Category: Primo Piano

EPISTEMOLOGIA, CLINICA e RICERCA in GESTALT

 

L’EQUILIBRIO DELLE DIFFERENZE


27-30 APRILE 2017
SHERATON HOTEL CATANIA

 

La Federazione Italiana delle Scuole e Istituti di Gestalt (FISIG) organizza il suo 6° convegno, uno spazio di incontro e dialogo tra psicoterapeuti, oltre che con altri professionisti delle relazioni d’aiuto.
Quest’anno l’interesse della comunità gestaltica italiana, a ventotto anni dalla nascita della FISIG, si focalizza sulla connessione tra principi teorici, clinica e ricerca, seguendo il bisogno emergente nel mondo più ampio della psicoterapia di riscontrare i risultati clinici con la ricerca e di definire operativamente i risvolti clinici della teoria.
Il convegno è strutturato in sessioni plenarie, tavole rotonde, workshops, lectures e process groups.
Scarica brochure del Convegno

 

Comitato Organizzativo

Istituto di Gestalt HCC Italy: Silvia Alaimo, Jlenia Baldacchino, Angela Basile, Rosanna Biasi, Roberta La Rosa, Salvo Libranti, Teresa Maggio, Susanna Marotta, Rosanna Militello (coordinatrice), Margherita Spagnuolo Lobb, Silvia Tinaglia, Silvia Tosi, Paola Vianello.

Comitato Scientifico

Montanari, A. Iannazzo (ASPIC); F. Belforte, C. Billi (CGV); S. Crispino (C.S.P./I.G.A.); R. Zerbetto, D. De Marinis (CSTG); M. Pizzimenti (IBTG); A. Ferrara (IGAT); G.P. Quattrini, A.R. Ravenna (IGF); O. Rossi, A.M. Acocella (IPGE); A. Lommatzsch, C. Terzi (IGP); E. Danesi, E. Temporin (IGRO); P. Baiocchi (IGT); M. Spagnuolo Lobb (H.C.C. Italy); G. Salonia, V. Conte (H.C.C. Kairòs); R. Melis, P. Greco (S.I.G.); R. Sperandeo (SiPGI).

 

Istituti Sostenitori

ASPIC
Associazione per lo Sviluppo dell’Individuo e della Comunità – Roma

CGV
Centro Gestalt Viva Claudio Naranjo – Livorno, Pisa

CSTG
Centro Studi di Terapia della Gestalt – Milano, Siena

C.S.P./I.G.A.
Istituto Gestalt Analitica – Centro Studi Psicosomatica – Roma

IBTG Scuola Gestalt di Torino
Istituto di Bioenergetica e terapia della Gestalt – Torino

IGAT Srl
Istituto di Gestalt e Analisi Transazionale – Napoli, Ostuni

IGF
Istituto Gestalt Firenze – Roma, Bologna

IGP
Istituto Gestalt di Puglia – Bari, Lecce

IGRO
Istituto Gestalt Romagna – Cesena, Reggio Emilia

IGT
Istituto Gestalt Trieste

IPGE
Istituto di Psicoterapia della Gestalt Espressiva – Roma, Perugia

Istituto di Gestalt H.C.C. ITALY
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia – Siracusa, Palermo, Milano

Istituto di Gestalt Therapy H.C.C. KAIRÒS
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia – Ragusa, Venezia, Roma

S.I.G.
Società Italiana Gestalt della Fondazione Italiana Gestalt – Roma, Cagliari

SiPGI
Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Gestaltica Integrata – Torre Annunziata (NA), Genova

 

Iscriviti al Convegno
Il convegno è aperto ad ex allievi delle scuole, psicoterapeuti della Gestalt e di altri approcci, didatti, cultori della materia.

Nella successiva pagina verrà richiesto di pagare la quota congressuale tramite bonifico bancario, carta di credito o paypal, che ammonta a:
Iscrizioni entro il 31 gennaio 2017: Euro 130
Iscrizioni entro il 28 febbraio 2017: Euro 150
Iscrizioni dopo il 28 febbriao 2017: Euro 180

Politica delle cancellazioni e rimborsi
E’ possibile richiedere il rimborso del 50% della quota di partecipazione entro il 28 febbraio 2017 e del 20% entro il 31 marzo 2017.
Non sono ammesse sostituzioni

Segreteria Organizzativa

Email: info@convegnofisig.it

Con il patrocinio oneroso di

Patrocini richiesti

Università di Catania;

Assessorato Regionale alla Salute;

Comune di Catania;

Ordine dei Medici, Chirurghi ed Odontoiatri della Provincia di Catania

 

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L’approccio psicodinamico agli attacchi di panico. Considerazioni teoriche e tecniche della psicoterapia

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Maurizio Pompili, Iginia Mancinelli, Roberto Tatarelli

Dipartimento di Scienze Psichiatriche e Medicina Psicologica

Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (Direttore: Prof. Roberto Tatarelli)

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”

Introduzione

La nevrosi d’ansia fu per la prima volta descritta da Freud (1895). Nel saggio “Legittimità di separare dalla nevrastenia un preciso complesso di sintomi come << Nevrosi d’angoscia >>, Freud descrisse chiaramente un complesso sintomatologico in gran parte sovrapponibile ai criteri diagnostici del disturbo da attacchi di panico inclusi nel DSM IV. Sebbene nel saggio citato l’eziologia del disturbo venisse ascritta principalmente a cause “attuali” riguardanti il comportamento sessuale, non stupisce che l’interpretazione dell’angoscia fu poi modificata e pochi altri problemi impegnarono Freud così intensamente nel corso di tutta la sua vita. In “Inibizione, sintomo e angoscia” (1926) Freud chiarisce efficacemente come dietro l’angoscia si celi un conflitto inconscio e che la risoluzione dei sintomi è possibile solo lavorando sul conflitto e sui meccanismi di difesa che agiscono intorno ad esso. In molti casi eventi importanti nella vita del soggetto fanno leva su vecchi conflitti irrisolti (Roy-Byrne et al, 1996). Continua…

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La Depressione

downloaddi Marco Capozza*

Il termine “depressione” si usa per indicare sia un certo insieme di sintomi, sia certi disturbi psichici – intesi come malattie, sindromi, entità nosografiche – che condividono quel quadro sintomatologico, pur differendo nelle sue sfumature e nelle cause, decorso, prognosi e terapia. E’ bene tenere distinti i due significati, per cui nel corso di questa esposizione utilizzeremo il termine “depressione”, con la “d” minuscola, per indicare il quadro sintomatologico; “Depressione”, con la “D” maiuscola, per indicare le entità nosografiche (salvo laddove il termine maiuscolo sia già utilizzato in una classificazione o terminologia ufficiale, nel qual caso ci atterremo all’uso ufficiale anche se il termine indica il quadro sintomatologico; casi che dovrebbero comunque risultare chiari dal contesto), ed esamineremo: Continua…

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La morte: una narrazione.

downloadAnna Maria Acocella

 

 

Sono sicuramente molti e diversi i modi in cui ciascuno di noi si relaziona con la morte.

I modi cambiano nella misura in cui ci si confronta con l’esperienza dell’approssimarsi della propria morte, con quell a di una persona cara o con quella di una persona estranea.

Cosi come cambiano in relazione alla personale visione del mondo, alla propria personality, alla religione, al contesto emozionale e al contesto familiare in cui ciascuno di noi vive.

Non prendere posizione a un tentativo impossibile.

Mentre la rimozione della morte sembra essere una caratteristica della coscienza contemporanea, la rimozione del morire a un’esperienza molto piu difficili da realizzare.

