"INformazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria", n° 41- 42, settembre - dicembre 2000 / gennaio
- aprile 2001, pagg. 18 - 23, Roma
http://www.in-psicoterapia.com
Buongiorno. Trovo interessante come sia
Grazia che Francesca abbiano parlato in qualche maniera di rinunce. Francesca
ha parlato di rinuncia al giudizio, sospendere il proprio giudizio, quindi
una sorta di epochè, Grazia ha parlato anche di un altro tipo di
rinuncia, la rinuncia al potere del terapeuta, all’onnipotenza del terapeuta
e anche del concetto di dare il potere agli altri. Io in questa relazione
volevo parlare di un altro tipo di rinuncia: la rinuncia a credere alle
idee e percezioni che il nostro cervello immancabilmente configura. Parlerò
inoltre del perché dobbiamo imparare a rinunciare, spiegando quali
sono i meccanismi neuropsicologici che in qualche maniera ci condizionano
a credere di avere capito.
Vorrei quindi mettervi un po’ in guardia
rispetto alla trappola, al "tunnel cognitivo" più devastante e comune,
che consiste nel credere di capire al volo e con esattezza. È comune
il problema che sia i nostri clienti che i counsellor credono parecchio
alle proprie ipotesi sulla realtà, alle proprie interpretazioni
e quanto più una persona si trova incastrata in un problema che
attiva una forte stimolazione emozionale (che Goleman ha chiamato "furto
dell’amigdala") tanto più di solito ritiene di aver già capito.
Dato che l’epistemologia è la
scienza che studia come la scienza studia, ho pensato che tutti noi siamo
un po’ degli scienziati, tutti noi cerchiamo di interpretare la realtà
come meglio possiamo e lo stesso fanno i nostri clienti; tuttavia questo
processo a volte non riesce o non riesce completamente. Il problema a questo
punto consiste nel fatto che non esiste nella mente nessun sistema di allarme
che avvisi della distorsione cognitiva in atto. Inoltre per esperienza
sappiamo come ognuno di noi sia particolarmente geloso e protettivo nei
confronti delle proprie idee, anche di quelle che tutti gli altri vedono
come poco funzionali (e oggettivamente spesso lo sono). Ecco che un atteggiamento
di rinuncia sarà veramente fondamentale per poter evitare la trappola
di questa presunzione di certezza così comune.
Ma per quale motivo tali distorsioni
interpretative sono così frequenti? Edward de Bono offre una interessante
ipotesi su come il cervello organizza le percezioni e parla di schemi
autorganizzanti. Vediamo innanzitutto perché essi esistono:
quando ci alziamo di mattina dobbiamo indossare circa nove vestiti e abbiamo
quindi circa 36 milioni di possibilità per combinare diversamente
tali capi; questo richiederebbe ad un computer due giorni di tempo per
analizzare le varie combinazioni e trovare quella ideale; tutti noi invece
compiamo una operazione esatta ed efficace in pochi istanti in quanto scegliamo
i vestiti da indossare sulla base di uno schema autorganizzato. Ci sono
due modi in cui si possono prendere l’informazioni: il primo è il
sistema passivo di informazione (prendete ad esempio dell’inchiostro e
lo gettate su un asciugamano: l’inchiostro si impressiona e rimane un segno
permanete e fisso: in questo modo si prendono appunti su un quaderno, o
si mettono dei dati nel computer o si impressiona una pellicola fotografica).
È un errore fatale credere che la nostra mente funzioni così,
cioè come un registratore di dati passivo. La nostra mente al contrario
tende ad autorganizzarsi come un sistema attivo di informazione. Per capire
come funziona un sistema attivo di informazione ricorriamo ad una metafora:
pensate per esempio ad una collina con la terra appena arata e spianata
e immaginate arrivi una pioggia torrenziale; dopo un po’ l’acqua che scende
scaverà dei solchi. La formazione dei primi solchi sarà abbastanza
casuale ma tutta la pioggia che verrà in seguito continuerà
ad essere raccolta in essi approfondendoli sempre di più.
Se poi immaginiamo una montagna, in qualsiasi
parte di essa cada una goccia d’acqua, alla fine essa arriverà al
fiume che scorre nella sua vallata. Allo stesso modo funziona la nostra
mente che tende a prendere un sacco di input e portarli verso un’uscita
unitaria: invece di aprire nuove piste, nuovi modi di percepire e interpretare
la realtà, si tende ad unificare verso un modo preesistente. Questo
schema, una volta formato, ci aiuta a diventare molto operativi, rapidi
e capaci, ma contiene in sé un pericolo, quello di rendere troppo
poco precisa la nostra percezione. Rischiamo cioè di utilizzare
questi schemi autorganizzanti per capire in realtà in maniera troppo
frettolosa.
Ci sono due tipi di schemi di autorganizzazione.
