò che si può fare sicuramente si farà .
Appare qui, decisa, la realizzazione visionaria di Aldous Huxley (1932) e del suo Mondo Nuovo, dove, per dirla con le parole del direttore del centro di incubazione e condizionatura, si esce “dal campo della più servile imitazione della natura per entrare in quello molto più interessante dell’invenzione umana”, dove nascere significa essere travasati, dove gli esseri umani servono solo come anonimi donatori di cellule seminali e tutto il resto è completamente in mano alla tecnica, dove è infine possibile regolare e modificare l’ambiente artificiale in cui si sviluppa il “prodotto” in modo da poterne prefabbricare le caratteristiche e il futuro gruppo di appartenenza sociale.
*** Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Facoltà di Medicina e Chirurgia, cattedra di Clinica Psichiatrica e Igiene Mentale. Primario prof. Alberto Gaston

Bibliografia

BERNHARD E., Mitobiografia , Adelphi, 1985.

BOTTURI F., Il tempo storico in Giambattista Vico, in Tempo e Storia, Atti del VI coll. della Facoltà di Filosofia, Pontifica Università Lateranense, Herder, Roma, 1996

CHATEL M. M., (1985) Il disagio della procreazione , tr. it. Il Saggiatore, Milano, 1990.

HUXLEY A.,(1932) Il mondo nuovo, tr. it. Mondadori, Milano,

JUNG C.G., (1934) Gli archetipi dell’inconscio collettivo, tr. it. in Opere, Vol. IX, Boringhieri, Torino, 1980.

KERENY C., (1951) Gli dei e gli eroi della Grecia, tr. it. Il Saggiatore, Milano, 1963.

LLOYD G.E.R., (1983) Scienza, folklore, ideologia. Le scienze della vita nella Grecia antica. tr. it. Boringhieri, Torino, 1987

MANULI P., L’elogio della castità. La ginecologia di Sorano. in I corpi possibili, Memoria, 3, 1982

NEUMANN E. (1953)- La psicologia del femminile, tr. it. Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1975

NEUMANN E., (1956) La grande madre, tr. it. Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1981

NEUMANN E., (1971) Amore e psiche, tr. it. Astrolabio-Ubaldini, Roma, 1989

VEGGETTI FINZI S., Il bambino della notte., Mondadori, Milano, 1990

VON FRANZ M. L., Le fiabe interpretate , Boringhieri, 1985

Dall’anamnesi al racconto:

klee7Analisi esistenziale e/o analisi narrativa?

Bruno Callieri

 

La centralità della narrazione in psichiatria (G. Martini, pag. 239) si impone sempre più, con l’attuale attenzione alla dimensione ermeneutica e quindi alla irrinunciabilità del paradigma informativo, pur lasciando impregiudicata la validità dell’informatizzazione del linguaggio analogico. In generale, la svolta narrativa nella letteratura medica e psicologica e nella letteratura sull’esperienza della malattia ha beneficiato degli interessi più ampi dell’analisi letteraria, sia nelle scienze umane che nelle scienze sociali.

Ricoeur parla di tempo narrativo; forse però spetta ad Arthur Kleinman (1988) il merito di aver unito la tradizione antropologica a quella clinica, mostrando “il significato che viene creato nella malattia”, plasmato dai valori culturali e dai rapporti sociali. Si cerca di scoprire e anticipare nelle loro varie dimensioni la struttura e il significato degli eventi che si svolgono: si pensi all’anamnesi offerta dai familiari di un malato di cancro o a quella fornita dai genitori di uno schizofrenico o dai familiari di un’ossessiva. D’altra parte, è necessario assumere di volta in volta punti di vista diversi per seguire le prospettive presentateci dal “narratore”, quando propone e riconfigura eventi vissuti, azioni trascorse, torti patiti; c’è anche da tener conto che il progressivo svolgersi del racconto anamnestico induce alla scoperta personale di nuovi significati proprio da parte del narratore (paziente, o presunto tale). Questi significati riguardano sia la costruzione della trama della malattia, sia la posizione del sofferente nel contesto del discorso locale, quasi sempre familiare. È qui che lo psicoanalista cerca di revocare l’oblio. Certamente è nostra esperienza di terapeuti (a qualunque scuola si appartenga) che la trama narrativa che va dispiegandosi prenda insieme (com-prenda) e integri fra loro eventi molteplici e dispersi (Ricoeur, 1983), costruendo, a partire da ciò, anche totalità significative: la morale del racconto, il de te fabula narratur. Basti pensare alla più comune forma di storia, di ricostruzione anamnestica, che narra come una malattia abbia preso inizio da un “grave” trauma emotivo associato ad un’esperienza di paura o ad una grave perdita personale (vanno ricordate qui leSchreckpsychosen, le Psicosi da spavento, di Panse, che io studiai – sia pure molto superficialmente – tanti anni fa).

Certo, una narrazione così intesa, proprio nel senso di Binswanger, stimola, sollecita lo psicoterapeuta ad entrare nel mondo ipotetico e possibile del come-se, proposto dal paziente, attirandolo nelle sue diverse prospettive e ricostruzioni. In vero, un’anamnesi è sempre una metafora alla quale sottostà un’autobiografia del profondo. Nel resoconto anamnestico del paziente lo psicopatologo deve saper cogliere le sequenze alternative del suo narrare, dove ogni trama implica una diversa forma di efficacia perché mantiene sempre un’apertura al cambiamento: e ciò forse anche in persone con evidenti ritardi mentali, sia d’origine che di declino o di tramonto. Quando si racconta il proprio passato, non lo si rivive, lo si ricostruisce; il che non vuol dire che lo si inventa; un evento non può far ricordo se non è carico di emozione. Si pensi ai racconti che il fanciullo fa a se stesso: la posta politica del racconto di sè è enorme; si tratta di salvare Narciso, proprio tessendo un legame d’intimità con l’ascoltatore, sopprimendo le sfaldature, le linee di clivaggio; Dolores Munari Poda e Anna Rotondo ce lo ricordano, con la magia del loro dire di terapeute transazionali.

Qui è opportuno accennare alla collocazione narrativa della sofferenza (Good, pag. 241), dimensione esistenziale di primaria importanza. Spesso lo svolgersi di un’analisi, nel succedersi ripetitivo delle sedute, può apparire come il mero tentativo di dare un senso alla propria vita, collocando la storia in un contesto unitario e univoco, visto dal paziente da prospettive di volta in volta diverse. Il contesto sociale, a mio parere, offre alla memoria autobiografica punti di repere più attendibili dell’intrecciarsi degli avvenimenti. In tal senso si può anche parlare di una formazione storico-culturale e socio-culturale della propria malattia, di uno svolgimento interiore che può sminuire il valore della sofferenza e deformare l’essenza profonda dell’esperienza vissuta, confermando in certo qual modo il concetto di realtà come costruzione sociale o esistenziale (Berger e Luckmann).

Noi non siamo altro che la storia che narriamo su noi stessi; e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia. La nostra identità narrativa è, insieme, accertamento di dati e narrazione creativa: l’ermeneutica come unione frafinzione narrativa (fiction) e storia. L’uomo come trama di una narrazione attraverso la quale scopriamo la nostra identità, identità piena di senso e che può essere decifrata e compresa (P. Ricoeur, Temps et récit, vol. II).

Secondo me, la narrativizzazione di ogni storia di malattia (il suo più o meno radicale assorbirsi in trame narrative), è uno degli strumenti primari di cui ci si serve per contestualizzare la malattia: si tematizzano aspetti del tutto nuovi dell’esperienza, mentre altri scompaiono dall’orizzonte del suo farsi cronico. Ciò era stato ben visto da Walter Benjamin nel suo bel saggio Il narratore. L’anamnesi è cosparsa di “lacune”, che provocano una risposta dell’immaginario, ricollocando la realtà in un quadro di senso spesso vario ma sempre molto aperto al contesto; rara è qui la mera confabulosi; chè rendere non-dimenticato ciò che è stato dimenticato (rimosso) è scopo terapeutico, anche se il freudiano Pierre Bertrand sembra dubitarne, tenendo non molto conto della distinzione freudiana tra oblio non pacificato (prima) e oblio pacificato (dopo la cura).