Personalmente, pur avendo vissuto esperienze d i morte di persone molto care nel corso della mia vita, non a molto che ho incominciato a considerare la vita e la morte nella loro vertiginosa contrapposizione ed il vivere e il morire come esperienze che sconfinano l’una nell’altra.

Ed e attraverso una ” narrazione” che vorrei condividerlo.

Ogni evento vissuto, quando viene narrato, e la pratica clinica continuamente lo dimostra,

si trasforma.

La narrazione intercede fra passato e futuro.

Situandosi nel presente connette, disfa, riunisce, elabora , rista bilisce relazioni e ne inventa altre.

E questo cambiamento a orientabile verso una maggiore consapevolezza e integrazione di se

La narrazione a strettamente legata alla definizione di identity — la propria storia-.

E la nostra storia a un segmento della storia di altre vite, a iniziare da quella dei propri genitori.

Eravamo amiche, ma non come spesso piace definirsi, amiche del cuore.

Lei per me, lo a diventata quel giorno.

Ci incontravamo spesso e parlavamo molto.

Quello che dividevamo a stato l’atrio del portone di casa.

Un giorno, proprio in quell’atrio Patrizia mi disse: ho rifatto la TAC a un cancro;

domani comincio la chemio.

E’ un po’ che lo so ma non sapevo come dirtelo.

Un cancro, esclamai quasi incredula. Com’e possibile Pat?

Si un cancro al polmone.

Non riuscii a dire nulla e anche lei.

Il silenzio si riempi di lacrime altrettanto silenziose e di un contatto fra le nostre

mani. Io stringevo le sue alle mie e lei le mie alle sue come a cercare solidarieta

reciproca e un po’ di speranza.

“Posso fare qualcosa per te?”

Le chiesi, sapendo che fare qualcosa per lei , se solo mi avesse dato la possibilita, avrebbe significato fare qualcosa per me; probabilmente per scappare e non sentire il senso di impotenza e di sgomento che stavo provando.

“Non lo so” rispose.” Adesso non lo so.” “Vado a prendere i bambini a scuola.” Aggiunse.

E io pensai: i bambini, sono cosi piccoli!

Mi lascio le mani, si asciugo gli occhi e con un filo di voce disse: “non so come fare con i bambini. Non ce la faccio a stare con lo ro e non ce la faccio a stare senza di loro. Rocco mi aiuta molto ma questo mi porta a pensare a quando non ci saro piu e allora un dolore fortissimo mi spinge a stare con loro comunque e comunque io mi senta.E a volte sono nervosa, stanca, li tratto male poi mi pento, mi sento in colpa;ma anche un minuto in piu con loro mi sembra importante”.

Si interruppe e mi guardo.

“E’ importante Pat”. Le dissi.

Sorrise appena, come consolata, – mi sfioro la mano- ” beh! Vado a prenderli a scuola, poi magari se sei a casa passo a trovarti.”

“Ho promesso a Isabella di portarla alle giostre oggi. Ti va di venire?”

“Non so, forse. Sentiro i bambini”.

E mi saluto e la salutai.

Mi sentivo incollata alla mattonella del pavimento dove c’era stato questo incontro -, dove era accaduto tutto. Non riuscivo, non volevo andare ne avanti ne indietro. Volevo stare li, come a voler rispettare qualcosa di solenne, di molto grande che stava avvenendo e che era avvenuto.

Come un’eco, sentivo ripetere le sue parole, “e un cancro, domani com incio la chemio”

 

Cercavo di raffigurarmi un polmone, il suo, con il cancro. Non riuscivo a vedere nulla. Fu quando spostandomi da quella mattonella, lungo la strada che stavo percorrendo, che vidi davanti a me un’enorme massa nera pronta a scoppiare. Ma a quel punto mi chiesi se quella massa era il suo cancro o il mio dolore.

Non venne alle giostre quel giorno e non la vidi nemmeno il giorno dopo.

Passo circa una settimana e la chiamai.

“Come stai”?

“Male”, rispose.

“Sto giy male ed a solo il primo ciclo.Non lo sopporto”.

“Hai dolore?”

“Si, ma il dolore pia forte e il pensiero di lasciare Rocco e i miei figli, sono cosi

piccoli!”

“Adesso non li stai lasciando Pat, lasciati delle possibility che questo non accada; ti

stai curando!”.

“Io non mi sono mai lasciata delle possibility, lo sai!” Rispose.

“Si, lo so, ma c’e sempre una prima volta, no?”

“E’ che mi sembra tutto cosi inutile, pia grosso di me. E’ strano no, sentirlo dire da

un medico.”

“No, non mi sembra strano Pat.”

“E’ la prima volta nella mia vita che ho paura, paura per me – veramente.”

Di che cosa hai paura? Le chiesi.

Ho paura di non farcela mi rispose piangendo.

Pensa che bello se tu ce la facessi Pat! Esclamai, trattenendo un nodo di profonda

commozione.

“Si, sarebbe bello”.

“Ce la metterai tutta vero? Come hai sempre fatto.”

“Provero”, mi rispose un po’ esitante. “Provero, ma a dura”.

“Si, aggiunsi io a dura.”

“Posso mandarti gia i bambini, cosi mi riposo un po’.”

“Si, li aspetto, magari li porto un po’ fuori, se vuoi, c’e il sole e l’aria a ti epida.”

“Allora gli metto una felpa.”

“Si, ciao.”

Non uscimmo pia. Rimanemmo a casa.

Io decisi di occuparmi delle piante del terrazzo mentre sentivo e vedevo i suoi

bambini giocare con la mia.

C’era un atmosfera tranquilla e giocosa. Mi piaceva vederli gio care insieme.

Mentre zappettavo la terra e potavo le piante, immagini della mia vita si

sovrapponevano. Mi sentivo Patrizia, mia madre, morta del suo stesso male, e io

bambina segnata dallo stesso destino dei suoi. Mi a stato impossibile identificarmi

con mia figlia. Ma la mia paura, soffocata e impastata con la terra dei vasi che

continuavo a svuotare e riempire, era questa.

I giorni passavano e Patrizia continuava la sua lotta.

 

Quando la vedevo o la sentivo avevamo sempre qualcosa da fare o da dirci. La n ostra

comunicazione era fluida ed intensa. Questo mi sembrava straordinariamente bello.

Era la sua vita, la loro vita che continuava, non solo un cancro che cresceva.

Finiti i primi cicli di chemio torno a lavorare, come medico diabetologo, stimata ed

apprezzata.

Andammo dal tappezziere insieme.

Voleva rifare le poltrone del salotto con nuove e tinte e stoffe diverse.

Passammo un piacevole pomeriggio primaverile e pieno di sole. Aveva ritirato le

analisi e i risultati erano soddisfacenti.

“Come vedi questa stoffa fiorata accanto alle righe della poltrona di mia nonna” mi

chiese ridendo?

“Un pugno in un occhio”, risposi

Mi faceva sentire cosi bene vedere quegli occhi ridere!

” Forse a piu sobria questa o quest’altra… Non trovi che i colori pastello si intoni no

meglio con il resto della mobilia?”

“Decisamente si a meglio”, risposi.

” Come sei paziente”, mi disse.

“Paziente? Replicai. Mi piace scegliere le stoffe.”

“Non mi riferivo a quello”, aggiunse. “Sei molto tranquilla in generale, dico, su

tutto!”

“Dici”? Risposi io, non avendo chiaro il senso di quello che mi stavo dicendo.

