"Superare il meccanismo autoregolante della mente"
 
 

Paolo Baiocchi

Psichiatra, psicoterapeuta

direttore dell’ Istituto Gestalt di Trieste




"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio - aprile 2001, pagg. 18 - 23, Roma
http://www.in-psicoterapia.com

Buongiorno. Trovo interessante come sia Grazia che Francesca abbiano parlato in qualche maniera di rinunce. Francesca ha parlato di rinuncia al giudizio, sospendere il proprio giudizio, quindi una sorta di epochè, Grazia ha parlato anche di un altro tipo di rinuncia, la rinuncia al potere del terapeuta, all’onnipotenza del terapeuta e anche del concetto di dare il potere agli altri. Io in questa relazione volevo parlare di un altro tipo di rinuncia: la rinuncia a credere alle idee e percezioni che il nostro cervello immancabilmente configura. Parlerò inoltre del perché dobbiamo imparare a rinunciare, spiegando quali sono i meccanismi neuropsicologici che in qualche maniera ci condizionano a credere di avere capito.

Vorrei quindi mettervi un po’ in guardia rispetto alla trappola, al "tunnel cognitivo" più devastante e comune, che consiste nel credere di capire al volo e con esattezza. È comune il problema che sia i nostri clienti che i counsellor credono parecchio alle proprie ipotesi sulla realtà, alle proprie interpretazioni e quanto più una persona si trova incastrata in un problema che attiva una forte stimolazione emozionale (che Goleman ha chiamato "furto dell’amigdala") tanto più di solito ritiene di aver già capito.

Dato che l’epistemologia è la scienza che studia come la scienza studia, ho pensato che tutti noi siamo un po’ degli scienziati, tutti noi cerchiamo di interpretare la realtà come meglio possiamo e lo stesso fanno i nostri clienti; tuttavia questo processo a volte non riesce o non riesce completamente. Il problema a questo punto consiste nel fatto che non esiste nella mente nessun sistema di allarme che avvisi della distorsione cognitiva in atto. Inoltre per esperienza sappiamo come ognuno di noi sia particolarmente geloso e protettivo nei confronti delle proprie idee, anche di quelle che tutti gli altri vedono come poco funzionali (e oggettivamente spesso lo sono). Ecco che un atteggiamento di rinuncia sarà veramente fondamentale per poter evitare la trappola di questa presunzione di certezza così comune.

Ma per quale motivo tali distorsioni interpretative sono così frequenti? Edward de Bono offre una interessante ipotesi su come il cervello organizza le percezioni e parla di schemi autorganizzanti. Vediamo innanzitutto perché essi esistono: quando ci alziamo di mattina dobbiamo indossare circa nove vestiti e abbiamo quindi circa 36 milioni di possibilità per combinare diversamente tali capi; questo richiederebbe ad un computer due giorni di tempo per analizzare le varie combinazioni e trovare quella ideale; tutti noi invece compiamo una operazione esatta ed efficace in pochi istanti in quanto scegliamo i vestiti da indossare sulla base di uno schema autorganizzato. Ci sono due modi in cui si possono prendere l’informazioni: il primo è il sistema passivo di informazione (prendete ad esempio dell’inchiostro e lo gettate su un asciugamano: l’inchiostro si impressiona e rimane un segno permanete e fisso: in questo modo si prendono appunti su un quaderno, o si mettono dei dati nel computer o si impressiona una pellicola fotografica). È un errore fatale credere che la nostra mente funzioni così, cioè come un registratore di dati passivo. La nostra mente al contrario tende ad autorganizzarsi come un sistema attivo di informazione. Per capire come funziona un sistema attivo di informazione ricorriamo ad una metafora: pensate per esempio ad una collina con la terra appena arata e spianata e immaginate arrivi una pioggia torrenziale; dopo un po’ l’acqua che scende scaverà dei solchi. La formazione dei primi solchi sarà abbastanza casuale ma tutta la pioggia che verrà in seguito continuerà ad essere raccolta in essi approfondendoli sempre di più.

Se poi immaginiamo una montagna, in qualsiasi parte di essa cada una goccia d’acqua, alla fine essa arriverà al fiume che scorre nella sua vallata. Allo stesso modo funziona la nostra mente che tende a prendere un sacco di input e portarli verso un’uscita unitaria: invece di aprire nuove piste, nuovi modi di percepire e interpretare la realtà, si tende ad unificare verso un modo preesistente. Questo schema, una volta formato, ci aiuta a diventare molto operativi, rapidi e capaci, ma contiene in sé un pericolo, quello di rendere troppo poco precisa la nostra percezione. Rischiamo cioè di utilizzare questi schemi autorganizzanti per capire in realtà in maniera troppo frettolosa.

