"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 114 - 119, Roma
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I contenuti qui presentati vogliono costituire
uno stimolo a riflettere sugli aspetti epistemologici che sono alla radice
di quegli strumenti di lavoro con i quali trattiamo nel campo delle relazioni
e della comunicazione.
Lo stile è quello di fondare la
ricerca sulla produzione di domande alle quali cercare delle risposte che
sono, a loro volta, domande nuove e così via.
Come agisce la narrazione sugli esseri
umani?
Facciamo un passo indietro: perché
il linguaggio? Sappiamo quanto fa bene sul piano consolatorio che qualcuno,
oltre ad esserci vicino fisicamente, ci parli e con la sua voce possa raggiungere
in qualche modo il nostro cuore. Attraverso le parole riceviamo un perdono
o una condanna, diamo o togliamo la nostra approvazione, regaliamo odio
o amore. Insomma, noi esseri umani non possiamo prescindere dall’uso di
uno strumento ormai pluricollaudato come il linguaggio verbale.
Sappiamo però anche quanto è
limitante e fattore di impoverimento per la crescita, quando non è
addirittura patologico, un "cattivo" uso del linguaggio e in particolare
della significatività della relazione mediata dalle parole.
Ma cosa contengono di tanto vitale le
parole e il loro ordine linguistico?
Fondamentalmente le parole sono già
di per sé dei sistemi dotati di senso, e hanno delle caratteristiche:
sono simboliche, metaforiche e icastiche. Inoltre nel loro modo di connettersi
possono assumere sapori diversi, funzioni diverse, che fan sì che
le diciture assumano o meno aspetti lirici o prosaici, più o meno
comprensibili.
Dunque la lingua è fondamento
e sviluppo della mente umana e delle sue interazioni.
A questo proposito è utile riferire
le ipotesi elaborate da Piaget fondate sulle ricerche dell’epistemologia
genetica che affermano: il riconoscimento di un’interrelazione e coevoluzione
di soggetto e oggetto nei processi cognitivi; la considerazione delle polarità
(soggetto e oggetto) come stratificate e decentrate su molteplici livelli;
la considerazione di entrambe quali espressione di molteplici dinamiche
sistemiche, dal punto di vista sincronico e di molteplici processi genetici,
dal punto di vista diacronico.
Prendendo avvio dagli studi piagetiani,
si è sviluppata un’epistemologia costruttivista che afferma la complessità
dinamica e strutturale dei sistemi organici, il principio di auto-organizzazione
ed insieme a questo l’idea che "la vita è un immenso processo di
computo di sé". L’auto-organizzazione ha un carattere euristico:
essa presuppone l’esistenza e il dialogo fra due punti di vista (uno interno,
vincolato al sistema e l’altro che osserva il sistema dall’esterno).
Come comportarsi, dunque, muovendosi,
oggi, tra ricerca e azione?
Potrebbe, come del resto ha sempre fatto,
la narrazione svolgere quella funzione di tramite, di connessione, di ponte,
tra soggetto e oggetto, anche in campo formativo?
La narrazione è portatrice di
valori euristici: mette in moto un processo di ricerca che tende alla stima,
all’evidenziazione e al miglioramento della cosa. La considerazione di
ciò ci consente di riaffermare il concetto di deutero-apprendimento:
apprendimento ad apprendere, la capacità di inserire il proprio
contesto iniziale in un insieme di contesti che riorientano le proprie
scelte.
Tali elaborazioni teoriche rimandano
ad un altro contributo, di natura semiologica, di Nelson Goodman (1978),
che afferma l’importanza della pluralità dei linguaggi, della varietà
di versioni e visioni, dei processi che riguardano la costruzione di un
mondo a partire da altri mondi . "Ci sono alcuni processi che riguardano
da vicino il fabbricare mondi": il comporre e lo scomporre, il dare o meno
rilevanza, il costruire ordinamenti ad esempio di natura gerarchica, sopprimere
materiali vecchi e immetterne di nuovi, creare nuove forme, deformare.
Rispetto a tutto questo, dove ci conduce
la narrazione?