La storia interiore di vita, così come ancora oggi è da noi intesa nella scia di Binswanger, ci dà un’idea dell’importanza delleidee portanti, che spesso sembrano eludere la vita e sfidare la descrizione razionale (cfr. Di Petta). Forse in questo ambito la sensibilità dell’antropologo e dell’ermeneuta può essere davvero utile allo psicoanalista e all’analista esistenziale: ci si consente di elaborare la nostra interpretazione alla luce della dimensione narrativa con-vissuta (il coinvolgimento, di cui dirò oltre). Il mondo della dimensione narrativa è, come quello di ogni esperienza umana, sempre un mondo temporale; anzi, si può dire che “il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo” (Di Petta), sia come favola che come intreccio. Seguendo anche qui la grande lezione di Ricoeur, si può dire che la costruzione dell’intreccio – come, man mano, il narrante (psicotico, nevrotico, normale) va delineando – procede attraverso una paziente operazione di trafilatura e di integrazione di elementi anche molto eterogenei, non troppo lontani dalla formazione dei sogni, dall’oneirogenesi freudiana.

Si pensi qui anche, alla trascrizione (narrativa) del racconto del sogno, come comunicato a quel recettore vivente che è appunto l’analista: questi si trova di fronte a una storia raccontata, che va a produrre nuovi significati, e ad un intreccio, da intendersi come delicata e complessa integrazione, volta a costituirsi come una basilare condizione dell’esistenza temporale. Basti pensare al fatto che nell’interno del narrante (per esempio, del paziente fobico, ossessivo, isterico, psicopatico, schizofrenico, melancolico, ipertimico, perverso), i vissuti si temporalizzano secondo scansioni irresistibilmente soggettive, rigide o mutevoli, in tal modo rivestendosi di senso.

Nel suo lavoro su “L’apprendere mediante l’esperienza, il comprendere e l’interpretare in psicoanalisi”, (che lessi nell’edizione di Gallimard del 1970) e in quello del 1954 su “Analisi esistenziale e psicoterapia”, Binswanger si poneva nettamente il problema se fosse possibile l’edificazione di una scienza sperimentale del comprendere, cioè del dare un senso, e darlo soltanto tramite l’esperienza e senza pre-giudizi. E qui compare, nella sua attuale fluenza di significato, il rimanereimpigliati e impelagati nelle storie dei nostri pazienti che (come dicono Naudin e Coll.) restano empêtrés dans des histoires.

Wilhelm Schapp (del cui pensiero ebbi conoscenza tramite la lettura di Ricoeur), rinnovando la fenomenologia e l’ermeneutica attuali alla luce della narratività, ci consente come pochi altri oggi di riprendere Binswanger alla luce di una teoria generale dell’esperienza in tanto che narratività; e ci stimola ad accostare la sua innere Lebensgeschichte alla histoire interne de la vie, come è stata sviluppata da Pierre Fédida (1982-83) e recentemente ripresa da Naudin e Coll. (1995). Invero, la storia interiore della vita privilegia la ricerca delle connessioni di sensoche instaurano legami intenzionali tra le esperienze vissute; qui Binswanger aveva riconosciuto appieno il merito di Freud nel fornirci una base razionale dall’interpretazione (intendendo qui l’interpretare – credo – come un quasi-apprendimento-per-esperienza). È in questo ambito ermeneutico che il caratteristico cammino di Binswanger – a zig-zag tra Husserl e Heidegger – si fa molto evidente, una volta deciso che i fondamenti della comprensione debbano essere freudianamente conformi all’esperienza. I legami fra percezione e comprensione si annodano strettamente fra loro, attorno al pesante pacchetto del problema dell’altro (la question de l’autrui); e va ben ricordato che tale problema è impregnato della pesante eredità europea, costituita dalla brillante carriera dell’Io, di questo Io che – come dice Aldo Masullo – è il fantasmadell’identità, di questo Io solitario, “imperatore cinese d’Europa” (Ortega y Gasset). Ma come rifiutare l’Io, come respingerlo in un limbo? L’Altro qui si interpone perentorio per restaurare il regno dell’Io, nonostante Heidegger ci dica che il Dasein non è affatto l’io, e che è difficile pensare un’esperienza personale, cioè fortemente ancorata all’ontico, nel contempo pensabile solo comeistorialità (Geschichtlichkeit).

L’io, allora, come cancro della psicologia? Ecco, con Binswanger, la necessità di pensare che il comprendere la storia di ciascuno come storia individuale non basta; ci vuole anche – anzi, soprattutto – il ristabilire questa storia del singolo in seno alle connessioni che ne fanno una storia comprensibile pour autrui, per l’altro-da-noi: storia nel senso del racconto che ogni paziente ci può fare dell‘intreccio delle proprie esperienze vissute e del percorso narrativo, del progetto (cfr. Herzog), che vi si rivela. Questa è appunto la grande narrazione, la storia interiore della vita; ed è una storia di decisioni, di scelte, nella quale attraverso la molteplicità dei vissuti si rivela l’unità di uno stile, la dimensione irriducibile di una narranza. Esperire questo scegliere dell’altro e – su tale base – interpretarne gli sviluppi e i dispiegamenti, mettere in relazione la storia interiore dell’altro (come egli ce la racconta) con altre storie di altri: ciò può rivelare connessioni di senso intime fra l’esperienza vissuta di uno psicotico (alienato o folle che dir si voglia) ed altre esperienze vissute da altri uomini (psichiatri inclusi): le connessioni di senso – sia intra- che inter-personale – come fondamento di ogni possibilità di significato.

Proprio qui la lettura di Wilhelm Schapp – di questo filosofo per il quale è la storia (narrazione) ad essere la prima, e non la percezione – ci si propone nel suo valore risolutamentenarrativo dell’esperienza, nella sua struttura narratologica, nel suointreccio, come vero e proprio principio organizzatore. È W. Schapp a fornirci delle valide chiavi – atte a comprendere l’unità narrativa di una vita – capovolgendo in un certo qual modo il primato husserliano (o meglio, del Binswanger husserliano) della percezione come elemento di partenza di ogni anamnesi. Naudin (1994) ci ha mostrato come la fenomenologia di Binswanger oscilli tra il modello scientifico del récit, racconto, narrazione (è anche la tastiera dell’organo in francese), e quello poetico-lirico; pur oscillando, egli tuttavia mi sembra insistere più sull’unità narrativa di una vita e quindi organizza il suo racconto attorno allo svolgimento (déroulement) lineare di un tema.

Binswanger, ad esempio, mostra come lo sviluppo di un delirio può esser sia conseguenza di un processo (nel senso psicopatologico jaspersiano), sia un momento logico nell’unità narrativa di una vita: unità narrativa, intreccio, plot, che egli chiama un progetto di mondo (Weltentwurf, cfr. Herzog). Nel suo racconto, la storia di una malattia viene messa in connessione, in ogni momento, con la storia di una vita.

Lo studio binswangeriano dei casi ha la struttura stessa di un récit de fiction, denso e a rete. Ci si potrebbe allora chiedere: è forse questo un carattere artificiale costruito attorno a un’unità narrativa, quindi ben lontano dalla dimensione pratica di ogni storia clinica di malati mentali o quant’altro? Io invece ritengo che nulla di tutto ciò sia più autenticamente prossimo alla clinica. E invero la proposta fenomenologica di Wilhelm Schapp riesce a illuminare in modo davvero intimo proprio quello che caratterizza l’esperienza clinica, forse a illuminarlo sotto una luce nuova. Il suo filo conduttore non è tanto la percezione (husserliana) dellacosa, quanto il suo prioritario sorgere nelle storie, nellenarrazioni, negli intrecci. Diversamente dal romanzo – e lo fa ben notare Ricoeur, in “Soi meme comme un Autre”, 1990 – che si dispiega in un intrigo di un mondo proprio, conchiuso, qui – in psichiatria – le storie vissute dagli uni sono necessariamente incastrate nelle storie vissute dagli altri: incastrate e aggrovigliate (enchevêtrées, come dice Ricoeur), e aperte alle due estremità. L’esperienza clinica procede a zig zag nel seno stesso di questo aggrovigliamento, di questo plotting, del restare impigliato in storie (1992), empêtré dans des histoires. Una stretta passerellaconnette le storie e il mondo esterno: appunto qui è il luogo delle configurazioni che Schapp chiama le choses-pour, la Wozuding, che J. Greisch chiama le Verstrickungen (1992), l’intrigarsi,l’impigliarsi in una rete, una rete derivante dal contatto tra i rispettivi universi mentali, in un orizzonte, che è quello delle storie, del plotting.

Riassumere il testo di Schapp senza snaturarlo è un gran rischio. Ci dovrò provare in poche righe.