Ci sono due tipi di schemi di autorganizzazione. Quando voi imparate il tennis ovviamente sviluppate questi schemi ma li migliorate ogni giorno di più, mentre invece se per caso mettete il dito sul fuoco, questa esperienza "scottante" vi fa memorizzare uno schema che non avete bisogno di ripetere altre volte e tutte le volte che vedrete il fuoco reagirete a questo, avrete una certa percezione del fuoco. Questi schemi diventano modelli di credenza e come sapete per i modelli di credenza, che non sono soltanto più delle semplici idee, la gente è disposta a giocarci la pelle, basti pensare alle guerre religiose, civili o su base politica: dietro ogni guerra c’è un modo particolare di percepire la realtà e una fiducia totale, direi quasi cieca in questo meccanismo percettivo che ci porta a vedere le cose in un certo modo.

Nella relazione d’aiuto ci sono ovviamente due persone: c’è un counsellor ed un cliente. Ognuno porta dentro di sé gli schemi con i quali riesce a percepire, ad organizzare e dare un significato alla realtà. Tante volte gli schemi dei nostri clienti non sono sufficienti a leggere in maniera significativa o concreta o reale o positiva la realtà e tante volte neanche quelli dei counsellor. Vediamo quindi cosa succede quando un individuo è guidato da uno schema disfunzionale dal quale non sa difendersi: si verifica un fenomeno abbastanza pericoloso, la spirale che Paul Watzlavick ha descritto come "profezia che si autodetermina". Vediamo come essa possa funzionare sulla base di quanto appena esposto. Esiste innanzitutto una relazione tra questi schemi autorganizzanti e le principali funzioni psichiche: le percezioni, le emozioni, le decisioni, i comportamenti, la comunicazione ecc. Esiste inoltre una ulteriore correlazione che comunemente sfugge alla mente: quella tra i comportamenti agiti dall’individuo e le risposte comportamentali che questi tendono ad evocare negli altri. Analizziamo quindi le fasi mediante le quali questa spirale si origina e perversamente si rinforza in continuazione:

1. Gli eventi della vita vengono letti dalla mente mediante uno schema autorganizzante (idea - credenza).

2. Questa elaborazione porta ad una precisa costruzione di un significato.

3. L’individuo a questo punto vive una percezione che a lui appare pura, cioè reale, ma che di fatto è fortemente influenzata dal significato che altro non è che l’elaborazione dell’evento mediante lo schema autorganizzante.

4. La percezione mette a questo punto in moto una emozione che è assolutamente coerente con la percezione, ma non per forza coerente con la realtà dell’evento. L’emozione è sempre coerente con la percezione: se la percezione deriva da una elaborazione poco precisa questo conseguentemente comporterà una reazione emotiva poco appropriata alla realtà dell’evento.

5. Le emozioni attivate, anche in base alla loro intensità, influenzano pesantemente, come tutti noi sappiamo, le decisioni dell’individuo.

6. Le decisioni si manifestano concretamente nelle azioni dello stesso sotto forma di comportamenti e comunicazioni (verbali e non verbali).

7. Le azioni di un individuo mettono fatalmente in moto delle reazioni, delle risposte emotive e comportamentali negli altri. Queste reazioni tendono, per la legge dell’affinità, ad essere coerenti con le azioni di partenza dell’individuo. Si tende a rifiutare chi ci rifiuta, arrabbiarci con chi ci aggredisce, affezionarci a chi ci ama ecc.

8. Le risposte dell’altro, specie quelle negative (rifiuto, rabbia, disinteresse, ecc.) tendono ora fatalmente a dare prova, conferma e rinforzo allo schema autorganizzato

9 Lo schema autorganizzato, rinforzato, diviene una sorta di solco ancora più scavato nelle pieghe del nostro cervello, pronto a funzionare ancora più potentemente ed efficacemente in futuro.

Una vecchia storiella illustra in modo divertente la incisiva potenza del meccanismo di tale spirale:
Nasruddin vide che un suo caro amico ogni mattina batteva forte un tamburo per un’ora nel giardino della sua casa. "Ma perché batti il tamburo ogni mattina?" gli chiese. La risposta fu alquanto sorprendente: "Per tenere lontani gli elefanti da qui". "Ma se non ci sono elefanti nella nostra regione!" esclamò sbalordito Nasruddin. "Vedi che funziona!" rispose tutto orgoglioso l’amico.

Un esempio concreto molto semplice ma purtroppo molto comune è il seguente: una persona viene tradita dal partner. Questa esperienza può portare allo sviluppo di uno schema, di un’idea che potrebbe essere: "non ci si può fidare dell’altro sesso". La prossima volta che il tale entra in contatto con un’altra persona dell’altro sesso rischia di dare un significato e interpretare il comportamento altrui sulla base di questa idea (sospetto che mi vuole fregare), vivere un emozione che non è più adeguata e consequenziale a quello che succede all’esperienza diretta, ma ad un’elaborazione (sfiducia e angoscia), e le sue azioni possono essere viziate (controllo, distanza affettiva, freddezza) e produrre una risposta da parte dell’altro non piacevole (rifiuto, sospetto, perplessità). Questa risposta non piacevole andrà a confermare l’idea di partenza (ho proprio fatto bene a non fidarmi).