Se pensiamo che fin da piccolo l’essere
umano, di qualsiasi provenienza culturale, è in grado di apprezzare
le storie e che è sotto la forma della storia che egli gioca ed
esprime il suo mondo, si capisce che la narrazione svolge una funzione
pedagogica essenziale e, a giudicare dalla sua tenuta nei secoli, fa bene
alla mente rispettando il suo naturale processo di funzionamento.
Dunque la narrazione è uno strumento
conosciutissimo a livello popolare ed elevato ad arte in tutte le culture.
Disponiamo, allora, anche di una modalità di relazione portatrice
di identità e cambiamento?
Di fatto colui che racconta è
allo stesso tempo anche il suo prodotto: una storia è fatta delle
parole e dei significati che ci trasmette il narratore.
Adriana Cavarero ci ricorda che la narrazione
ci regala una figura, un disegno, qualcosa di significativo legato al desiderio
di chi ascolta ed alla capacità di donare di chi racconta. "C’è
un nesso fra sé narrabile, desiderio di conoscere la propria storia
e senso d’identità (il sé della propria memoria narrante)...
L’inizio del sé narrabile e l’inizio della propria storia, l’infanzia,
sono da sempre un racconto fatto da altri." "Secondo Karen Blixen la domanda
chi
sono io? sgorga prima o poi dal moto di ogni cuore. La sua risposta,
come sanno tutti i narratori, sta nella regola classica di raccontare una
storia."
Si assiste oggi ad un pericoloso fenomeno
di inquinamento linguistico, ad un impoverimento delle comunicazioni, ad
uno scadere delle immagini principalmente dovuti ai processi di massificazione
e di globalizzazione; è quindi fondamentale che venga riconosciuta
alla pratica della narrazione una sorta di cittadinanza onoraria.
Nelle Lezioni Americane Italo
Calvino propone che alla letteratura venga riconosciuta una funzione esistenziale
che spazi nell’antropologia, nell’etnologia e nella mitologia. Una letteratura
che con i suoi valori o qualità o aspetti specifici possa creare
degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.
Vale la pena dare fiato ad una proposta
simile perché si muove nella stessa direzione della connessione
fra narrazione e formazione, anche se Calvino arriva a privilegiare la
parola scritta che garantisce una maggior trasmettibilità e, per
un altro verso, quando si dice narrazione ciò che si vuole evidenziare
è anche "quanto" accade nell’atto del narrare.
Calvino suggella con cinque parole i
valori da trasmettere attraverso la letteratura, nel prossimo millennio:
leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità e molteplicità.
La ricerca della leggerezza è
proposta come reazione al peso di vivere. Si riscontra sia nell’alleggerimento
del linguaggio, sia nel suggerire immagini figurali di leggerezza, sia
nella narrazione di ragionamenti e processi in cui compaiono elementi psicologici
sottili e impercettibili o un alto grado di astrazione. Ne sono esempi
nelle fiabe i voli in un altro mondo o i salti e i voli di giganti e stregoni.
Un altro bellissimo esempio sono le parole delle quali si servono i poeti
per comporre ineffabili versi.
La rapidità si riscontra nelle
saghe nordiche e nei poemi cavallereschi pieni di effetti magici, di avvenimenti
che si rispondono come rime in una poesia, dove un oggetto compare nella
narrazione carico di una forza speciale e "diventa come il polo di un campo
magnetico, un nodo di una rete di rapporti invisibili". Alla base di una
tale struttura c’è un’operazione sulla durata: il narratore opera
sul tempo contraendolo e dilatandolo, ma anche il contenuto degli avvenimenti
risente di impedimenti, ostacoli, facilitazioni e riprese. A sostegno delle
proprie riflessioni Calvino cita un passo dello Zibaldone di G.
Leopardi: "La rapidità e la concisione dello stile piace perché
presenta all’anima una folla di idee simultanee, così rapidamente
succedentisi che paiono simultanee, e fanno ondeggiare l’anima in una tale
abbondanza di pensieri o di immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o
non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non
ha il tempo di restare in ozio e priva di sensazioni". E cita anche una
frase di Galileo Galilei il quale riferendosi al proprio stile usava la
metafora del cavallo, affermando: "il discorrere è come il correre".
Dice Calvino: "la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia
degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono per Galileo qualità
decisive del pensar bene".