Quando voi imparate il tennis ovviamente sviluppate questi schemi ma li
migliorate ogni giorno di più, mentre invece se per caso mettete
il dito sul fuoco, questa esperienza "scottante" vi fa memorizzare uno
schema che non avete bisogno di ripetere altre volte e tutte le volte che
vedrete il fuoco reagirete a questo, avrete una certa percezione del fuoco.
Questi schemi diventano modelli di credenza e come sapete per i
modelli di credenza, che non sono soltanto più delle semplici idee,
la gente è disposta a giocarci la pelle, basti pensare alle guerre
religiose, civili o su base politica: dietro ogni guerra c’è un
modo particolare di percepire la realtà e una fiducia totale, direi
quasi cieca in questo meccanismo percettivo che ci porta a vedere le cose
in un certo modo.
Nella relazione d’aiuto ci sono ovviamente
due persone: c’è un counsellor ed un cliente. Ognuno porta dentro
di sé gli schemi con i quali riesce a percepire, ad organizzare
e dare un significato alla realtà. Tante volte gli schemi dei nostri
clienti non sono sufficienti a leggere in maniera significativa o concreta
o reale o positiva la realtà e tante volte neanche quelli dei counsellor.
Vediamo quindi cosa succede quando un individuo è guidato da uno
schema disfunzionale dal quale non sa difendersi: si verifica un fenomeno
abbastanza pericoloso, la spirale che Paul Watzlavick ha descritto come
"profezia che si autodetermina". Vediamo come essa possa funzionare sulla
base di quanto appena esposto. Esiste innanzitutto una relazione tra questi
schemi autorganizzanti e le principali funzioni psichiche: le percezioni,
le emozioni, le decisioni, i comportamenti, la comunicazione ecc. Esiste
inoltre una ulteriore correlazione che comunemente sfugge alla mente: quella
tra i comportamenti agiti dall’individuo e le risposte comportamentali
che questi tendono ad evocare negli altri. Analizziamo quindi le fasi mediante
le quali questa spirale si origina e perversamente si rinforza in continuazione:
1. Gli eventi della vita vengono
letti dalla mente mediante uno schema autorganizzante (idea - credenza).
2. Questa elaborazione porta ad una precisa
costruzione di un significato.
3. L’individuo a questo punto vive una
percezione
che a lui appare pura, cioè reale, ma che di fatto è fortemente
influenzata dal significato che altro non è che l’elaborazione dell’evento
mediante lo schema autorganizzante.
4. La percezione mette a questo punto
in moto una emozione che è assolutamente coerente con la
percezione, ma non per forza coerente con la realtà dell’evento.
L’emozione è sempre coerente con la percezione: se la percezione
deriva da una elaborazione poco precisa questo conseguentemente comporterà
una reazione emotiva poco appropriata alla realtà dell’evento.
5. Le emozioni attivate, anche in base
alla loro intensità, influenzano pesantemente, come tutti noi sappiamo,
le decisioni dell’individuo.
6. Le decisioni si manifestano concretamente
nelle azioni dello stesso sotto forma di comportamenti e comunicazioni
(verbali
e non verbali).
7. Le azioni di un individuo mettono
fatalmente in moto delle reazioni, delle risposte emotive e comportamentali
negli altri. Queste reazioni tendono, per la legge dell’affinità,
ad essere coerenti con le azioni di partenza dell’individuo. Si tende a
rifiutare chi ci rifiuta, arrabbiarci con chi ci aggredisce, affezionarci
a chi ci ama ecc.
8. Le risposte dell’altro, specie quelle
negative (rifiuto, rabbia, disinteresse, ecc.) tendono ora fatalmente a
dare prova, conferma e rinforzo allo schema autorganizzato
9 Lo schema autorganizzato, rinforzato,
diviene una sorta di solco ancora più scavato nelle pieghe del nostro
cervello, pronto a funzionare ancora più potentemente ed efficacemente
in futuro.
Una vecchia storiella illustra in modo
divertente la incisiva potenza del meccanismo di tale spirale:
Nasruddin vide che un suo caro amico
ogni mattina batteva forte un tamburo per un’ora nel giardino della sua
casa. "Ma perché batti il tamburo ogni mattina?" gli chiese. La
risposta fu alquanto sorprendente: "Per tenere lontani gli elefanti da
qui". "Ma se non ci sono elefanti nella nostra regione!" esclamò
sbalordito Nasruddin. "Vedi che funziona!" rispose tutto orgoglioso l’amico.
Un esempio concreto molto semplice ma
purtroppo molto comune è il seguente: una persona viene tradita
dal partner. Questa esperienza può portare allo sviluppo di uno
schema, di un’idea che potrebbe essere: "non ci si può fidare dell’altro
sesso". La prossima volta che il tale entra in contatto con un’altra persona
dell’altro sesso rischia di dare un significato e interpretare il comportamento
altrui sulla base di questa idea (sospetto che mi vuole fregare),
vivere un emozione che non è più adeguata e consequenziale
a quello che succede all’esperienza diretta, ma ad un’elaborazione (sfiducia
e angoscia), e le sue azioni possono essere viziate (controllo,
distanza affettiva, freddezza) e produrre una risposta da parte dell’altro
non piacevole (rifiuto, sospetto, perplessità). Questa risposta
non piacevole andrà a confermare l’idea di partenza (ho proprio
fatto bene a non fidarmi).