Il suo concetto fondamentale è la Wozuding, la cosaper: la cosa non va presa nella sua singolarità percettiva, ma “nellaconnessione del contesto in cui essa si trova”. Allora il termine che egli qui usa non è “percezione”, ma è auftauchen, direi: “sorgenza, emergere, nascenza”.

Le cose-per, le Wozudingen, sorgono con le loro determinazioni non in un presente puntuale, ma in connessione con un passato, una storia, un’età, che sono anche presente, cioè qui-ora. In tal modo, il passato sorge continuamente all’orizzonte, e fa parte dell’orizzonte di ogni cosa-per, dell’orizzonte come rete di significati, in cui si inscrive l’attività dell’uomo. La materia non sorge o si costituisce che mediante la cosa-per e diviene comprensibile – per Schapp – solo a partire da questo cerchio.

Schapp capovolge dunque il primato della percezione; laWozuding, la cosa-per, la chose-pour (come ben dice Jean Greisch), che deborda ampiamente il campo degli utensili, non la incontriamo nella percezione, ma nella storia stessa: ciò che caratterizza la cosa-per è il suo sorgere, emergere, pro-porsi insieme con una storia, tutt’uno con una narrazione (preferirei il termine “narranza”, più ondivago). Per Schapp, al di fuori dellestorie, la cosa (sia come utensile che come oggetto culturale), non sarebbe nulla. In tal senso, la percezione (o l’allucinazione) viene a significare qualcosa solo in quanto è inserita in storie, in tessuti narrativi: “Il centro di gravità dell’allucinazione non sembra trovarsi altro che nella storia allucinata”: è l’impigliamento dell’allucinato. Ecco la tesi di fenomenologia di Schapp, sulla quale – secondo me – si fonda ogni narratologia: nell’uomo la storia prende il posto della percezione.

Importa allora – e importa radicalmente – vedere come gli altri si impiglino nelle loro storie; è proprio questo che cerchiamo di comprendere allorché parliamo di comprendere l’altro-da-noi. E ogni storia ci appare presto avere un orizzonte, una connessione con altre storie, senza un inizio e una fine: ogni storia possiede una connessione vivente con altre storie.

Questo della connessione vivente mi pare essere il filo conduttore della filosofia narrativa di Schapp, filo che collega – in certo qual modo – il filosofo allo psicopatologo Binswanger. La storia di un uomo, la sua storia intima, può estendersi anche a dismisura verso colui che l’ascolta, e intrecciarvisi e impigliarvelo. In vero, narrazione e ascolto non sono riducibili a mera trasmissione d’informazione, ma fanno a loro volta esse stesse parte inscindibile di una storia: c’è un vero e proprio passa-parola, che stabilisce nuove connessioni viventi: non c’è una storia isolata, tutto è narrazione di connessioni viventi.

Ma c’è anche, dice Schapp, un auto-impigliarsi, un impigliarsi in storie soltanto in prima persona, storie che sono costitutive del nostro essere: ognuno di noi sempre resta impigliato, invischiato (a volte, anche ingarbugliato) in numerose storie passate, il cui intreccio sovente è a mala pena rintracciabile. Eppure, a ben riflettere, noi possiamo attingere il nostro fondo soltanto attraverso le nostre proprie storie. Non si tratta qui – si badi bene – di sola introspezione; si tratta piuttosto di scoprire il nostro conficcarsi e immergersi nelle nostre storie, intuirlo, a volte seguendolo a tastoni, a volte costruendolo con l’ausilio dell’immaginario. Il problema diviene allora l’unità nelle varie storie, nelle varie autonarrazioni: le storie che non si accatastano l’una sull’altra, come un mucchio di pietre o un ponteggio, ma piuttosto evocano l’immagine dell’albero, con i suoi germogli in attesa del proprio sviluppo e dell’intrico dei rami. Le storie, le narrazioni hanno una direzione di crescita: in ogni narranza, in ogni atto narrante è già predisposta la narrazione da venire, con la sua tessitura propria, conforme alla direzione di crescita e ai venti che ne modellano il piegarsi, e conforme alla capacità di ripresa, alla resiliency.

Ecco il racconto che trasforma, che continuamente sopravanza (anticipa) se stesso e continuamente si rivolge indietro; ma non nel tempo dell’orologio: il passato e quel che ha da venire sono, ciascuno a suo modo, presenti nell’orizzonte della storia (narrazione), risultanti da un contesto significante, secondo una direzione univoca di crescita, di itineranza, che però non indica mancanza di legami (Cyrulnik).

A me pare che la concezione delle connessioni viventi che fanno le storie interiori di vita, l’idea degli intrecci che ne formano la contestura, faciliti un’altra via di accesso a quello che la psicoanalisi chiama “inconscio” (come ben ci mostra Ravasi Bellocchio, in un suo mirabile contributo): appunto l’accesso offertoci dalla narrativizzazione in cui ogni relazione si innicchia. Questo ci consente di comprendere come il racconto (le récit) del nostro passato sia un’anticipazione, un’intenzione di andare a cercare nella nostra memoria qualche ricordo (diceva Paul Valéry “le souvenir de l’avenir“) per comporne una narrazione: un racconto da indirizzare agli altri, ma anche a noi stessi. Ciò significa che ogni racconto, come dice Cyrulnik, è una co-produzione (pag. 163).

Ecco, allora, il co-involgimento nostro con le storie dei nostri pazienti: è il coinvolgimento nel Noi (la Wirheit di Buber). Lasciando da parte le implicazioni pratiche di ciò (cfr. il mio “Dall’alienità all’alterità: lo psicotico dall’istituzione totale alla comunità”, Bologna, gennaio 1999), insisterei piuttosto, parlando di coinvolgimento, sul ritorno alla fenomenologia comprensiva come pensiero delle connessioni viventi, proprio secondo la concezione dell’analisi narrativa di Wilhelm Schapp.

È in questo senso che Schapp evoca le storie del malato di mente, “storie che sovente sono, in sé, ancora piene di senso e che si ricollegano le une alle altre”: dall’alcôve obscure des souvenirs, di Baudelaire, a le glacier des vols qui n’ont pas fui, di St. Mallarmé, e à la recherche du temps perdu, di Proust.

Ecco allora l’importanza che ha per lo psicopatologo antropologicamente orientato il ricercare le eventuali convergenze tra la proposta fenomenologica di Schapp e l’analisi esistenziale di Binswanger, la quale andrebbe ri-assunta sotto la visuale di un’analisi strettamente narrativa: la comprensione, l’ermeneutica, le connessioni viventi, cioè la moltitudine delle storie che si connettono tra loro. Storie, non oggetti, nel senso che l’oggettoassume senso soltanto nella storia; e l’oggetto in questo contesto non è altro che un derivato della cosa-per (la Wozuding).

Ripetiamo ancora una volta: esperire, nel senso di Schapp, non altro è che stabilire connessioni in seno a una storia intima di vita, è impelagarsi, essere-invischiato, è continuare un discorso illimitato a intreccio.

Il quasi-esperire, di cui parla Binswanger a proposito di quell’interpretare che è proprio della psicoanalisi, è anch’esso un atto che non può esser còlto al di fuori del racconto. Niente si dà di esteriore alla storia, al racconto. In tal senso, allo stesso titolo della psicoanalisi, anche l’analisi esistenziale – si pensi a Medard Boss – è un’analisi narrativa: questa espressione è molto criticabile, ma non ne ho trovato un’altra migliore.

Peraltro, questa analisi narrativa mantiene ulteriormente la sua ambiguità ove ci si chieda se essa sia (o sia anche) un metodo terapeutico. C’è un narratore, c’è un ascoltatore, c’è un coinvolgimento, un vicendevole impigliarsi in una narrazione; l’aspetto fenomenico della seduta, del colloquio, non esiste al di fuori della sua struttura, della sua configurazione narrativa(repetita juvant!). La psicoterapia (e mi pare che qui Schapp abbia pienamente colto nel segno) è una variante del colloquio narrativo.

Blankenburg (1965) ha saputo descrivere come pochi altri psichiatri la radicalità dell’auto-impigliarsi, da lui intesa come sottomissione a un tema, divenuto autonomo, indipendente dalla storia interna di una vita: è un orizzonte di chiusura, una zona perenne di penombra, incomprensibile (Jaspers), proprio perché solo la comprensione, stabilendo connessioni viventi, è apertura ad altri campi, ad altre storie. È evidente qui una precisa riformulazione del compito dello psichiatra: col colloquio, con l’entretien, con la connessione, egli deve trovare e instaurare un accesso ad altre storie, ad altre narratività, ad altre significanze, in questo modo riaprendo connessioni viventi nell’ambito di una dialogicità, di un vicendevole impigliarsi, di un co-empêtrement(Fédida).