Lo capii il giorno successivo quando mi disse che non aveva nessuna voglia di

cambiare la stoffa del salotto ma che voleva provare a far finta di niente.

“Tu ci credevi davvero che volevo cambiare tutto?”

E io le risposi: “non tutto, non c’e motivo, solo quello che a possibile cambiare.

Sicuramente la stoffa. Se questo ti fa star meglio!”

Mi guardo sospettosa, stavo mentendo a lei e a me; e se ne accorse e me ne accorsi.

“Ok” — aggiunsi- ” hai ragione tu. Adesso non serve, forse piu in ly.”

“Forse”, ripete. Mi prese sottobraccio e disse: “ci facciamo un giro al mercato dei

fiori?”

“Volentieri, ho ancora un po’ di tempo”.

“Sai”- comincio- “sto valutando la possibility di operararmi.” La a scoltai in

silenzio…

“Se la chemio funzionery, potrei farmi asportare il polmone malato…”

“Il polmone, tutto il polmone!”. Esclamai

“Si, con uno potrei vivere abbastanza bene sai? Mi sto documentando: in Germania e

un tipo di intervento che fanno bene e co n successo e i risultati sono buoni. Voglio

pensarci pero.”

“Certo, devi pensarci bene.”

Passarono diversi giorni senza vederci o sentirci.

Quella mattina mentre la casa profumava ancora dei fiori che avevamo comprato

Patrizia mi disse: “ho paura, sto male un’altra volta. Ho male ovunque, respiro male,

 

 

inghiottisco male, sto anche perdendo i capelli, guarda” e mi mostro una chiazza sulla

nuca. Era quello il cancro?.

L’abbracciai forte. “E’ dura eh Pat!”

“Si a durissima, come a difficile curarsi”

“Lo vedo”.

Si accascio su una poltrona e si copri con plaid che era poggiato sul bracciolo.

Mi misi in ginocchio accanto a lei e le presi la mano che piano piano cominciai ad

accarezzare come se volessi calmarla, rassicurarla e tranquillizzarla. Poco dopo si

appisolo.

“Sto incominciando ad arrabbiarmi.” Mi disse quel pomeriggio a casa mia.

“Era ora, mi chiedevo quando l’avresti fatto, Pat!”

“Sono arrabbiata con i miei genitori che mi danno il tormento, con mio marito

quando mi cerca e mi vuole, con i bambini che non mi ascoltano mai, con i colleghi

che fanno finta di niente, e con gli amici che mi chiedono continuamente come sto.

UFF!, come sono incazzata.”

“E con il tuo cancro, immagino.” Aggiunsi io

“E con il mio cancro” ripete lei.

“Tu sei una delle poche persone c he non fa finta di niente” aggiunse.

“Beh, anche tu con me non fai finta di niente.”

“Dici che a questo?” Mi domando

“Forse, ma immagino che non sia facile ne in un modo ne in un altro.”

“Si, non a semplice, ma perche cazzo mi sono ammalata. Un cancro ai p olmoni a me

che non ho mai fumato e che sono attentissima alle malattie respiratorie!”

Mentre dice questo mi accorgo di avere la sigaretta accesa in mano.

“Smetti di fumare, incosciente” esclamo.

“Lasciami fumare” rispondo io mentre do un tiro alla mia sig aretta “Anche mia

madre a morta per un cancro ai polmoni senza aver mai fumato”.

“Oddio, scusami, non lo sapevo” mi disse con molto imbarazzo.

“Scusami tu”, le risposi mentre continuavo a fumare.

“Quando a morta tua madre?” mi chiese

“Avevo 11 anni” ” E lei? ” 46.

“Tu, quanti anni hai?”

“Quasi 41, e tu?”

“41, appena compiuti”.

” Com’e stato per te?”

“Per me e mio fratello?”

“Si, come a stato per voi?

“Doloroso, Pat. Doloroso e difficile”

“E per tuo padre?”

Ripetei: “doloroso e difficile.”

“Si a mai risposato?”

 

“No, non si a mai risposato. Non so se ha avuto altre donne, ma non si a piu

risposato.”

“Lui come sta?”

“Abbastanza bene”

“Ti ricordi di lei, qualche volta?”

“Certo”, risposi ” spesso- anche adesso”

“E tuo fratello si ricorda di lei?, e quando era piccolo?”

“Hai paura che i tuoi figli, se tu dovessi morire, non si ricordino piu di te?”

“Si!” I suoi occhi erano pieni di lacrime e anche i miei.

“Non so se mio fratello abbia un ricordo reale di lei, lui era poco piu piccolo di me.

Mi piace pensare che potrebbe avere la possibility di farlo. Forse potrei parlare con

lui di questo, non ricordo di averlo mai fatto.”

“Ha sofferto molto tua madre?”, riprese a chiedermi.

“Mia madre non ha cominciato nemmeno la chemio. Si Pat, ha sofferto molto.”

“Mi stai dicendo che sono avvantaggiata?”

“No, ti sto dicendo che non tutti i tumori sono uguali e che 30 anni fa era sicuramente

diverso da oggi. Non so se meglio o peggio, ma sicuramente diverso.”

“Cosa ne pensi della mia idea dell’operazione?”

Non risposi.

“Sai, potrei vivere di piu e meglio. Questo sarebbe moltissimo per me.”

“Certo, Pat; ma questo lo potresti fare a cominciare da ora” aggiunsi.

“Da ora? Non ho molte possibility”

“Fra molte e nessuna c’e una grande differenza. Perche non provi a considerare che in

quelle poche possibility che potrebbero esserci, qualcuna potrebbe essere per te.

Anche se fosse una sola” Raramente mi sono sentita cosi decisa.

“Mi sto dando per spacciata eh?.”

“Si”, risposi ancora.

“Ma non era solo questo quello che volevo dirti. Cominc iare da ora a vivere di piu e

meglio.”

“Come?” mi domando e si domando.

“Prendendoti piu cura di te.”

“Ma io giy mi sto curando.”

“Non a la stessa cosa Pat, e tu lo sai.”

Mentre parlavo ero presa da una sorta di foga, un misto di eccitazione e paura,

impotenza e rabbia, determinazione e arrendevolezza, e le dissi ancora: “Curarsi o

prendersi cura non a la stessa cosa. Ti stai trascurando Pat, ti stai trascurando molto”

“Hai ragione, io non mi sto prendendo cura di me”

“Ci tenevi cosi tanto?.”

“…Appunto ci tenevo, ora non ci tengo piu, non tengo piu a niente, non c’e piu

niente”

Disse queste parole con un tono cosi duro, cosi aspro, la voce ferma e lo sguardo

immobile.

Mi spaventai del suo dolore. Mi avvicinai e le dissi: “Sei molto incazzata eh Pat?”

 

 

” Si ” mi rispose “e mi sento tanto sola”

Il suo sguardo si ammorbidi “E’ vero, sai, non servono tante possibilita, ne basta una

sola.”

“Si Pat, con l’operazione o senza, ne basta una sola”.

Credevo in quello che ci eravamo dette? O era solo un’illusione per le i e per me?. Non mi diedi alcuna risposta, mi sentivo stanchissima e sfinita. Immaginai lei, come doveva sentirsi!

I giorni passavano e Patrizia reagiva meglio. La vedevo e la sentivo; mi era diventato impossibile non farlo. Aveva ripreso nuovamente il lav oro e la grinta e la forza che la caratterizzavano.

Una sera la chiamai per avere informazioni su un medicinale.

Stava a letto, un’altra volta.