Queste spirali sono quindi un rischio
che corriamo noi tutti; arriviamo quindi all’essenza di quello che voglio
dire: come si fa a rinunciare a questi schemi visto che hanno costituito
un vantaggio evolutivo enorme e senza di essi non potremmo organizzare
una giornata di vita?
Nella relazione d’aiuto il counsellor
deve essere per primo un maestro del vuoto, un maestro della rinuncia,
un maestro della sospensione delle idee e delle ipotesi interpretative
che continuamente si formano per cercare di capire quello che il cliente
sta cercando di esprimere. Io so per esperienza che nel giro di pochi secondi,
a partire da poche parole dell’altro, subito la mia mente crea un significato.
Ho imparato negli anni a crederci un po’ di meno, e a confinare tale significato
in uno spazio che è lo spazio delle ipotesi più che dei dogmi
o delle verità o delle certezze. La cosa più difficile è
proprio attuare questa sospensione per permettere a quante più informazioni,
il più possibile esperenziali ed emozionali, di arrivare a me tramite
i miei organi di senso e tramite i miei canali intuitivi, restando in questa
terribile situazione del non capire nulla. Prima o poi però, quasi
per magia, una gestalt si forma, una figura esce dallo sfondo e anche questo
non è nient’altro che un’ipotesi. Non è una verità
ma forse è un’ipotesi un po’ più credibile, un’ipotesi un
po’ più profonda, forse un po’ più reale e ricca di significato
di quella di prima. Questo è quello che noi possiamo fare e ovviamente
più noi apprendiamo a restare nel vuoto e più riusciamo a
formare nuove gestalt e quindi nuovi schemi e anche se avremo sempre schemi
che ci filtrano la realtà e non ci permettono di coglierla totalmente,
almeno l’incrementarsi del numero degli schemi ci offrirà un numero
maggiore di angolature da cui cercare di comprendere.
Dobbiamo in secondo luogo riuscire a
far sì che ciò accada anche per i nostri clienti. La Gestalt
nasce proprio come modalità operativa che guida il cliente in questa
direzione mediante tanti interventi: essa vuole far saltare il livello
di protezione, le giustificazioni e le ideologie personali per portare
la persona a contatto con l’esperienza, aiutandola a rinunciare ai primi
significati che si formano. Come vedete ho messo di nuovo nel lucido proiettato
una figura con tanti solchi molto tortuosi proprio per ricordare questo
pericolo della mente che è quello di continuare a fluire sempre
nelle stesse tracce; risulta necessario un grande lavoro di continuo depistamento,
questa è un po’ la parola che vorrei introdurre. Depistarsi e depistare
da questa tendenza ad organizzare troppo precoce, immediata perché
le idee si presentano di solito, ahimè, come certezze. Come si può
facilitare questo? Il counsellor può utilizzare vari strumenti:
il contatto con l’esperienza (ad esempio la famosa domanda "ma cosa
senti?") porta in una zona della mente che utilizza informazioni primarie
più che quelle già elaborate e pregne di significati. Contestualizzare
aiuta una persona a riprendere il contatto con i fatti concreti e reali
costituenti l’evento che per la persona ha creato un problema. Quando contestualizziamo
rifiutiamo le generalizzazioni e vogliamo, ancora una volta, sapere i dati
primari. In Gestalt facciamo anche degli esperimenti, facciamo fare
alle persone delle cose, azioni, role play, drammatizzazioni; se ad esempio
il problema è con la mamma o il marito allora possiamo dire: "Immagina
che tuo marito sia qui, cosa gli diresti?". Mentre facciamo questo la persona
agisce ed inizia a funzionare a un livello primario, in uno stato che precede
quello dell’elaborazione degli schemi e ciò sostiene ancora una
volta il contatto con l’esperienza. Stessa cosa dicasi per la famosa tecnica
della "sedia calda" dove provochiamo una identificazione intuitiva con
delle parti del Sé che emergono. Inoltre in Gestalt grossa enfasi
va alla creatività e all’umorismo.
Queste modalità operative sono
soltanto alcune tra le possibili, ma più che le tecniche credo sia
importante collegarsi a questo concetto di depistamento dallo schema
che in fondo in fondo è una rinuncia al precipitarsi a soddisfare
troppo rapidamente un bisogno fondamentale in ogni essere vivente, che
è quello di orientamento.
Concludendo credo che soltanto stando
nel vuoto e permettendo all’esperienza di raggiungerci, utilizzando dei
pensieri ipotetici ed evitando questa illusione di certezza, possiamo arrivare
ad una comprensione più profonda e quindi ad una relazione d’aiuto
che crea qualcosa di nuovo per il cliente.