Queste spirali sono quindi un rischio che corriamo noi tutti; arriviamo quindi all’essenza di quello che voglio dire: come si fa a rinunciare a questi schemi visto che hanno costituito un vantaggio evolutivo enorme e senza di essi non potremmo organizzare una giornata di vita?

Nella relazione d’aiuto il counsellor deve essere per primo un maestro del vuoto, un maestro della rinuncia, un maestro della sospensione delle idee e delle ipotesi interpretative che continuamente si formano per cercare di capire quello che il cliente sta cercando di esprimere. Io so per esperienza che nel giro di pochi secondi, a partire da poche parole dell’altro, subito la mia mente crea un significato. Ho imparato negli anni a crederci un po’ di meno, e a confinare tale significato in uno spazio che è lo spazio delle ipotesi più che dei dogmi o delle verità o delle certezze. La cosa più difficile è proprio attuare questa sospensione per permettere a quante più informazioni, il più possibile esperenziali ed emozionali, di arrivare a me tramite i miei organi di senso e tramite i miei canali intuitivi, restando in questa terribile situazione del non capire nulla. Prima o poi però, quasi per magia, una gestalt si forma, una figura esce dallo sfondo e anche questo non è nient’altro che un’ipotesi. Non è una verità ma forse è un’ipotesi un po’ più credibile, un’ipotesi un po’ più profonda, forse un po’ più reale e ricca di significato di quella di prima. Questo è quello che noi possiamo fare e ovviamente più noi apprendiamo a restare nel vuoto e più riusciamo a formare nuove gestalt e quindi nuovi schemi e anche se avremo sempre schemi che ci filtrano la realtà e non ci permettono di coglierla totalmente, almeno l’incrementarsi del numero degli schemi ci offrirà un numero maggiore di angolature da cui cercare di comprendere.

Dobbiamo in secondo luogo riuscire a far sì che ciò accada anche per i nostri clienti. La Gestalt nasce proprio come modalità operativa che guida il cliente in questa direzione mediante tanti interventi: essa vuole far saltare il livello di protezione, le giustificazioni e le ideologie personali per portare la persona a contatto con l’esperienza, aiutandola a rinunciare ai primi significati che si formano. Come vedete ho messo di nuovo nel lucido proiettato una figura con tanti solchi molto tortuosi proprio per ricordare questo pericolo della mente che è quello di continuare a fluire sempre nelle stesse tracce; risulta necessario un grande lavoro di continuo depistamento, questa è un po’ la parola che vorrei introdurre. Depistarsi e depistare da questa tendenza ad organizzare troppo precoce, immediata perché le idee si presentano di solito, ahimè, come certezze. Come si può facilitare questo? Il counsellor può utilizzare vari strumenti: il contatto con l’esperienza (ad esempio la famosa domanda "ma cosa senti?") porta in una zona della mente che utilizza informazioni primarie più che quelle già elaborate e pregne di significati. Contestualizzare aiuta una persona a riprendere il contatto con i fatti concreti e reali costituenti l’evento che per la persona ha creato un problema. Quando contestualizziamo rifiutiamo le generalizzazioni e vogliamo, ancora una volta, sapere i dati primari. In Gestalt facciamo anche degli esperimenti, facciamo fare alle persone delle cose, azioni, role play, drammatizzazioni; se ad esempio il problema è con la mamma o il marito allora possiamo dire: "Immagina che tuo marito sia qui, cosa gli diresti?". Mentre facciamo questo la persona agisce ed inizia a funzionare a un livello primario, in uno stato che precede quello dell’elaborazione degli schemi e ciò sostiene ancora una volta il contatto con l’esperienza. Stessa cosa dicasi per la famosa tecnica della "sedia calda" dove provochiamo una identificazione intuitiva con delle parti del Sé che emergono. Inoltre in Gestalt grossa enfasi va alla creatività e all’umorismo.

Queste modalità operative sono soltanto alcune tra le possibili, ma più che le tecniche credo sia importante collegarsi a questo concetto di depistamento dallo schema che in fondo in fondo è una rinuncia al precipitarsi a soddisfare troppo rapidamente un bisogno fondamentale in ogni essere vivente, che è quello di orientamento.

Concludendo credo che soltanto stando nel vuoto e permettendo all’esperienza di raggiungerci, utilizzando dei pensieri ipotetici ed evitando questa illusione di certezza, possiamo arrivare ad una comprensione più profonda e quindi ad una relazione d’aiuto che crea qualcosa di nuovo per il cliente.
 


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