Ho vomitato tutto il giorno”, mi disse, “la gola mi fa male per lo sforzo e non mi

reggo in piedi”

“Hai bisogno di qualcosa?”, le chiesi, “ti prendo i bambini vuoi stare un po’

tranquilla?”

“Ci sono i miei, li ho fatti tornare. Ho bisogno di loro e anche i bambini hanno

bisogno di loro, hanno bisogno di tutto”, continuo con un filo di voce.

” E tu?” ripresi a chiederle.

“Io vorrei tanto dormire, dormire e dormire. Svegliarmi e non sentire piu nulla.”

Delle sue parole, quello che conservai dentro di me fu “svegliarmi” e pensai. Ce la fa

ancora.

E allora le dissi “mi sembra un bellissimo sogno, poi aggiunsi, stai fi nendo anche

questo ciclo, dopo starai meglio.”

“Si, staro meglio e se le analisi saranno buone a luglio andro in Germania ad

operarmi.”

“Hai deciso?”

” Si, ho deciso. Anche Rocco e d’accordo. Non voglio che i miei figli si ricordino di

me malata e sofferente; non voglio che continuino a vivere tutto questo. E’ troppo. E’

troppo per loro, sono troppo per loro. Andrebbe a finire cosi, lo so. Invece con

l’intervento potrebbe essere diverso capisci?”

“Si, capisco Pat e ti ammiro molto per la decisione che hai preso.”

“E se poi cambiassi idea all’ultimo momento?”

“Ti ammirerei lo stesso per esserti data un’altra possibilita. Vuoi che salga ti faccio

un po’ di compagnia?”

“No, Voglio dormire, ti chiamo domani.”

Il giorno dopo non chiamo.

Passo qualche giorno e una mattina, molto presto, mentre aprivo le imposte della

finestra, alzai lo sguardo verso la sua. La vidi nello stesso gesto. Mi vide e si sbraccio

 

 

per salutarmi, io feci lo stesso. E cosi comincio la sua e la mia giornata. Come tante,

diversa da tutte.

La sera mi chiamo.

“E’ stato bello questa mattina” disse.

“Anche per me” risposi.

“Come ti senti?”

“Abbastanza bene. E’ tutto apposto. Questo fine settimana andremo a Modena per un

ultimo consulto, per scrupolo sai?”

“Certo, fai bene.”

“E poi organizziamo la partenza. Dobbiamo sistemare i bambini. Andranno con la

tata giu a Reggio dai nonni. Mi sento piu tranquilla, a inutile che rimangano a Roma,

con questo caldo, ti pare? E poi non so quanto ci vorra!!!

Dopo mi voglio fare una bellissima vacanza, partire tu tti e quattro e prima di

settembre non ci vedrete! Rocco mi sta preparando una sorpresa, un viaggio a

sorpresa! L’idea mi piace moltissimo.”

“Ti sento contenta ed eccitata!”

“Lo sono. Ti va di salire un po’ dopo?”

“Sistemo la bambina e salgo” Risposi

Come stava bene! Aveva ripreso colore, aveva i capelli legati, un aspetto compatto

gradevolissimo, leggermente truccata e senza occhiali.

“Entra sono sola, Rocco a uscito con un amico e i bambini dormono”.

“E tu che facevi?”

“Stavo guardando le mie lastre, vuo i vederle, vuoi vedere il mio cancro?”

Mi avvicinai un po’ titubante, ma non esitai. Almeno ora lo vedevo! Il mostro.

“Guarda, eccolo qui, vedi, si vede benissimo”.

E mi mostro la “foto” del suo cancro – una massa compatta sul suo polmone.

Non fu cosi tremendo vederlo. E questo mi disoriento un po’

“Vedi”, mi disse “possono asportarlo tutto. Il resto a limpido, a sano ancora.”

Mi fece piu impressione immaginare il buco che sarebbe rimasto come un segno

indelebile.

“Vedi,” sottolineo ” l’altro a integro. E’ solo qui la mia malattia, le cellule impazzite

sono qui.”

Mentre Patrizia continuava ad indicare con il dito la pazzia delle cellule fantasticavo

di urlare e battere con tutta la mia forza contro quella macchia. Mi sentivo forte e

sentivo lei forte e le dissi. “e tanto che i bambini dormono?”

“No, ma erano cosi stanchi che sono crollati immediatamente, ma perche mi chiedi

questo ora?” domando.

“Ora ti faccio vedere” le risposi

Chiusi le porte, afferai tutti i cuscini che vidi e incominciai a scaraventarli c ontro

quella macchia.

“Che fai, sei impazzita!” esclamo.

E io continuai con insulti, parolacce…

 

 

E lei incomincio a venirmi dietro. Prese tutto quello che era possibile lanciare. Penne,

matite. Con della carta facemmo delle palle, tirammo anche quelle. “Vai via non ti

voglio” urlava. “Lasciami vivere, voglio vivere e senza di te. Vatteneee!!!”

Duro per po’ e la stanza sembro un campo di battaglia. Ridevamo e piangevamo

contemporaneamente. “Che follia” mi disse.

“Non avrei mai pensato di fare questo con il mio cancro”.

“Nemmeno io” risposi.

Ci abbracciamo forte, soddisfatte ma tristi, molto tristi.

“C’e un altro problema” aggiunse.

“Quale?” domandai

“Dire ai bambini di questo viaggio, non so come dirglielo e non so cosa dirgli.”

Decisi di fare un po’ d’ordine intorno a noi. Rimasi in silenzio ancora un po’ mentre

sistemavo i cuscini sui divani e mentre Patrizia conservava i suoi referti.

“Loro sono piccoli Pat, ma non stupidi.”

“E’ questo il problema” mi interruppe lei.

“Ma non per loro. Per te, perche sai che capiscono, che hanno capito.”

“E’ vero, non so come proteggerli”

“Loro sanno che sei ammalata, che ti stai curando. Sanno che curi altre persone

ammalate, che lavori in un ospedale. Ora sei tu che hai bisogno di un ospedale e di

un’operazione per stare meglio. Pensi che possano capire questo?”

“Si, ma penso a come si sentiranno sapendo che sono in ospedale, in un’altra citta,

lontano da loro.”

“Pat!, spesso partivi per lavoro, con Rocco o da sola, qual’e il problema?”

“E’ che non li voglio lasciare, non ce la faccio.”

E incomincio a piangere disperatamente, mentre stringeva i pugni verso il suo petto.

“Non ce la faccio, non ce la faccio a lasciarli.”

Mi avvicinai e la toccai appena.

Il suo pianto era profondissimo e anche il suo dolore.

“Non posso, non ce la faccio” continuava.

L’abbracciai e le dissi: “Patrizia, lo stai facendo, li stai lasciando adesso, li stai

lasciando ora, Pat” “Dio, come e difficile…”

Non dimentichero mai quel momento. Era un dolore che non avevo mai sentito

prima.

Lentamente si quieto, riapri i suoi pugni e i suoi occhi.

E anche io con lei lasciai andare mia madre, il mio bambino mai nato, e lei.

Rimanemmo vicine in silenzio ancora un po’ e incominciammo a dondolarci

lentamente, come a cullarci, sostenendoci una alla spalla dell’altra .

“Non so se ci vedremo prima della partenza” mi disse.

“Vorrei fare tante cose…”

“Certo Pat, buona fortuna.”

Ci stringemmo forte le mani, lei mi sorrise e mi disse: “Sto molto meglio, mi sento

viva. Crrazie, grazie di tutto.”