In tal senso accedere alla dimensione narrativa di una storia è aprire il campo ad un comprendere che non è più soltanto il comprendere jaspersiano; articolare l’analisi esistenziale sul piano narrativo è un agire consapevole e fondante che vuol sottolineare l’importanza dell’analisi delle connessioni viventinell’intimità dell’esperienza; ciò significa raccontare delle storie vissute e imparare a coglierle nel loro esser-così. Quel coinvolgersi e impigliarsi nelle storie, in multiple connessioni – come ci indica W. Schapp – significa che le cose-per in tanto valgono in quanto sorgono in una narrazione e in funzione di essa. L’analisi esistenziale, e anche quella psicoanalitica, vanno riconsiderate come un’analisi strettamente narrativa con la propria sintattica, semantica e pragmatica. Prescindere da ciò, oggi, appare alquanto ingenuo e, forse, molto fuorviante.

 

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

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Restituire la soggettività. Lezioni sul pensiero di Franco Basaglia.

rovatti

Riflessioni sul seminario con Pier Aldo Rovatti intorno al suo ultimo testo

nell’ambito dell’iniziativa

“Verso il festival dei matti” Sesta edizione, Politiche/Poetiche

Teatrino di Palazzo Grassi Venezia (24.10.2014)

Continua…

Sogno insolito nel setting psicoterapeutico

Sogno1UN CASO DI “SOGNO INSOLITO” NEL SETTING

PSICOTERAPEUTICO

LA PSICOLOGIA DI FRONTE ALLE “FENOMENOLOGIE ANOMALE”

Sacco Università di Siena Istituto di Psicologia

  1. INTRODUZIONE L’atteggiamento che la psicologia attualmente presenta nei confronti di quei fenomeni studiati per definizione dalla cosiddetta parapsicologia è analogo a quello della scienza in genere: malfidenza, scetticismo, o nella migliore delle ipotesi, rimozione. Ciò è del tutto comprensibile, se si pensa alla difficoltà perfino di accordarsi sull’esistenza dell’oggetto di studio della parapsicologia. Tale oggetto di studio e‟ per sua natura sfuggevole e difficilmente inquadrabile nell’ambito della metodologia scientifica e quindi molto più‟ arduamente investigabile. Questa condizione di difficoltà di approccio ha, purtroppo, consentito spesso dello spazio a personaggi disonesti e malintenzionati che nulla hanno a che fare con il giusto rigore e la necessaria serietà di un approccio scientifico, creando così un insidioso terreno di coltura per una diffusa confusione e accentuata malfidenza. Tuttavia, il rischio che si corre in questi casi è quello di “gettare via il bambino con l’acqua sporca”, nel momento in cui si respinge, si ignora o si svuota di dignità lo studio di quelle che sono state definite “fenomenologie insolite” o “fenomenologie anomale” (Scena Sterza, 1992), soltanto per evitare di entrare “in contatto” con il mondo dei ciarlatani e dei truffatori che di solito gravita intorno ad esse. Il fatto che ci siano spesso persone in malafede, interessate a queste problematiche, non è certo una motivazione valida e sufficiente per denigrare o ignorare la possibilità di studiare, in maniera seria e scientifica, anche quei fenomeni che si discostano dai canoni classici di riferimento. Infatti, non va dimenticato che alla base delle cosiddette “rotture di paradigma” che hanno condotto alle grandi rivoluzioni scientifiche (si pensi ad esempio al passaggio dal sistema tolemaico a quello copernicano) spesso abbiamo avuto proprio l’osservazione e lo studio di quelle che erano considerate “anomalìe” (Kuhn,1970). In sintesi, possiamo schematizzare la nostra posizione a riguardo sostenendo che il problema non è tanto quello del se considerare e studiare le fenomenologie anomale, bensì quello del come approcciare e trattare questi fenomeni che costituiscono già di per se‟ un dignitoso e interessante oggetto di studio, specialmente per la psicologia; e questo a prescindere (come direbbe il buon Totò!) dalla loro più‟ o meno provata consistenza oggettiva e dalla possibile messa in discussione dei paradigmi attuali della scienza ufficiale. Ed è proprio sulle modalità di studio delle fenomenologie anomale che, secondo noi, la psicologia può fornire in particolare dei contributi utili e significativi.

Continua…

L’attenzione in psicoterapia cognitivo-comportamentali

Giuseppe Sacco
Istituto di Psicologia
Universita degli Studi di Siena

1. INTRODUZIONE

Ognuno sa cosa sia l’attenzione. E l’acquisizione da parte della mente, in una forma chiara e vivida di uno di quegli innumerevoli oggetti o serie di pensieri,
simultaneamente possibili. La focalizzazione, la concentrazione della
coscienza, costituiscono la sua essenza. Essa implica il ritrarsi da qualche cosa per rivolgersi efficacemente ad altro.) (W. James, 1890).

Abbiamo voluto iniziare con una citazione di W. James sia perche la
consideriamo una buona introduzione al nostro argomento, sia per attribuire un omaggio a un importante autore dello scorso secolo che viene pero spesso trascurato, nonostante i suoi lavori siano tuttora attuali e per molti versi
ancora stimolanti.
Come si puo vedere il concetto di «attenzione» e uno di quegli argomenti che da vecchia data sono stati affrontati con interesse dagli studiosi. E come tale ha subito numerose vicissitudini .
I filosofi e gli psicologi dello scorso secolo lo consideravano un concetto
centrale, ponendo spesso l’accento, come lo stesso James, sulla selettivita del processo di elaborazione.
Tuttavia, con la nascita del Comportamentismo nel XX secolo il concetto di
attenzione, come tutti gli altri concetti di tipo «mentalistico», e stato del tutto accantonato, finche non e ritornato alla ribalta negli anni ’50, in particolare col lavoro di Broadbent “Percezione e Comunicazione ” (1958).
Da allora si e cercato di ridefinire e circoscrivere il concetto di «attenzione».
Altre definizioni hanno posto l’accento sulla capacita di selezionare parte delle stimolazioni in arrivo, oppure, per esempio, come sinonimo di
concentrazione (Moray, 1969).
Tuttavia, nonostante le difficolta e la molteplicita delle definizioni esiste un accordo generalizzato su che cosa e che ci spinge a prestare attenzione ad alcuni stimoli piuttosto che ad altri: infatti, si sceglie di concentrarsi
prevalentemente sulle informazioni che al momento sono rilevanti per la nostra condotta e i nostri scopi attuali. Oppure su stimoli «catturanti»
l’attenzione, come per esempio, quelli che sono in conflitto con le nostre
aspettative, o con un carattere di novita, intensita, incongruita, etc. (Berlyne, 1960).

Fra le altre ipotesi interessanti proposte in tempi pill recenti abbiamo quella per cui l’attenzione costituisce l’insieme dei meccanismi e dei processi che la coscienza, intesa come un sottosistema che opera all’interno della mente per
«trattare» l’informazione, usa per controllare l’attivita mentale (Bagnara, 1984).

Negli studi pill recenti l’attenzione viene divisa in (Eysenk, Keane, 1995):

1) attenzione focalizzata e selettiva
2) attenzione distribuita o divisa.

La prima e quella che si studia attraverso la presentazione ai soggetti di due stimoli contemporanei, con la richiesta di elaborare e rispondere ad uno solo di essi. In questo modo si acquistano nozioni su come si selezionino alcuni
stimoli invece di altri; sulla natura dei processi selettivi e sugli stimoli che vengono trascurati.
Invece, l’attenzione distribuita si studia presentando almeno due stimoli in contemporanea, ma, questa volta con l’istruzione di elaborarli entrambi. In questo modo si acquistano nozioni sui limiti dei processi di elaborazione e sulle capacita attentive.
Uno dei grossi limiti della ricerca e costituito dal fatto che la quasi totalita degli studi prendono in considerazione l’attenzione agli “stimoli esterni”
trascurando cosi quasi del tutto l’attenzione agli “stimoli interni” (pensieri, immagini, emozioni, etc.).
In questo lavoro vogliamo invece proprio soffermarci sull’attenzione agli “stimoli interni” che in psicoterapia costituisce uno dei fenomeni di
importanza centrale.

