Category: Riflessioni sulla morte e il morire

Riverberazione dei problemi etici nel lutto

eticaFlavia Caretta, Massimo Petrini

Introduzione
Sappiamo – e abbiamo sempre saputo – che tutti gli esseri umani muoiono e che tutte le relazioni umane finiscono con una separazione. Il pianto rituale che segue la morte, il luctus o planctus in latino, in origine ha il senso di un gesto concreto: l’atto del piangere, che in qualche modo contribuisce ad alleviare il dolore della crisi della presenza, in seguito definisce la crisi del cordoglio, cioè i due momenti del processo del lutto (Rossi, 1984). Il cordoglio è una reazione naturale e fisiologica ed è un insieme di stati di sofferenza psichica che tendono ad estinguersi; quando ciò non accade, il cordoglio diviene un trauma permanente non solo per la salute mentale, ma anche per quella fisica.
Ancora, il lutto è la reazione dei vivi alla morte, rappresenta il tentativo di far rivivere il morto nella interiorità della coscienza e negli affetti dei sopravvissuti (Fornari, 1985). Ancora: il lutto è il processo di separazione da una persona defunta, da una persona precisa, portatrice di un nome e di una storia, collegata a luoghi, attività, fatti, date. Parlare del lutto, o meglio, della perdita e della separazione come esperienza fisica e psichica, sociale, etica, intorno alla quale elaborare nuovi rituali che corrispondano alla realtà socioculturale contemporanea, rappresenta una istanza essenziale di un programma di assistenza al morente. Continua…

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Forme e tecniche di attenzione rivolta alla morte

Non-morire-di-fame-di-giocodi Vito Ferri
Psicologo
Istituto “W. James”

Gli uomini che non comprendono la vita non amano parlare della morte.
Lev Tolstoj

1. L’attenzione nelle pratiche psicoterapeutiche
Le pratiche fondate sul controllo e sulla disciplina dell’attenzione, con lo scopo di liberare la persona da stati penosi e patologici, non nascono con le psicoterapie moderne, ma vengono elaborate e strutturate nel corso dei secoli, sia nella cultura occidentale, sia in quella orientale. L’attenzione rivolta ai sogni, alle fantasie, al proprio corpo, al futuro, alle proprie emozioni e a quelle degli altri, ecc., è presente in gran parte, se non in tutti gli approcci psicoterapeutici: cambia la struttura di sostegno teorico, cambia la focalizzazione su questo o quell’oggetto, ma l’uso dell’attenzione in psicoterapia è comunque imprescindibile; non riguarda solo il paziente, ma anche il terapeuta (si pensi all’attenzione fluttuante descritta da Freud). La teoria che orienta una psicoterapia, addita l’oggetto, iltarget, il focus, l’obiettivo significativo da porre al centro dell’attenzione, mentre la pratica “gestisce” e guida l’attenzione con varie tecniche, fissandola su quello che abbiamo genericamente chiamato oggetto, oppure, a seconda dei casi, allontanandola da esso. Continua…

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In prossimità della morte

morte-o-vita

Visioni e vissuti negli stati alterati di coscienza

Vito Ferri e Florinda Romanazzi

 

Subito prima che Ninakawa morisse, gli fece visita il maestro di Zen Ikkyu. «Devo farti da guida?» domandò Ikkyu. Ninakawa rispose: « Sono venuto qui da solo e da solo me ne vado. Che aiuto potresti darmi?». Ikkyu rispose: «Se credi veramente che vieni e che vai, questo è il tuo errore. Lascia che ti mostri il sentiero dove non si viene e non si va».

Con queste parole Ikkyu aveva rivelato il sentiero con tanta chiarezza che Ninakawa sorrise e spirò. in: 101 Storie Zen pp. 68-69. Sonno e morte, da millenni sono stati affiancati l’uno all’altra e legati da nessi eufemistici (addormentarsi-morire), mitologici (per i Greci Hypnos, il dio del sonno, era fratello gemello di Tanatos, dio della morte) o metaforici (la morte come un sonno eterno senza sogni). Il sonno, realtà esperibile, reversibile, si è prestato come base per pensare la morte, di per sé non esperibile e irreversibile. Continua…

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La forza della mente (Wit) è un film del 2001 scritto e diretto da Mike Nichols

 