Mi abbraccio e ci lasciammo.

 

 

 

Feci le scale di corsa, senza mai voltarmi. Non vedevo l’ora di abbracciare mio

marito e mia figlia.

Patrizia non la rividi piu, mori di setticemia 48 ore dopo l’intervento.

Adesso, a distanza di tempo, mi piace pensare che non sia stata la malattia a ru barle l’ultimo suo respiro ma la possibility che si e data di vivere fino all’ultimo momento.

Bibliografia:

Berg E. Parole prima del sonno, Longanesi, Milano, 1995

Borgna E. L’arcipelago delle emozioni, Feltrinelli, Milano, 2001. De Santi A. ( a cura di ) Il dolce morire, Carocci,

Lewis, C. S., Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1990

Kubler Ross E. La morte e il morire, Cittadella, Assisi, 1988.
Kubler Ross E. ” L’anello della vita“, Frassinelli edizioni, 1998
Spinsanti .S., Le separazioni nella vita, Cittadella, Assisi, 1985

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La terapia della Gestalt

 

Fritz Perls

(intervista audio del 1969)

 

L’idea della terapia della gestalt è trasformare persone di carta in persone reali; lo so che sembra incredibile far si che l’uomo vuoto del nostro tempo giunga alla vita insegnandogli ad usare il suo innato potenziale e sia – diciamo – un leader senza essere un ribelle, avendo un centro anziché vivere sbilanciato.

Tutte queste idee sono di difficile realizzazione, ma io credo che sia possibile farlo oggi, che non si debba giacere sul lettino per anni, decadi, secoli, senza cambiamenti essenziali. La condizione per cui questo risultato può essere raggiunto è questa: di nuovo dobbiamo voltarci indietro e parlare del contesto sociale dove ci troviamo… nelle precedenti decadi gli uomini della società hanno vissuto per ciò che era giusto e hanno portato avanti i loro compiti senza riguardo a ciò che essi volevano davvero fare. L’intera società è stata regolata dal “doverismo” e dal “puritanesimo

…. Fai quello che devi che ti piaccia o no….

Oggi, io credo, l’intero contesto sociale è cambiato, il puritanesimo si è trasformato in edonismo, abbiamo iniziato a vivere per il divertimento e il piacere, tutto funzione fino a che è “bello”; questo risuona maggiormente del “moralismo” ma, a mio avviso, è comunque una grande battuta d’arresto; siamo diventati fobici verso il dolore e la sofferenza… lasciatemelo ripetere:

siamo diventati fobici verso il dolore e la sofferenza…

Qualunque cosa non sia divertente o piacevole deve essere evitata, quindi scappiamo via da ogni frustrazione che potrebbe essere dolorosa, e cerchiamo una scorciatoia.

Il risultato è una carenza nella crescita, quando parlo di prontezza nel incontrare le cose spiacevoli, certamente non intendo un’educazione al masochismo, al contrario: il masochista è una persona che ha paura del dolore e insegna a sé stesso come tollerarlo! Io invece parlo della sofferenza che accompagna la crescita del cuore. Parlo di come fronteggiare onestamente situazioni che non ci piacciono e tutto ciò è strettamente legato all’approccio gestaltico.

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Il potere della generazione

hands-generationsdi Patrizia Marioni , Franca Aceti , Alberto Gaston ***

La madre dei canti, la madre di tutto il nostro seme, in principio ci generò.

Essa è la madre di ogni razza umana e di ogni tribù …

Lei sola è la madre delle cose, Lei sola …

(Canto degli Indiani Kagaba, Neumann: La Grande Madre)

Tra le varie possibili forme della evoluzione sociale, il potere della generazione si esplicita, in maniera fondante, all’interno di quella stretta giunzione che si costituisce tra l’ordine delle relazioni e l’esperienza del tempo. In particolare, interpretando Vico (Botturi, 1996), l’acquisizione nella coscienza della possibilità di generare (o, in negativo, dell’impossibilità di farlo), da parte dell’uomo, crea quel forte nesso tra “futuro della discendenza” e “passato delle genealogie”, che permetterà il costituirsi dell’ordine nella “città”. Nel taglio scelto in questo breve lavoro, abbiamo pensato di percorrere, tra le varie possibili rotte, quella, un pò “sghemba”, che fa precedere e seguire alle figurazioni ordinate del tempo storico, le figure senza tempo (Zeitlos) emergenti dalla antica rappresentazione mitica del mondo e dalla moderna narrazione psicologica dell’anima. L’atto del procreare appare ormai da alcuni decenni come un aspetto della vita individuale e di coppia legato sempre più all’area della volontà che a quella del desiderio. Il rapporto privilegiato, che si è stabilito tra la tecnica medica e questa sorta di volontarismo ha dato luogo ad un confuso groviglio e ad un intreccio inscindibile di relazioni causa-effetto. Il legame tra medicina e procreazione (del quale è possibile ritrovare tracce storiche antichissime) si afferma definitivamente nella prima metà del nostro secolo, modificando profondamente la vita femminile in stretta relazione con il progresso tecnico: dalla riduzione drammatica della mortalità materna e neonatale alla possibilità per la donna di poter esercitare un controllo sulla propria fertilità. Quando parliamo di “controllo” della riproduzione, pensiamo per lo più ad interventi limitativi della fecondità, dimenticando però come essi rappresentino solo un caso particolare di tale controllo e che la prima e principale preoccupazione dell’uomo sia stata piuttosto quella di massimizzare la fecondità del corpo femminile, vista la relativa infertilità della specie umana: così rivelano le più primordiali statuette votive, dedicate alle Grandi Madri, rappresentazioni della dea della fertilità, incinta, considerata signora della gravidanza e della nascita, oggetto di culto collettivo, divinità dagli attributi materni estremamente enfatizzati. Storicamente, il controllo sociale della fecondità è stato quindi finalizzato all’incremento delle nascite, anche se gli interventi anticoncezionali, condannati dalla morale laica e religiosa e per lo più relegati alla clandestinità, hanno rappresentato una sacca di comportamenti sociali “devianti” probabilmente sempre esistiti. Soltanto dalla seconda metà dell’800 (grazie anche alle modificazioni dell’atteggiamento collettivo provocate dall’esplosione demografica e dalle teorie malthusiane), il controllo limitativo delle nascite, esercitato soprattutto tramite l’interruzione del rapporto sessuale, diviene un comportamento socialmente diffuso e culturalmente riconosciuto. Tanto che Freud lo elencherà tra le cause principali della nevrosi. E’ stato forse proprio il progresso rappresentato dalla contraccezione medica a dare inizio ad una
modificazione profonda dell’aspetto immaginativo del concepimento, rendendo la sessualità parzialmente indipendente dalla procreazione: ieri il concepimento rappresentava una conseguenza sempre possibile dell’atto sessuale e il figlio una potenzialità sempre presente e imprevedibile, oggi è per lo più volontariamente programmato e, in fondo, presente solo grazie alla prevedibilità dell’assenza. Si è passati dal figlio come conseguenza del desiderio sessuale dell’uomo per una donna, al figlio come oggetto della volontà cosciente. Come sostiene polemicamente la Chatel ” … la donna crede di poter padroneggiare la sua fecondità perchè può inibirla, è all’origine della procreazione non come donna desiderata e desiderante, ma come abitante di un corpo femminile: si è passati dal registro erotico, sacro, al registro veterinario” ( Chatel, 1990) . La situazione attuale ha posto le donne davanti a un rompicapo ossessionante, facendole divenire le autrici in prima persona del figlio. Operando la parziale disgiunzione tra atto sessuale e procreazione, la tecnica medica ha, in fondo, consegnato alle donne il potere di decidere quando e se fare un figlio, segnando profondamente la cultura della maternità, e, più in generale, della genitorialità nel mondo occidentale. Ma ciò che caratterizza nello specifico lo spirito di questi ultimi anni non appare più la possibilità di limitare la procreazione, ma la possibilità di procreare al di là di qualunque limite. E, in tal modo, il testimone del potere di generare è passato nuovamente di mano, affidato alla competenza della tecnica medica. Così facendo, la separazione tra sessualità e procreazione sta ormai giungendo a compimento: non solo il sesso non comporta più necessariamente la procreazione, ma la procreazione non comporta necessariamente il sesso. E’ divenuto realizzabile ciò che sinora era rimasto espresso solo sotto forma di mito, la possibilità di concepire senza l’incontro della coppia, mentre l’attuale scenario delle tecnologie riproduttive sembra essere una replica della plurisecolare lotta tra i sessi per il controllo del potere generativo.