II. L’IMPORTANZA DELL’ATTENZIONE IN PSICOTERAPIA COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

Abbiamo accennato alla scarsa considerazione attribuita dalla ricerca sull’attenzione agli «stimoli esterni». Al contrario, in ambito clinico
l’osservazione e lo studio dei processi attentivi del paziente orientati agli
«stimoli interni» diventa del tutto irrinunciabile.
Infatti, la conoscenza dei contenuti cognitivo-emotivo del paziente costituisce uno dei passaggi propedeutici fondamentali per una psicoterapia cognitivo-
comportamentale.
Per esempio, i pazienti con un symptom pattern di tipo fobico tenderanno a
selezionare pill probabilmente i loro processi attentivi verso l’elaborazione di contenuti interni di allarme e pericolo specialmente di tipo fisico; mentre i
pazienti con un symptom pattern di tipo depressivo tenderanno a dirigere la loro attenzione pill probabilmente verso contenuti interni di perdita,
separazione, esclusione, insuccesso, fallimento, etc.; oppure i pazienti con un symptom pattern di tipo «disturbi alimentari» tenderanno alla probabile
elaborazione selettiva di «stimoli interni» legati al cibo, alla fame, alla sazieta, alla linea, alle diete, all’aspetto fisico, etc.; mentre i pazienti con un symptom

pattern di tipo ossessivo orienteranno probabilmente la loro attenzione verso contenuti interni legati al dubbio, alla pulizia, alla sporcizia, alla ricerca
della perfezione, della verita assoluta, etc.
Il primo passo di strategia terapeutica in questo ambito consiste,
generalmente, proprio nell’aiutare il paziente a rendersi conto di queste sue modalita personali, attraverso l’esercitazione all’autosservazione in certe
osservazioni per lui critiche.
Solo successivamente sara possibile, in maniera graduale, aiutare il paziente a spostare e modulare i suoi processi attentivi verso altri contenuti o a
«processare» gli stessi contenuti secondo modalita alternative.

III. STRUMENTI DI VALUTAZIONE E DI AUTOVALUTAZIONE

Nell’ambito della strategia terapeutica di ristrutturazione e ri-orientamento dei processi attentivi assume un’importanza cruciale l’addestramento del
paziente all’autosservazione delle proprie modalita di elaborazione.
Uno strumento-tipo di autosservazione di cui ci si serve, fra i diversi a
disposizione, e costituito dalla famosa Scheda di Registrazione dei Pensieri Automatici (Vedi figura).
I pensieri automatici sono quei pensieri che vengono prodotti
spontaneamente e in modo automatico nelle varie situazioni della vita
quotidiana (Beck, 1976). Essi passano generalmente inosservati fintanto che i pazienti non vengono istruiti a fare attenzione ad essi. Attraverso
l’addestramento al ri-orientamento su di essi dell’attenzione ogni paziente (ma anche ogni persona comune) puo essere in grado di riconoscerli.
Fra le numerose caratteristiche dei pensieri automatici scoperti da Beck abbiamo la loro specificita rispetto alle situazioni, il loro stile abbreviato e telegrafico, la loro involontarieta e automaticita.
Il motivo fondamentale della loro importanza in clinica risiede nel fatto che
essi sono in stretta relazione (non di tipo causale) con le emozioni disturbanti del paziente (ansia, rabbia, tristezza, etc.), per cui la consapevolezza di essi
costituisce il primo passo per la loro eventuale modifica che, a sua volta puo beneficamente influenzare l’emozione disturbante.
Certamente, una psicoterapia non si esaurisce con la fase, seppur
fondamentale, dell’autosservazione. Infatti, una volta che il paziente ha
acquisito una buona capacita in tal senso si passa alla fase successiva in cui si esplorano le strutture di significato delle aree problematiche del paziente
(convinzioni e assunti di base, schemi, set o costellazioni cognitive). Anche in questa fase ci si puo servire di strumenti che aiutano il paziente a focalizzare la sua attenzione sulle sue modalita di elaborazione delle informazioni
interne, per esempio sulle immagini mentali prodotte spontaneamente o in alcune situazioni per lui problematiche. In tal caso, puo essere utile, per
esempio, l’uso del Q.M.I. edizione italiana (Sacco, 1994; in press) che aiuta a focalizzare l’attenzione del paziente sui suoi contenuti immaginativi e a
valutarli.
Altri strumenti di tipo self-report per la valutazione di schemi e costellazioni cognitive possono, per esempio, essere costituiti da batterie come il C.B.A.

(Cognitive-Behavioral-Assessment), le cui Scale permettono, tra l’altro,
l’indagine su nuclei cognitivo-emotivo-comportamentali di tipo clinico, come quello depressivo, fobico, ossessivo, etc. (Sanavio, et al., 1987).
Per l’esplorazione di eventuali problematiche di tipo “disturbi alimentari” possono essere utilizzati anche strumenti come l’E.A.T.- 40 (Cuzzolaro,
Petrilli, 1988) che fornisce delle indicazioni utili per comprendere l’esistenza o meno di specifiche modalita di direzione dei processi attentivi verso
contenuti relativi al cibo, alla fame, alla sazieta, alle diete, all’aspetto fisico, etc.

 

Registrazione giornaliera dei pensieri automatici

Data Situazione Pensieriautomatici Domandarelaprova Terapiaalternativa Re-attribuzione De-catastrofizzare
Descrivi gli eventi concreti che conducono ad emozioni spiacevoli 1Scrivi i pensieri automatici ,i sogni ad occhi aperti o i ricordi che precedono l’emozione2 Valuta la convinzione dei pensieri automatici0-100% Qual’e la prova? Qual’e un’opinione alternativa? In quali modi sto personificando, ipergeneralizzando, usando un pensiero del tipo ‘tutto o niente’ oppure sto facendo confronti,o saltando alle conclusioni ? Qual’e la cosa peggiore che potrebbe mai accadere?Anche se accadesse, cosa potrei fare?
Emozioni Risultato
Specifica se triste, arrabbiato ,ecc.2 Valuta il grado di emozione0-100% Rivaluta laconvinzione dei pensieri automatici0-100%Specifica e

valuta le successive

emozioni

0-100%

 

 

I) TERMINOLOGIAIV. METODI DI PSICOTERAPIA

Riteniamo opportuno, prima di entrare nel merito dell’argomento, di fornire alcune precisazioni sui termini usati in questo lavoro, in particolare sulle
parole “metodo”, “metodologia” e “tecnica”.
Per “metodo” si intende il criterio direttivo secondo cui si fa, si realizza o si compie qualcosa (Zanichelli, 1983). Sono usati come sinonimi: ordine,
procedimento, regola, norma, legge; mentre sono usati come contrari: confusione, disordine.
Per “metodologia” si intende: 1) parte della logica che ha per oggetto la
ricerca di regole o principi metodici che consentono di ordinare, sistemare, accrescere le nostre conoscenze; 2) dottrina filosofica che studia le tecniche di ricerca proprie di un determinato campo del sapere (Zanichelli, ibidem).
Per “tecnica” si intende: I) serie di norme che regolano il concreto
svolgimento di un’attivita manuale o intellettuale); 2) modo di lavorare, produrre, realizzare qualcosa.
Sono sinonimi: norma, regola, procedimento, metodologia, capacita, abilita, perizia, pratica.
Sono contrari: imperizia, inesperienza, incapacita.
Rispetto al nostro ambito di interesse specifico possiamo osservare come si parli pill frequentemente di “tecniche di terapia”, piuttosto che di “metodi”.
Anche se spesso questi due termini vengono usati come sinonimi (e abbiamo visto che in parte lo sono) noi preferiamo usare il termine “metodo” per una
serie di motivi che in parte accenniamo qui di seguito e in parte

svilupperemo nel prosieguo del nostro discorso. Ora possiamo sottolineare
come il termine “tecnica” possa risultare un po riduttivo o fuorviante perche nella terapia cognitivo-comportamentale (ma questo vale anche per altri
approcci) si mira a fornire al paziente dei principi metodici nuovi che gli
possono consentire di riordinare, sistematizzare, ristrutturare e accrescere la sua autoconoscenza, nell’ambito di sistemi parzialmente o totalmente nuovi di significato personale.