“Morte non esser fiera, pur se taluni t’abbiano chiamato terribile e possente, perché tu non lo sei.
Poiché tutti coloro che credi di poter sopraffare non muoiono, meschina morte, né tu puoi uccidere me.
Tu schiava del fato, del caso, di re e di uomini disperati. Tu che ti nutri di guerre, veleni e malattie.
Oppio e incantesimi ci fanno addormentare ugualmente e meglio di ogni tuo fendente.
Perché dunque ti insuperbisci? Trascorso un breve sonno, veglieremo in eterno.
E Morte più non sarà, Morte tu morrai”.
John Donne.Sonetto n.6

Vivian Bearing, la protagonista, straordinariamente interpretato da Emma Thompson, è un’insegnante di letteratura inglese, dedita alla poesia metafisica di John Donne. Continua…

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La morte: una narrazione

Anna Maria Acocella

Psicologo Psicoterapeuta
ARS – Istituto di Gestalt, Roma
Istituto Gestalt Firenze c/o
S.A.I.F.I.P. – Azienda Ospedaliera San Camillo – Forlanini, Roma

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 46 maggio – agosto 2002, pagg. 28-37, Roma

Sono sicuramente molti e diversi i modi in cui ciascuno di noi si relaziona con la morte.
I modi cambiano nella misura in cui ci si confronta con l’esperienza dell’approssimarsi della propria morte, con quella di una persona cara o con quella di una persona estranea.
Così come cambiano in relazione alla personale visione del mondo, alla propria personalità, alla religione, al contesto emozionale e al contesto familiare in cui ciascuno di noi vive.
Non prendere posizione è un tentativo impossibile.
Mentre la rimozione della morte sembra essere una caratteristica della coscienza contemporanea, la rimozione del morire è un’esperienza molto più difficili da realizzare.
Personalmente, pur avendo vissuto esperienze di morte di persone molto care nel corso della mia vita, non è molto che ho incominciato a considerare la vita e la morte nella loro vertiginosa contrapposizione ed il vivere e il morire come esperienze che sconfinano l’una nell’altra. Continua…

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Il lutto: istruzioni per l’uso

Giampiero Morelli

Servizio di psicologia Ryder Italia

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43 43, maggio agosto 2001, pagg. 60 – 65, Roma

 

Nei primi giorni del nuovo millennio è morto mio padre. In questa occasione, come del resto alla morte di mia madre avvenuta due anni fa, ho potuto verificare e sperimentare in modo assolutamente pragmatico e diretto l’attuale codice di comportamento a cui si devono attenere i familiari in lutto e tutti coloro che vengono a portare loro le condoglianze.

Prima di entrare nel merito, vale la pena di riassumere brevemente gli attuali sistemi di credenza sottostanti alla successione di comportamenti che caratterizzano la complessa dinamica innescata da un evento luttuoso. Continua…

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Relazione d’aiuto e accompagnamento alla morte al bambino oncologico e alla sua famiglia

Patrizia Rubbini Paglia, Simona Di Giovanni

Divisione di oncologia pediatrica – Policlinico Gemelli – Roma

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, N° 43, maggio agosto 2001, pagg. 56 – 59, Roma

 

L’articolo fa riferimento all’attività di supporto psicologico ai bambini ed alle famiglie che si svolge presso la Divisione di Oncologia Pediatrica del Policlinico Gemelli di Roma.

Non è possibile affrontare il difficile tema dell’aiuto al bambino ed ai genitori di fronte alla morte, senza fare riferimento alle fasi che precedono questo momento ed al lavoro che cerchiamo di svolgere in queste fasi. Quasi sempre il tempo che intercorre tra la diagnosi e la fase sperimentale è un tempo relativamente lungo, che può oscillare da alcuni mesi a qualche anno. Solo raramente ci troviamo ad affrontare un’evoluzione molto rapida di una malattia diagnosticata nel nostro Centro e ad accogliere piccoli pazienti provenienti da altri Centri, già in fase terminale. Normalmente abbiamo l’opportunità di accompagnare la famiglia attraverso l’intero iter della malattia che può vedere, dopo la diagnosi; una remissione seguita dalla guarigione, una persistenza della malattia, una o più recidive che comportano nuovi trattamenti che si possono tradurre in trattamenti palliativi di fronte ad un’incurabile progressione della malattia. Continua…

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Il paziente terminale in età pediatrica, la sua famiglia, lo staff: quale interazione?