Le figure del mito.
Nei miti sulle origini del mondo si conserva la memoria ancestrale di un desiderio femminile di riproduzione autonoma, in seguito cancellato da un potere maschile che ha sequestrato per sé la capacità di dare e formare la vita: alla madre è stata lasciata la mera funzione di accogliere e contenere processi generativi altrui. Ma l’immagine mitica di un corpo materno che genera da sé, fantasma molto più arcaico e indifferenziato di quello edipico, caratterizza il tempo che si colloca prima della storia, di un tempo preliminare alla possibilità stessa della narrazione. E nei più antichi miti cosmogonici ritroviamo Grandi Madri dalle quali tutto trae origine: ciò che sta prima della riproduzione sessuata è una generazione partenogenica, una produzione del grembo femminile. Dalla babilonese Ti’amat ha inizio, senza intervento maschile, un universo che non può essere nominato, in quanto ancora privo di nome: “Quando nessuno aveva ancora fatto parola di un cielo, lassù/ E nessuno aveva ancora pensato che la terra laggiù potesse avere un nome…regnava Ti’amat, la divinità originaria femminile” “Ti’amat è l’elemento proprio degli inizi, la madre degli dei, Ti’amat rappresenta la confusione della palude ove vapori infetti, acque dolci e acque salate si mescolano e si confondono; nel proprio seno genera ogni sorta di creature mostruose e ribelli. Il regno della dea madre, della riproduzione presessuale, è equiparato al caos primigenio. Alla sua “partenogenesi” corrisponde un mondo disordinato, dove non è ancora risuonato il potere ordinatore della parola” (Vegetti Finzi, 1990).
Un’altra Dea, la Notte, è all’origine del mondo secondo un mito orfico. Fecondata dal vento, la Notte dalle grandi ali nere genera in se stessa un immenso uovo d’argento. Dall’uovo nasce il primo generato, Eros, il dio dell’amore, che porta alla luce quanto era nascosto nell’uovo d’argento: il mondo intero. Lo spazio concavo superiore, il cielo, per azione di Eros si accoppia con lo spazio inferiore, la terra, generando Oceano e Teti, la prima coppia del mondo, fratelli e insieme sposi. La madre comune, la Notte, non aveva conosciuto alcuna coniugalità. (Kereny, 1951).
In un’altra versione delle origini dell’universo, quella esiodea, Gaia o Gea, la Terra emersa dal vuoto spalancarsi del Caos originario, prima di ogni altra cosa, senza accoppiamento, partorì come suo simile Urano, il Cielo stellato, affinché questi l’abbracciasse interamente e fosse sede eterna e sicura per gli dei “ma quanti da Gaia e Urano nacquero ed erano i più tremendi dei figli, furono presi in odio dal padre fin dall’inizio, e appena uno di loro nasceva tutti li nascondeva, e non li lasciava venire alla luce, nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia opera sua Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa, stipata” (Esiodo, Teogonia).
Appare l’estrema eco della fondamentale contesa tra i sessi intorno al potere generativo, che porta alla scomparsa della rappresentazione del desiderio femminile di autoriproduzione e alla ri-creazione di un mondo, quello che noi conosciamo, sulle rovine di un universo scomparso. Su questi antecedenti cala la cortina delle tenebre, simbolo dell’impensabile, dell’impossibile. Il potere riproduttivo del femminile si poteva manifestare nell’immaginario mitico anche attraverso il proprio lato oscuro, attraverso la possibilità di rendere impossibile la generazione. Dice Neumann in “Amore e Psiche”: Afrodite è la Grande Madre, l'”origine prima degli elementi” il cui adirato celarsi, come la babilonese Ishtar e la greca Demetra, condanna il mondo alla sterilità: “dopo che la sovrana Ishtar si inabissa, il toro non monta più la vacca, l’asino non si china più sull’asina, l’uomo non si china più sulla donna nella strada: l’uomo dorme nella sua dimora, la donna dorme sola” (Neumann, 1989).
Se nei miti delle origini il mondo si è autogenerato da un primigenio grembo materno e se le grandi dee detengono il potere di regolare la fecondità della terra, in seguito ogni riproduzione avverrà esclusivamente ad opera di un principio maschile. La cancellazione della generatività femminile è tale che la maternità tenderà a configurarsi nel tempo esclusivamente nella modalità strumentale dell’accoglimento e dell’accrescimento. In realtà è solo alla fine del ‘700 che viene messo a punto un modello che riconosce ai due sessi eguale apporto di materiale generativo. Attraverso il mito continueranno però ad avere vita questi fantasmi segreti: la nostalgia di un’impensabile autosufficienza creativa, il desiderio trasgressivo, il desiderio di generare da soli e di essere a un tempo padre e madre. Zeus ed Era sono entrambe figure emblematiche in questo senso. Zeus genera Atena, in un tentativo di autoriproduzione in apparenza perfettamente riuscito: tuttavia, si dimentica spesso l’intervento di un principio femminile in questa genitura, quello di Metis, la pitonessa, simbolo dell’intuito e della perspicacia su cui poggia la saggezza femminile; ingravidata da Zeus e poi da questi inghiottita per la minaccia rappresentata dalle sue facoltà generative, di essere soppiantato nel proprio potere. La riproduzione partenogenetica di Era è, al contrario, realmente possibile, riuscendo a creare autonomamente anche la diversità del maschile, ma pagandone il prezzo attraverso le stigmate della mostruosità, che colpiscono appunto la sua discendenza maschile (Tifone, serpente tentacolare, signore dei venti, tremendo flagello per i mortali; Efesto, con le gambe deformi e i piedi ruotati). La differenza tra i figli partenogenetici è evidente e basta a far intendere quanto fosse ritenuto più pericoloso il desiderio femminile e con quanto maggior rigore la sua interdizione fosse iscritta nell’immaginario stesso. Tanto più che una riproduzione esclusivamente maschile era ritenuta impossibile, mentre l’autonomia generativa femminile sembrava avere minacciosi esempi in natura. “L’idea partenogenetica … ha certamente agito come idolo polemico nella formazione di un sapere biologico sul femminile e ne possiamo spiare i segni nei testi aristotelici sulla riproduzione: si dice che le cavalle possano essere fecondate dal vento, che la iena sia ermafrodita, che tutti i pesci siano femmina, che i cefalopodi e i crostacei godano di una generazione agamica. Alla partenogenesi corrisponde probabilmente, in un altro ordine del discorso, il mito dell’età dell’oro, in cui la terra produceva spontaneamente i propri frutti, senza semina e aratura, e in cui l’analogia terra-donna si configura secondo uno statuto diverso rispetto a quello del potere fallico nella generazione” (Manuli, 1982) Le elaborazioni con le quali le teorie scientifiche tenteranno per secoli di dimostrare ed enfatizzare la superiorità dell’apporto maschile alla riproduzione si configurano allora come costruzioni difensive nei confronti dell’immaginario mitico, progressivamente deprivato di valore e di senso, ma continuamente operante anche al di fuori del suo originario contesto.
Le figure della storia
In linea con le tesi sulla superiorità del sesso maschile, l’ideologia dominante era incline a ritenere che l’apporto seminale essenziale alla riproduzione e alla ereditarietà fosse quello del genitore maschio. L’idea che fosse soltanto il padre a generare il bambino e che la madre fornisse semplicemente il luogo per il suo sviluppo, viene espressa da Eschilo nelle Eumenidi, attraverso le parole di Apollo: “Colei che viene chiamata madre non è la genitrice del figlio, bensì la nutrice dell’embrione appena seminato: è il fecondatore che genera, lei invece, salvo che un dio non l’impedisca, porta il germe a salvezza, come una straniera nei confronti di un ospite. Ti darò una prova di questa affermazione: il testimonio è qui vicino, la figlia di Zeus Olimpo”. Atena approva e si dichiara incontestabilmente “tutta di suo padre”. L’antinomia fra forma maschile e materia femminile, messa in scena dal mito, influisce poi, tramite il pensiero di Aristotele, sulla costituzione dei modelli teorici della biologia e della medicina. Aristotele offre un sostegno deciso a questa teoria, attraverso la sua particolare definizione della donna in termini di incapacità: egli rafforza l’idea che il rapporto tra maschio e femmina sia non soltanto analogo a quello tra forma e materia, ma ne costituisca l’esempio; ed elabora l’idea del maschio come causa efficiente nella riproduzione. Ma sul problema del ruolo dei sessi nella riproduzione abbiamo comunque testimonianza di un ampio e prolungato dibattito che inizia molto prima di Aristotele, nel V secolo, e che continua dopo di lui: le diverse teorie emerse ebbero influenza fino a tutto il diciassettesimo e diciottesimo secolo. Fonti indirette attribuiscono a filosofi presocratici (Parmenide, Empedocle, Anassagora) la tesi secondo cui la donna produrrebbe seme come l’uomo. Nel criticare questa teoria Aristotele osserva, ad esempio, che se ambedue i genitori producessero seme il risultato sarebbero due animali e così argomentando riferisce un’interessante opinione di Empedocle: ciascun genitore fornisce per così dire la sua metà di una tessera di riconoscimento, symbolon, e il nuovo essere vivente è formato dall’unione delle due metà (teoria che Aristotele non accetta considerando che parti di un unico essere non possono sopravvivere indipendentemente in nessuna forma).