2) TEORIE CLASSICHE
Negli approcci terapeutici cognitivo-comportamentali classici (la RET di Ellis, la terapia cognitiva di Beck, etc.) quelle che vengono comunemente chiamate “tecniche” sono mirate principalmente alla modificazione delle idee irrazionali o delle convinzioni distorte sottese alle emozioni disturbanti (per es. Ellis,
1962; Beck, 1976; Sacco, 1989).

3) TEORIE SUCCESSIVE
Successivamente le “tecniche” in terapia cognitivo-comportamentale sono state riformulate come tattiche da utilizzare all’interno della strategia
terapeutica miranti a sviluppare una graduale autoconsapevolezza (Sacco, 1989).

4) APPROCCI PIU RECENTI
Recentemente e stato abbozzato un nuovo contesto teorico entro cui inserire le “tecniche” di terapia.
Tale modello, ancora in fase di elaborazione, e stato definito modello infodinamico (o “psicologia delle trasformazioni”) (Sacco, 1994; 1998, in press).

5) MODELLO INFODINAMICO (PsicoIogia deIIe trasformazioni)

I) Generalita
L infodinamica dei sistemi cognitivi (o psicologia delle trasformazioni) puo definirsi come quella disciplina la quale studia le leggi che regolano
l’organizzazione e la trasformazione dei processi di conoscenza dei sistemi
stessi, facendo riferimento, oltre alle leggi della psicologia e alle discipline ad essa collegate, per analogia, alle leggi della termodinamica (Sacco, ibidem.;
1998, in press).
L’infodinamica si occupa delle proprieta dei sistemi cognitivi, delle variazioni che si presentano quando il sistema passa da uno stato ad un altro e delle trasformazioni quanto-qualitative delle informazioni.
L’informazione costituisce l’unita di base delle strutture di significato che
complessivamente costituiscono il sistema di conoscenza individuale che si organizza attraverso l’elaborazione delle informazioni.

II) Proprieta
I sistemi cognitivi presentano 4 proprieta fondamentali con un postulato di base. Quest’ultimo asserisce l’ impossibilita di non elaborare informazione.

Le 4 proprieta sono:
1) eIaborativa (elaborazione di input esterni);
2) infoproduttiva (autoproduzione e selezione delle informazioni);
3) autoconsapevoIezza (qualita della coscienza);
4) autorganizzativa (capacita di organizzare le informazioni secondo strutture di significato uniche e irripetibili).
Tali proprieta sono fra loro interdipendenti e interagenti e sono collegate da relazioni sia strutturali che funzionali.

III) Variabili di stato
Analogamente a quanto accade per ogni altro sistema, anche per la
descrizione e la spiegazione dei processi che avvengono nei sistemi cognitivi e utile fissare un numero di parametri che possono definire univocamente lo
stato del sistema stesso. I parametri che definiscono e caratterizzano lo stato di un sistema vengono chiamati “variabili di stato”. Tali variabili sono:
1) entropia (grado di “disordine” del sistema)
2) veIocita (quantita di informazione elaborata nell’unita di tempo)
3) compIessita organizzativa (quantita e qualita di connessioni fra le informazioni)
4) coerenza organizzativa (livello di coerenza logica fra i significati costruiti)
5) dissipazione (quantita e qualita di informazione dispersa)
6) capacita (quantita complessiva di informazione elaborata)
7) profondita (quantita di elaborazione con cui e stata trattata un’informazione o una costellazione di informazioni).

IV) Stato di equilibrio
Uno stato di equilibrio e caratterizzato dal fatto che non si puo notare alcuna tendenza da parte del sistema a passare in uno stato diverso. Quando il
sistema passa da uno stato ad un altro si dice che esso attua una
trasformazione (vedi schema ).
Un sistema tende a modificare il suo stato di equilibrio quando avverte una discrepanza o una dissonanza all’interno delle sue strutture di significato.
Tali dissonanze possono produrre delle interferenze (rumore) nel sistema che, quando superano una certa soglia individuale (soglia di scompenso), possono a loro volta condurre a delle anomalie funzionali e vengono comunque
avvertite con una sensazione soggettiva di disagio e malessere da parte del sistema stesso.
Tale disagio puo condurre alla ricerca di un nuovo stato, di un nuovo livello di organizzazione del sistema, il cosiddetto “order through fluctuations”
(Prigogine, 1976).

STATO A «« STATO B «« STATO C
  • Equilibrio in formazione elaborata/non elaborata (bassa entropia)

 

 

 

  • Nessun rumore percepibile dal sistema

 

 

 

  • Integrazione cognitivo-emotivo-comportamentale(c-e-c)
Rottura equilibrio 

Aumento entropia

 

 

 

Crescita rumore

 

 

 

 

 

Rottura integrazione

I)  Livello cognitivo: pensieri e immagini

II)  Livello emotivo: malessere

III)  Livellocomportamentale: ricercasoluzioni

Acquisizione nuovo equilibrioDecremento rumore

 

 

 

Decremento rumore

 

 

 

 

 

Nuova integrazione(c-e-c)

 

 

 

 

 

 

 

Nuovo Stato Equilibrio Dinamico

STRUTTURA DISSIPATIVA INIZIALE(SD1) «« STRUTTURA DISSIPATIVA INTERMEDIA(SD2) «« STRUTTURA DISSIPATIVA FINALE(SD3)

Si deve a I. Prigogine (1981,1982,1986) il concetto di sistemi o “strutture dissipative autorganizzate lontane dall’equilibrio”.
In termodinamica una “struttura dissipativa” e uno stato di ordine dinamico che puo essere mantenuto solo mediante un metabolismo, cioe mediante
una continua dissipazione di energia, dando origine a trasformazioni periodiche sincronizzate come avviene, per esempio, nel caso della
distribuzione dell’eccitazione nella rete e nelle cellule nervose, dove tali trasformazioni si diffondono ai vari livelli dell’intero sistema.
Tali strutture, per la loro azione di modulazione, richiedono una certa stabilita morfogenetica e sono, dunque, possibili dove e presente una cooperazione fra interazioni statiche e dinamiche, come nel caso degli organismi umani (Arcieri, 1988).
Per la formazione delle strutture dissipative sono necessarie una serie di condizioni di base:

I) e indispensabile trovarsi di fronte a “sistemi aperti” e percio lontani dall’equilibrio;

2) l’ordine nell’ambito delle trasformazioni presenti continuamente in un
sistema dinamico, funge da catalizzatore verso un livello di ordine superiore;

3) necessita periodica di energia proveniente dall’esterno pena il collasso del sistema stesso;

4) irreversibilita dei processi di costituzione e disfacimento dell’ordine
sistemico (impossibilita a ricostituire lo stato originario) (Arcieri, ibidem).

Queste condizioni di base, valide per i sistemi termici, sono valide anche per i sistemi biopsicologici e, in particolare, per i sistemi cognitivi.
In tal caso, va tenuto conto che non interessano solo i processi termici o energetici, ma anche i processi di elaborazione delle informazioni.
La relazione fra processi energetici e informazionali, in altre parole fra
cognizioni ed emozioni, in riferimento al concetto di «struttura dissipativa» e affrontata in altra sede (Sacco, 1998, in press).
Considerato cio abbiamo che i sistemi cognitivi, analogamente ai sistemi termodinamici, presentano le seguenti condizioni:
I) sono “sistemi aperti” lontani dall’equilibrio (Sacco, Sperini, 1997);

2) tutti i processi di ordinamento delle informazioni tendono ad assumere un andamento «autocatalitico”, nel senso che un certo ordine puo agire, a sua
volta, da catalizzatore verso un grado di ordine superiore;

3) necessita di elaborare informazioni pena il collasso del proprio ordine;

4) irreversibilita dei processi di organizzazione delle informazioni (impossibilita di ricostituire lo stato antecedente).