Un altro frutto dell’elaborazione del
pensiero che si muove fra velocità e digressione è la concisione
in grado di trasmettere un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza di
aggiustamenti pazienti e meticolosi.
Il gusto della composizione nella funzione
narrativa è esplicitato nella ricerca dell’esattezza espressa fondamentalmente
in "un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; evocazione d’immagini
visuali nitide, incisive, memorabili, un linguaggio il più preciso
possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione."
"Un linguaggio delle cose, che parte dalle cose e torna a noi carico di
tutto l’umano che abbiamo investito nelle cose. La parola collega la traccia
visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata
o temuta, come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto."
Un altro valore che Calvino ci raccomanda
è la capacità di mantenere viva l’immaginazione, quella qualità
della mente in grado di dare visibilità a immagini, visioni, fantasie,
suggestioni visive.
"Immaginazione come repertorio del potenziale,
dell’ipotetico, di ciò che non è, né è stato,
né forse sarà, ma che avrebbe potuto essere." Calvino mette
in guardia dal pericolo di perdere una facoltà umana fondamentale:
"il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire
colori e forme dall’allineamento dei caratteri alfabetici neri sulla pagina
bianca, di pensare per immagini."
"Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione
che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla
e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso labile fantasticare,
ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita,
memorabile autosufficiente icastica."
La categoria della molteplicità
citata da Calvino ricalca la questione della complessità che è
alla base del pensiero scientifico, oggi. Il romanzo è inteso come
metodo di conoscenza, come possibile rete di connessione fra fatti in un
mondo che è come un garbuglio, un gomitolo inestricabile.
"La grande sfida della letteratura è
il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione
plurima, sfaccettata del mondo." Propone "l’idea di un’enciclopedia aperta:
oggi non è più pensabile una totalità che non sia
potenziale, congetturale, plurima".
Calvino così conclude la sua riflessione:
"Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti,
un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato
e riordinato in tutti i modi possibili".
Proprio queste ultime parole ricordano
i suggerimenti contenuti nell’opera di un maestro della terapia gestaltica,
E. Polster: "Ogni vita merita un romanzo" dove è proposto un legame
possibile fra terapia e narrazione, così dettagliatamente presentato,
nel mettere magistralmente insieme due sistemi di comprensione della vita:
la letteratura e la psicoterapia.
Ritroviamo anche qui l’idea di variare
il ritmo e la campitura del racconto per esaltarne il significato, il saltare
dei passi o la digressione, l’operazione di stringere e allentare le sequenzialità,
l’opportunità nella narrazione di entrare in contatto con una molteplicità
di parti diverse per stabilire un dialogo che migliori la qualità
del contatto, l’enfasi dato alla visibilità nel porre l’esperienza
"sotto i riflettori" , il valore che assume per la salute mentale la fascinazione.
In Italia tra la fine degli anni ’80
e gli anni ’90, si assiste ad un fiorire di tecniche che mirano a considerare
gli aspetti evolventi della narrazione: una di queste è la narrazione
come cura di sé che è andata affermandosi soprattutto attraverso
il metodo dell’autobiografia nell’ambito delle pratiche educative per l’età
adulta (Demetrio, 1991 e 1995).
Un’altra esperienza sono stati i LEO
(Laboratori di epistemologia operativa) che si basavano su di una metodologia
di carattere cognitivo, cioè le persone imparano a ripercorrere
le tracce dei loro apprendimenti e delle scoperte fatte (Fabbri, Munari,
1990), in questo modo si evidenziano degli eventi, più o meno dotati
di senso, che hanno anche un loro ritmo e che fra loro creano dei contesti
significativi, oggetto a loro volta di nuovi aggiustamenti.
Con i laboratori di epistemologia operativa
gli autori si propongono di "fare formazione creando contesti che possano
fornire pretesti alla nascita di eventi, contesti dove possono emergere
nuove forme di organizzazione concettuale".
La caratteristica peculiare dello strumento
della narrazione in campo formativo sembra essere la possibilità
di risonanza che essa è in grado di offrire rispetto al fenomeno
dello "stato nascente", o dell’emergere della sensatezza, o dell’insight
creativo, all’interno di una relazione fortemente carica a livello empatico.