G. Biondi*, A. Rossi*, A. Donfrancesco**

*Servizio Psico-Sociale; **Divisione di Oncologia. Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” Roma

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 50 – 55, Roma

 

La prepotenza dei sentimenti e delle emozioni che l’adulto sperimenta di fronte alla conclusione di una storia umana e clinica è decisamente più intensa se riguarda l’età pediatrica.

Nel bambino e nell’adolescente il genitore investe aspettative e speranze future. E’ difficile comprendere per i genitori il perché di un processo tumorale che devasta il figlio dall’interno, del suo doversi adattare a terapie che ne modificano vistosamente l’aspetto fisico, del dare l’assenso ad interventi radicali, a volte demolitivi ed invalidanti. In quest’iter in cui si alternano paure, speranze, delusioni, angosce, la progressione di malattia annulla il valore reale del tempo che molte volte è “sospeso”, statico, immobile.

La fase terminale della malattia oncologica di un bambino diviene la concretizzazione del senso di perdita e dell’angoscia della morte sperimentata dalla famiglia e dagli operatori in forme e contenuti diversi, fin dal momento della diagnosi di tumore. Continua…

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Riverberazione dei problemi etici nel lutto

Flavia Caretta, Massimo Petrini

Centro di Promozione e Sviluppo dell’Assistenza Geriatrica Università Cattolica del Sacro Cuore – Roma

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 40 – 49, Roma

Introduzione

Sappiamo – e abbiamo sempre saputo – che tutti gli esseri umani muoiono e che tutte le relazioni umane finiscono con una separazione. Il pianto rituale che segue la morte, il luctus o planctus in latino, in origine ha il senso di un gesto concreto: l’atto del piangere, che in qualche modo contribuisce ad alleviare il dolore della crisi della presenza, in seguito definisce la crisi del cordoglio, cioè i due momenti del processo del lutto (Rossi, 1984). Il cordoglio è una reazione naturale e fisiologica ed è un insieme di stati di sofferenza psichica che tendono ad estinguersi; quando ciò non accade, il cordoglio diviene un trauma permanente non solo per la salute mentale, ma anche per quella fisica.

Ancora, il lutto è la reazione dei vivi alla morte, rappresenta il tentativo di far rivivere il morto nella interiorità della coscienza e negli affetti dei sopravvissuti (Fornari, 1985). Ancora: il lutto è il processo di separazione da una persona defunta, da una persona precisa, portatrice di un nome e di una storia, collegata a luoghi, attività, fatti, date. Continua…

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Il sostegno al lutto in una unità di cure palliative: un modello di intervento

Barbara Costantini, Marleni Caro, Giancarlo Corbelli, Maria Teresa Crescini, Giovanni Creton, Diletta De Benedetto, Maria Elena Diaz, Juan Alberto Latini, Giampiero Morelli, Janet Obando, Anna Lucia Sierralta, Antonio Tesoriere, Flavia Vinci

Ryder Italia – Associazione per l’assistenza domiciliare e la ricerca oncologica

“INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria”, n° 43, maggio agosto 2001, pagg. 32 – 39, Roma

Introduzione

Con il termine “lutto”, solitamente, si definisce quell’insieme di emozioni, reazioni e comportamenti che esprimono la sofferenza per la perdita di una persona cara. In realtà questa definizione non è del tutto appropriata, in quanto non tiene conto della necessaria distinzione tra il concetto di “lutto” e quello di “cordoglio”. Si dovrebbe, infatti, parlare di lutto (dal lat. luctus, piangere) per definire quell’insieme di atti esteriori, pubblici, sociali e religiosi che “manifestano e rappresentano” la sofferenza per la morte di un membro della comunità, mentre il termine cordoglio (dal lat. cordolium, dolore che ferisce il cuore) definisce quel complesso di sentimenti che “costituiscono” la sofferenza causata dalla perdita di una persona cara. Questa distinzione appare oltremodo importante in quanto ci permette di cogliere, nell’esperienza “lutto”, qualcosa che va al di là della sofferenza del singolo o del nucleo familiare. Il lutto, infatti, si caratterizza non solo come esperienza emozionale ma anche come esperienza socioculturale che coinvolge tutta la collettività, a partire dalla necessità di contenere le emozioni suscitate da una minaccia così radicale e ridistribuire il dolore che da privato e individuale diventa pubblico e collettivo. Continua…

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