6) i metodi dl psicoterapia nel contesto teorico infodinamico

Secondo l’approccio teorico infodinamico, i metodi di psicoterapia sono principalmente finalizzati alla modulazione dei passaggi e delle trasformazioni da uno stato dissipativo dinamico a quello successivo.
In tal modo, i metodi di terapia sono mirati a “sviluppare una graduale
consapevolezza di se” attraverso il ri-orientamento e la ristrutturazione dei processi attentivi, rispetto a quelle informazioni sul se («stimoli interni») che non erano state elaborate in maniera adeguata per il sistema. Inoltre
possono costituire dei validi strumenti di gestione e fronteggiamento delle
situazioni di turbolenza create dall’incremento di entropia che si verifica negli
stati trasformativi dinamici.
E’ proprio in tal senso che e pill opportuno parlare di “metodi” piuttosto che di “tecniche”, in quanto si tratta dell’apprendimento di nuove modalita di

gestione delle fasi di passaggio e di trasformazione da uno stato dissipativo dinamico a quello successivo. Tali modalita si presentano come delle vere e proprie nuove configurazioni metodologiche che dovrebbero consentire al
paziente l’acquisizione di un nuovo metodo per affrontare le sue
problematiche esistenziali attraverso una diversa Weltanschaung.
Da cio si possono ricavare una serie di “concetti-guida”, nell’uso dei metodi terapeutici nel contesto infodinamico, che possiamo dividere in negativi e
positivi. Tra quelli negativi, che cioe possono considerarsi controindicazioni, quindi modalita da evitare, abbiamo (Sacco, 1992):

1) I’uso meccanico e ctecnicistico”;
2) I’uso passivo e spersonaIizzato;
3) I’uso avuIso daI contesto reIazionaIe;
4) I’uso secondo Ia “concezione farmacoIogica”.

In questi 4 punti strettamente collegati fra loro viene espressa l’inutilita, in alcuni casi la dannosita, di un uso stereotipato, spersonalizzato e senza
coinvolgimento partecipativo da parte del paziente (il cosiddetto “uso
farmacologico” dei metodi, presentati cioe analogamente ai farmaci, come un intervento “esterno” quasi deresponsabilizzato e meccanico).
Tra i “concetti-guida” positivi-propositivi dell’uso dei metodi terapeutici abbiamo invece:

1) I’uso coIIaborativo;
2) I’uso personaIizzato;
3) I’uso integrato neIIa reIazione;
4) I’uso secondo Ia concezione cumanistica”, voIto cioe aII’acquisizione da parte deI paziente di un valore metodologico aggiunto.

In questi quattro punti, anch’essi strettamente collegati fra loro, abbiamo la proposizione di una “filosofia” di impiego dei metodi psicoterapeutici.
Fondamentale risulta l’instaurazione di un “setting collaborativo” col paziente (Beck, 1985) che sara stimolato dal terapeuta attraverso il
coinvolgimento attivo all’apprendimento delle metodologie.
E’ evidente come in tutto cio risultano di importanza cruciale caratteristiche personali ormai classiche del terapeuta come: la competenza professionale; la credibilita; l’empatia; la sincerita e il vero interessamento ai problemi del paziente; l’accettazione del paziente; etc.
Tali caratteristiche funzionano da catalizzatori e facilitatori nella creazione del “setting collaborativo” che rimane una delle mete irrinunciabili del
processo terapeutico in generale e, in particolare, dell’efficacia dell’uso dei metodi stessi.
7) CLASSIFICAZIONE DEI METODI TERAPEUTICI

I) I ntroduzione

La classificazione e un’operazione che si compie in ogni disciplina scientifica con lo scopo di sistematizzare le informazioni disponibili in ogni settore.
Classificare, infatti, vuol dire ordinare per classi, tipologie, specie o categorie. Anche i metodi terapeutici sono stati variamente classificati, a seconda delle diverse esigenze di sistematizzazione.
Vedremo brevemente qui di seguito una classificazione classica e una pill recente con le diverse implicazioni a loro sostegno.

II) Classificazione classica
Gia nel 1979 Guidano e Liotti suddividevano le “tecniche” di terapia cognitivo-comportamentale in 2 gruppi principali: 1) tecniche di
autocontrollo; 2) tecniche di ristrutturazione cognitiva.
Pur essendo questa, come riconoscevano gli stessi autori, una divisione
principalmente didattica, avendo tutte le tecniche caratteristiche di entrambi i gruppi, le tecniche di autocontrollo presentano come bersaglio principale il
“sistema di rappresentazione” dell’individuo (dialogo interno, immagini);
mentre le tecniche di ristrutturazione cognitiva puntano prevalentemente al “sistema di convinzioni” individuale.
Secondo quest’ottica classificatoria fra le tecniche di autocontrollo erano incluse lo stress-inoculation e il self-instructional training; mentre fra le
tecniche di ristrutturazione sistematica trovavano collocazione la
ristrutturazione razionale sistematica e il problem-solving.

In un nostro lavoro successivo (Sacco, l989) avevamo incluso un sottogruppo particolare di tecniche di autocontrollo chiamato tecniche immaginative, che
erano prevalentemente mirate all’uso di immagini mentali.
Questo tipo di classificazione aveva senz’altro il pregio di essere utile per la sistematizzazione, in quanto semplice e fondamentalmente coerente col
modello proposto a quell’epoca dagli autori.
Tuttavia, il limite di tale classificazione e quello di essere tutta incentrata su elementi di sottosistemi in un modello “a blocchi”, trascurando o limitando la descrizione delle modalita di “processamento” delle informazioni, attraverso
l’impiego di unita prevalenti di codifica che risultano altamente individualizzate.
In altre parole, ci sembra pill utile avere a disposizione una classificazione
che tenga conto pill dei processi individuali di codifica (modalita di “trattare” le informazioni) piuttosto che del “blocco-bersaglio” su cui agisce il metodo. Tra l’altro, risulta evidentemente pill agevole identificare e distinguere una modalita, uno “stile di processamento” delle informazioni invece che
arrovellarsi su quale sottosistema quest’ultimo vada ad agire, essendo
un’impresa quasi disperata stabilire con precisione dove finiscono e dove iniziano i confini di un sottosistema.

III) Classificazione recente
Partendo da alcuni studi sui “codici” di elaborazione delle informazioni (teoria del “doppio codice”, Paivio, 1971; 1986; teoria del “triplo codice”,
Ahsen, 1977; 1984) abbiamo evidenziato altrove (Sacco, 1994) la presenza di

tre modalita elaborative principali:

1) il codice proposizionale che si serve di una modalita alfabetica o alfanumerica, con caratteristiche di elaborazione sequenziali;

2) il codice pittoriale (o immaginativo), che si serve di unita spaziali soggette all’elaborazione parallela;

3) di un codice psicosomatico che si serve delle modalita incrociate dei due codici precedenti collegandole e integrandole fra loro attraverso la
componente somatica. Da questa base abbiamo suddiviso i metodi di psicoterapia in tre gruppi:

1. metodi proposizionali

2. metodi pittoriali

3. metodi psicosomatici (o metodi olistici di autoesplorazione)
1. METODI PROPOSIZIONALI

I metodi proposizionali sono incentrati prevalentemente sull’uso del codice proposizionale che, in ambito clinico, corrisponde al dialogo interno.
I principali metodi proposizionali sono (Sacco, 1989):

I) stress-inoculation;
II) self-instructional training;
III) ristrutturazione razionale sistematica, etc.

Tali metodi tendono principalmente al ri-orientamento dell’attenzione sul dialogo interno del paziente che sara appunto addestrato a prestare
attenzione a cio che si dice mentalmente in quelle situazioni per lui critiche
e, successivamente, a prendere in considerazione l’esistenza di altri eventuali dialoghi interni (decentramento). Cosi, ad esempio, nel caso di un paziente
con problemi di ansia, invece di continuare a fissare la sua attenzione
soltanto su alcuni segnali provenienti dal proprio corpo (aumento battito cardiaco, sudorazione, tremore, etc.) egli la dirigera su cio che in quei
momenti gli verra in mente (pensieri, immagini); cio non soltanto lo “distrarra” dall’ansia ma lo aiutera anche ad ampliare la propria
autoconsapevolezza, oltre che ad affrontare la situazione critica con maggiori probabilita di miglioramento.

2. METODI PITTORIALI
l metodi pittoriali sono incentrati prevalentemente sull’uso del codice pittoriale (o immaginativo).
I principali metodi pittoriali sono (Beck, 1985, Sacco, 1989;1994):

I) turn-off;
II) ripetizione;
III) proiezione nel tempo;
IV) immagini simboliche;
V) facilitazione immagini indotte;
VI) sostituzione immagini;
VII) prova immaginativa-comportamentaIe
VIII) focalizzazione senso-motoria
IX) esposizione immaginativa prolungata etc.

Tali metodi tendono invece al ri-orientamento dell’attenzione sulle immagini mentali del paziente che sara addestrato, in questo caso, a centrare i suoi
processi attentivi alle proprie immagini nelle situazioni per lui problematiche e a modularle coordinandole col dialogo interno.
E’ evidente che i1 dialogo interno e le immagini mentali nella vita di tutti i giorni generalmente procedono in parallelo e percio e importante, quando possibile, addestrare il paziente ad utilizzare i metodi in maniera parallela.