Anche un testo di scuola ippocratica, il De morbis mulierum, parlerà esplicitamente di “sperma del maschio e della femmina”, sostenendo, ancora più minacciosamente, l’esistenza di un’autosufficienza generativa femminile, in quanto la femmina possiederebbe sia la capacità formativa dello sperma, portatore di entrambi i caratteri sessuali, sia la materia costituita dal suo sangue mestruale. Da un punto di vista biologico sembravano quindi sussistere le condizioni per una riproduzione partenogenetica che avrebbe reso superfluo l’intervento maschile nella riproduzione. Aristotele imposta sin dal principio la ricerca sulla generazione come interrogativo intorno alla causa che provoca il mutamento generativo, cioè il passaggio dal non-ente all’ente: “la femmina offre sempre la materia, il maschio l’agente del processo di trasformazione: queste noi diciamo che sono le rispettive facoltà e in questo consiste l’essere l’una femmina, l’altro maschio … Il corpo ha dunque origine dalla femmina, l’anima dal maschio (GA,II,738 b 20-26)”. E’ lo pneuma (cioè lo sperma, sangue perfettamente lavorato dal calore maschile, sino a depurarsi di ogni residuo terroso divenendo “pneuma”, evanescente mescolanza di aria e acqua, principio quasi immateriale di vita e di forma) che, agendo sul mestruo, trattenuto nel corpo femminile, vi insuffla la vita. Delle quattro cause che reggono la generazione, Aristotele ne attribuisce ben tre al padre che considera portatore della causa formale, finale ed efficiente, lasciando alla madre, progressivamente depotenziata, solo quella materiale. Sì che la femmina entra nella generazione come sesso non generante. La metafora della terra e del seme, che organizza la teoria aristotelica, è, in questo senso, decisiva: alla femmina spetta soltanto un compito di contenimento e di nutrizione che non incide affatto sulle modalità di formazione del nascituro. La contrapposizione tra i due sessi nella generazione non potrebbe essere più dissimmetrica: dalla parte del maschio (agente e trasformatore), forma e attività; dalla parte della femmina (paziente e contenitore), materia e passività. Anche le spiegazioni date più tardi dagli autori di scuola ippocratica alla sterilità si muovono sulla strada del pregiudizio maschile: nelle opere di argomento ginecologico la sterilità della coppia è considerata per lo più un difetto femminile, legata prevalentemente a ostacoli che impediscono la recettività. Nel Corpus Ippocratico (Mul I op 20) si afferma che se la donna, pur avendo un flusso mestruale normale, non accoglie il seme, probabilmente c’è una “membrana” nel condotto, anche se si ammette che possano esserci anche altre cause. Le figure dell’anima
Pensare all’accoglienza di un figlio su uno sfondo archetipico corrisponde alla capacità di cogliere, in questa esperienza, l’attivazione di un campo psichico ‘impersonale’. Ma esiste una particolare costellazione archetipica che esprima la ‘possibilità generativa’? “Nell’inconscio tutti gli archetipi si contaminano a vicenda. Possiamo paragonare quanto avviene a una sovraimpressione di fotografie l’una sull’altra … così nell’inconscio sembrano poter coesistere simultaneamente parecchie rappresentazioni. Un motivo viene ‘scelto’ solo quando viene esaminato dalla coscienza. E’ come se essa puntasse un proiettore, non importa verso qual punto, poiché in un modo o nell’altro raggiunge sempre l’inconscio collettivo nella sua totalità ” ( von Franz , 1985). Il motivo archetipico “scelto” come sfondo, per riflettere attorno all’esperienza della generatività é quello della “Grande Madre” intesa come “archetipo della psiche femminile”. Certo, stabilire i confini della generatività sullo sfondo di un ‘campo psichico impersonale’, descrivere le sue qualità specifiche, le sue direzionalità, il suo ambito simbolico, le sue immagini, può divenire un ‘puro’ esercizio scolastico di ‘orientamento’ attorno alla realtà della psiche e al suo manifestarsi. Tutto ciò pur sapendo che nulla può essere circoscritto e definito dei suoi processi, ma soltanto circumnavigato ‘per amor di ac-costamento’ e, come dice Neumann, per “addestrarsi ad aver occhio” verso la dimensione archetipica. Può essere utile specificare che ” … la Grande Madre non é vincolata alla figura di una madre concreta, essa agisce endopsichicamente nell’uomo come nella donna, nel figlio come nella figlia … nel dominio psichico essa produce prima di tutto una specifica attitudine materna. L’istinto materno la impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un atteggiamento che si estende all’infinito attraverso meccanismi di proiezione, poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa a cui attribuire il significato di ‘figlio’, ivi si fissa, per rivolgervisi maternamente”. ( Bernhard, 1985). E’ il ‘bambino psichico’, dunque, nella sua condizione fantasmatica, ad attivare il ‘campo psichico impersonale’ dell’archetipo della Grande Madre. Neumann sottolinea che la definizione ‘ Magna Mater’, nella sua combinazione di ‘Madre’ e ‘Grande’, ” … non é tanto un dato concettuale: essa implica piuttosto una complessa situazione psichica dell’io; in ugual misura grande (cors. nos.) esprime il carattere simbolico di superiorità, che la figura archetipica possiede nei confronti di tutto ciò che é umano, e, in generale, di tutto ciò che é stato CREATO”. (Neumann, 1981)
Ma quando tale ‘carattere di superiorità’ domina la vita psichica? “La fase in cui la coscienza dell’Io nel suo rapporto con l’inconscio è ancora infantile – dice Neumann – … viene rappresentata nel mito con l’archetipo della Grande Madre”. Noi indichiamo la costellazione di questa situazione psichica e le sue forme di espressione e proiezione come ‘Matriarcato’. (Neumann, 1975 ).
Allora forse si può ipotizzare l’atto psichico dell’accogliere un figlio’ come l’esperire psichico di una figurazione dello ‘stato matriarcale’, in cui l’inconscio ‘domina e dirige’.
Ma cosa significa essere toccato dall’attività dominante dell’inconscio? Per provare a chiarirlo è necessario avvicinarsi in modo descrittivo al mondo psichico connesso con tale archetipo, e soprattutto bisogna cogliere la ‘posizione’ dell’Io’ in tale costellazione; qui le parole di Neumann ci soccorrono e ci illuminano specialmente quando dice che “…la coscienza matriarcale riflette i processi inconsci, li riassume e si regola a seconda di essi, cioè si mantiene più o meno in attesa, senza intenzioni volontarie dell’Io”. La coscienza matriarcale nel suo atto di ricevere un contenuto, lo ingloba e lo ‘porta a compimento’. Non si tratta già di una comprensione dei contenuti, come atto di elaborazione e ordinamento intellettuale, ma di un ‘lasciar agire un contenuto’. Quando qualcosa deve essere compreso, esso deve ‘penetrare’ nella coscienza matriarcale, nel senso sessuale-simbolico di fecondazione e quindi di ‘concepimento’. Il capire diviene un concepire ; l’azione si trasforma in attesa . L’attività ‘circolare’ e ‘covante’ della coscienza matriarcale non va mai dritta allo scopo come l’atto di pensiero, la deduzione ed il giudizio, ma allude. Sue caratteristiche sono il girare attorno a un centro e l’osservare; quell’agire, cioè, che Jung definì il ‘render pregno’ (Jung, 1988). Con il capire-concepire subentra così per la coscienza matriarcale un mutamento della personalità; si tratta di un riferirsi al contenuto nel modo dello scambio reciproco, così come madre ed embrione mutano reciprocamente durante la gravidanza. L’Io della coscienza matriarcale non possiede attività libera ed indipendente, ma attende passivamente. Il suo compito consiste nell’attendere e nell’adattarsi; nell’esser pronto a ricevere il
contenuto emergente; nel porsi in accordo con esso… Portare a compimento e maturare una conoscenza, attività tipica della coscienza matriarcale, assume anche il significato dell’atto di ricevere, che sta alla base del concetto di assimilazione di un contenuto. Il fatto che l’Io della coscienza matriarcale sia più passivo a confronto di quello patriarcale, non dipende dalla sua incapacità all’azione quanto piuttosto dal sapersi affidato a un processo in cui non può ‘fare’ ma deve,invece, ‘lasciar fare’. In tutte le situazioni decisive della sua esistenza, il femminile è affidato, o meglio “abbandonato”, al nouminoso della natura e del suo influsso. Perciò il suo rapporto con la natura e con la divinità è più fiducioso ed intimo. Gravidanza e nascita portano con sé mutamenti psicobiologici totali che richiedono o presuppongono un atteggiamento ed una trasformazione di lunghi anni. La fecondazione, la natura sconosciuta del bambino, il suo modo d’essere, il suo sesso, la sua salute, il suo destino, sono queste tutte le cose in cui il femminile dipende dalla grazia e dal potere della divinità; mentre l’Io é destinato alla non attività e al non poter intervenire. Gravidanza e nascita permettono però anche al femminile di far esperienza della propria capacità ‘creativa’. Il femminile esperisce nella gravidanza una combinazione del carattere elementare e del carattere trasformatore dell’archetipo. Neumann specifica che il carattere elementare fornisce la ‘base’ stabile ed immutabile del femminile più specificamente materno, su cui poggia il carattere trasformatore, che è l’elemento maggiormente differenziato della psiche femminile (Anima). Egli pone così l’accento sull’aspetto dinamico della psiche che, in contrasto con le tendenze conservatrici del carattere ‘elementare’, spinge a muoversi, a cambiare, e quindi, in ultima analisi, alla trasformazione. La generatività, posta come premessa della propria trasformazione, appare pertanto correlabile ad processo di differenziazione dell’archetipo, o meglio e piuttosto, ad una ulteriore costellazione psichica, diversa dalla situazione originaria, che è fortemente espressa dal carattere ‘elementare’ del femminile ed dal suo simbolismo.