Nel suo saggio "Narrare il conoscere"
Donata Fabbri traccia il suo contributo all’epistemologia della formazione,
che consiste in una proposta operativa, dove azioni, comportamenti ed emozioni,
saperi e riflessioni sui saperi sono legittimati secondo un’etica della
pratica, secondo l’ottica di apprendere dall’esperienza.
"La narrazione è stata per noi
terreno di regolamento di conti delle prime ansie e delle prime paure,
ha permesso identificazioni e disidentificazioni, ha aperto spazi di svago
e di avventura." "La formazione, come la narrazione, valorizza il ruolo
della parola e del linguaggio credendo che esso restituisca qualcosa di
autentico per chi lo utilizza o per chi lo raccoglie."
Formazione è sinonimo di avventura,
dove si presuppone il possibile, si valuta il necessario, ci si consente
un miglioramento del proprio stato e ci si propone di conquistare qualcosa.
Mai come attraverso la narrazione è
possibile esplicitare la dimensione dell’avventura, "operando un certo
grado di distacco da persone, luoghi, parti di sé, l’avventura rivela
noi a noi stessi come un personaggio inedito che era latente. Ci consente,
allo stesso tempo, trovandosi nella necessità di affrontare prove
e imprevisti, di costruire e ricostruire nessi logici nuovi pur fondandosi
su uso di strumenti e strategie inadeguati perché appartenenti ad
un ordine precedente".
Un discorso a carattere epistemologico
intorno alla narratività della dimensione formativa è portato
avanti anche da Giuseppe Scaratti che propone di "marcare la formazione
come processo di costruzione di senso, un senso che chiede di essere messo
in parola, riconosciuto e narrato. Si tratta di un’operazione di centratura
sulla ricerca e la costruzione di senso... una marcatura ermeneutica, proprio
perché chiede un lavoro di interpretazione a fronte della molteplicità
dei significati disponibili che la complessità, l’imprevedibilità
e la densità delle situazioni restituiscono e che chiede di volta
in volta una particolare attribuzione di senso-significato, impegnativa,
rischiosa e incerta".
A questo fine Scaratti prefigura "una
costruzione della conoscenza come costante processo interattivo, situato
in un contesto storico-culturale dato in cui mediante la comunicazione
conversazionale, si impara a negoziare i significati delle situazioni e
i compiti incontrati nel rapporto con gli altri".
In questo contesto di "pensare per storie"
si presuppone una vita fatta di domande e di ricerca incessante, un dignitoso
rispetto per le diverse ottiche personali, una pluralità di prospettive.
"La narratività della dimensione
formativa risiede proprio nel doversi confrontare all’interno dei set formativi
con storie e racconti profondamente segnati dalla indeterminatezza delle
varie testualità, dagli impliciti e dai non detti che le attraversano,
dalle dimensioni soggettive e dalla pluralità, a volte contrastante
e di difficile composizione, dei punti di vista, delle rappresentazioni,
dei modi di vedere e pensare presenti. Dire di un ermeneutica formativa
significa generare valenza narrativa, creare occasioni conversazionali
che valorizzino i processi di disambiguazione (assunzione dell’ambiguità
di senso per tradurla in significato possibile), per identificare chiavi
di comprensione e vie di uscita alle situazioni critiche affrontate, promuovere
una possibile regolazione e sintonia dei registri affettivi, per consentire
spazi di ascolto reciproco e confronto, sviluppare processi di negozialità,
in funzione di approssimazioni più convergenti e condivise, mai
definitive o ultimative".
Sulla scia di queste riflessioni teoriche
sono state sviscerate una vasta gamma di tecniche che assumono la narrazione
come punto di vista in grado di dare forma a seconda delle più disparate
esigenze contestuali, dai gruppi di formazione preesistenti all’interno
delle organizzazioni, assistenziali, scolastiche, aziendali, ai gruppi
di formatori.
Come operatori della relazione d’aiuto,
ci troviamo in mano uno strumento che oltre ad essere convalidato da millenni
di cultura umana si dimostra considerevolmente duttile e plasmabile, perciò
a tutt’oggi spendibile nei nostri contesti lavorativi.
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