3. METODI PSICOSOMATICI
Tali metodi costituiscono una particolare categoria che si serve dei due
codici proposizionale e pittorico combinati insieme, con la particolarita del
coinvolgimento diretto di organi, apparati e processi somatici (Sacco, 1994).
In tal caso i processi attentivi vengono canalizzati sulle capacita di
“autoguarigione” del corpo ponendo in risalto i processi riparativi e di recupero dell’organismo.
Questi metodi si servono, infatti, di un dialogo interno specifico, semistrutturato, che e affiancato da diversi tipi di immagini.
Una prima classe di immagini mentali e quella delle immagini metaforiche che rappresentano lo stato di malattia o le condizioni ad essa relative. Per es., un paziente con una colite ulcerosa puo visualizzare la sua malattia
come un vulcano che erutta roccia fusa e l’energia guaritrice come un temporale che porta torrenti di acqua fredda all’interno del vulcano,
spegnendo il fuoco e guarendo simbolicamente l’ulcera.
Un secondo tipo di immagini sono le immagini realistiche che costituiscono la visualizzazione di cio che accade effettivamente in una certa situazione. Per
es., un paziente con un processo infettivo in corso, puo visualizzare la scena dei suoi anticorpi che si preparano a muovere contro i batteri e li
distruggono.
Un altro tipo di immagini sono le immagini processuali che sono costituite dalla visualizzazione delle varie fasi della malattia del soggetto:
dall’insorgenza alla reazione dell’organismo allo stato patologico.
Infine, abbiamo le immagini della guarigione, che si incentrano sulla
visualizzazione dell’organo o dell’apparato ammalato che sono perfettamente guariti e funzionanti.
Anche se attualmente non si conoscono in maniera chiara i processi di “autoguarigione” dell’organismo e non si sono ancora ben comprese le

delicate e complesse interazioni “mente-corpo”, e possibile affermare che tali metodi possono rivelarsi, a volte, utili per sostenere e aiutare i pazienti ad
affrontare difficili situazioni di malattia in cui e necessario un forte supporto psicologico accanto a quello medico.
Tuttavia, al di la di queste situazioni, i metodi psicosomatici possono rivelarsi strumenti ancor pill utili e potenti se usati in parallelo con quelli
proposizionali e pittoriali. Infatti, per esempio, il ri-orientamento
dell’attenzione del paziente sul dialogo interno e sulle immagini risulta molto pill efficace quando sono coinvolti gli aspetti psicofisiologici, come di fatto
avviene nella vita di tutti i giorni, nella quale noi ci diciamo mentalmente delle cose (dialogo interno), esperiamo delle immagini (immagini mentali) mentre proviamo delle emozioni (attivazione psicofisiologica).

V. L’ATTENZIONE DELLO PSICOTERAPEUTA

Da quanto sopra detto si evince l’importanza cruciale, per lo psicoterapeuta di conoscere le proprie modalita di funzionamento cognitivo-emotivo e gli
schemi di relazione interpersonale.
Infatti un terapeuta che non conosce, almeno per gli aspetti pill rilevanti, cio che avviene «in casa propria» molto difficilmente potra essere di aiuto al
paziente a riconoscere cio che avviene nella sua «casa».
Senza contare per altro il grosso rischio di commettere errori tali da danneggiare in modo pericoloso il gia precario equilibrio mentale del paziente.
E’ per questo che parte fondamentale della formazione dei futuri terapeuti e, a nostro avviso, costituita da un’analisi didattica personale, da compiersi
sotto la guida di un trainer esperto, nella quale il trainee dovrebbe
apprendere a saper cogliere i propri pattern di elaborazione dell’informazione, (modulazione dei processi attentivi e percettivi personali; sistemi di
rappresentazione, etc.), ad approfondire l’autoconoscenza delle attitudini
relazionali e dei meccanismi di attivazione delle proprie modalita emozionali.
In generale, va aiutato il trainee ad autoesplorare i costrutti e le convinzioni
sul Se e sui rapporti interpersonali; le attribuzioni e le aspettative; gli schemi emotivi personali.
In particolare, risulta cruciale l’analisi cognitivo-comportamentale dei
pattern di attaccamento verso le figure significative; dei pattern di lotta, fuga ed evitamento; dei pattern di espressione della paura, della rabbia, della
tristezza e della gioia, e degli schemi interpersonali in generale.
L’atteggiamento affettivo-relazionale del terapeuta, cioe la capacita di
prestare attenzione e gestire i suoi atteggiamenti emotivi nella relazione
terapeutica, svolge un ruolo centrale nell’analisi e revisione delle convinzioni e delle aspettative del paziente sui rapporti interpersonali .
E’ fondamentale, per esempio, in un paziente con convinzioni di
autoindegnita personale, non rinforzare i suoi atteggiamenti negativi con atteggiamenti svalutativi e rifiutanti; oppure, in una paziente con
un’aspettativa del giudizio negativo altrui evitare atteggiamenti esaminatori e giudicanti.

Ma per rendere possibile quanto sopra accennato e necessario che il futuro terapeuta sperimenti direttamente su se stesso, sulle proprie modalita di
funzionamento, con le proprie problematiche di vita, la metodologia terapeutica che si appresta ad apprendere, a cominciare proprio
dall’esperienza di essere lui stesso un paziente beneficiario della psicoterapia.
E’ in questo modo che l’allievo puo esperire direttamente gli aspetti
qualificanti del vissuto dell’«essere-paziente» in relazione alla figura del terapeuta, provando in prima persona eventuali emozioni di paura,
vergogna, rabbia, abbandono, etc. che caratterizzano la relazione terapeutica, come del resto tutte le relazioni umane.
Attraverso questa sperimentazione personale l’allievo potra essere stimolato all’autoscoperta di nuovi aspetti di se che gli erano sconosciuti e avra altresi l’opportunita di unire e comporre l’esperienza didattica di tipo teorico-
dichiarativo con quella pratico-esperenziale, vera chiave di volta del pieno compimento di un percorso formativo completo che unisca e amalgami fra
loro tutti gli elementi costitutivi classici della formazione: sapere- saper fare- saper essere.

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Una vita bipolare

una vita bipolare

Oltre i confini della normalità
Autore Hornbacher Marya

Dati 2008, 343 p., rilegato
Traduttore Corradini Caspani L.
Editore Corbaccio

 

Quando Marya Hornbacher pubblicò il suo primo libro, “Sprecata: Autobiografia di un’anoressica bulimica che è tornata alla vita”, non conosceva ancora la causa profonda della sua infelicità. Poi, a ventiquattro anni, le fu diagnosticata una forma grave di disturbo bipolare, una malattia seria e invalidante. Chi soffre di questa condizione affronta fasi di profonda depressione alternate a fasi maniacali caratterizzate da un eccesso di euforia. Marya Hornbacher ha sperimentato sulla sua pelle cosa vuol dire esserne vittima e, con lo stile che la caratterizza, ci porta con sé sulle montagne russe della sua vita, raccontandoci la sua struggente esperienza. Continua…

Un raro polimorfismo somatopsichico: anoressia tardiva e dismorfofobia.

tumblr_mwpwfnBLmo1s32a12o1_1280di Bruno Callieri *

 

La radicale diversità che solo raramente riesce a superare il salto che separa il guardare dal vedere, il sehen (che è clinico) dallo schauen (che è fenomenologico), il percepire dell’appercepire (qui confluiscono, a distanza di secoli, Leibnitz e Merleau-Ponty) si esemplifica in modo davvero singolare nella persona che ho avuto occasione di incontrare come medico e di cogliere nell’irriducibile singolarità della sua situazione e del suo declinarsi esistenziale. Si tratta di una signora di 73 anni, Giulia, di buon livello socio-economico, madre di un professionista, suo figlio unico, che mi ha trepidamente accompagnato a “visitarla” nella sua abitazione dalla quale, ormai da vari mesi, Giulia esce solo raramente, nonostante le premurose sollecitazioni del figlio. In valida sintesi egli mi ha riferito la vicenda della madre. Ella ebbe a cinquant’anni, in piena menopausa, un serio stato di depressione, con tristezza, astenia, inquietudine immotivate, per cui venne ricoverata e trattata con psicofarmaci sia per fleboclisi che oralmente. Remissione completa; non più ricadute, per lo meno di rilevanza clinica. Continua…