 

Verso il prevalere della ‘tecnica’
Il nostro tempo appare caratterizzato dall’apertura di scenari avveniristici in tema di riproduzione, che sembrano in fondo dar corpo alle descritte antiche immagini e profonde fantasie . E’ diventato pensabile e possibile generare un figlio in assenza di un padre (e forse in assenza di una madre: qualcuno parla già di utero artificiale), in assenza di una coppia, o al di là degli ostacoli posti dallo scorrere del tempo, addirittura al di là della morte di uno dei genitori. Un figlio ad ogni costo, sino a separare il tempo dell’individuo dal tempo impersonale delle cellule seminali. Sembra quasi che possano realizzarsi gli scenari mitici della generazione partenogenetica di Era o della gravidanza nella ottuagenaria Sara. Ma Era è una dea e Sara partorisce per miracolo divino. L’elemento divino, che nel mito permette di operare in modo onnipotente, sembra essere oggi portato dalla tecnica medica, che assume su di se il potere della generazione.
E il potere sembra non voler conoscere limiti.
Il biologo Jaques Testart, pioniere della fecondazione in vitro, denuncia attivamente una corsa verso l’induzione di nuovi modelli “artificiali” di procreazione, che sottomettono sempre di più i pazienti al rilancio della biotecnica. Oggi profetizza il peggio, basandosi sul postulato che ciò che si può fare sicuramente si farà .
Appare qui, decisa, la realizzazione visionaria di Aldous Huxley (1932) e del suo Mondo Nuovo, dove, per dirla con le parole del direttore del centro di incubazione e condizionatura, si esce “dal campo della più servile imitazione della natura per entrare in quello molto più interessante dell’invenzione umana”, dove nascere significa essere travasati, dove gli esseri umani servono solo come anonimi donatori di cellule seminali e tutto il resto è completamente in mano alla tecnica, dove è infine possibile regolare e modificare l’ambiente artificiale in cui si sviluppa il “prodotto” in modo da poterne prefabbricare le caratteristiche e il futuro gruppo di appartenenza sociale.
*** Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Facoltà di Medicina e Chirurgia, cattedra di Clinica Psichiatrica e Igiene Mentale. Primario prof. Alberto Gaston

Bibliografia

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