La Depressione

downloaddi Marco Capozza*

Il termine “depressione” si usa per indicare sia un certo insieme di sintomi, sia certi disturbi psichici – intesi come malattie, sindromi, entità nosografiche – che condividono quel quadro sintomatologico, pur differendo nelle sue sfumature e nelle cause, decorso, prognosi e terapia. E’ bene tenere distinti i due significati, per cui nel corso di questa esposizione utilizzeremo il termine “depressione”, con la “d” minuscola, per indicare il quadro sintomatologico; “Depressione”, con la “D” maiuscola, per indicare le entità nosografiche (salvo laddove il termine maiuscolo sia già utilizzato in una classificazione o terminologia ufficiale, nel qual caso ci atterremo all’uso ufficiale anche se il termine indica il quadro sintomatologico; casi che dovrebbero comunque risultare chiari dal contesto), ed esamineremo:
– il quadro sintomatologico “depressione”;
– la fisiopatologia della depressione;
– le entità nosografiche: Depressione Maggiore o Endogena, Depressione Nevrotica o Esogena, Disturbo Depressivo di Personalità, Disturbo dell’Adattamento con Depressione, concludendo con un cenno su un gruppo di disturbi psichici ritenuti da alcuni imparentati con la Depressione, pur non avendo la depressione come sintomo caratteristico: il Disturbo da Attacchi di Panico e le cosiddette “Depressioni mascherate”.
– la terapia delle Depressioni.

Il quadro sintomatologico “depressione”

Il quadro sintomatologico della depressione è quello di un grave abbassamento dell’umore: tristezza; perdita d’interesse nelle cose della vita (apatia); perdita della capacità di provare piacere, anche nelle situazioni e attività precedentemente piacevoli (anedonia); rallentamento psicomotorio; mancanza d’iniziativa e d’energia; difficoltà a concentrarsi e a pensare; difficoltà a memorizzare e ricordare (ipomnesia); inappetenza e calo ponderale; ipersonnia; sentimenti, idee e pensieri di autosvalutazione, inutilità, colpa, rovina, negazione e morte, che possono raggiungere l’intensità di veri e propri deliri.
Non sempre questi sintomi sono tutti contemporaneamente presenti. Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali nella sua edizione corrente (DSM-IV-TR) elenca nove sintomi di depressione, largamente corrispondenti a quelli ora elencati, e richiede la presenza di almeno cinque di essi per porre diagnosi di Depressione Maggiore.
Spesso è anche presente, in misura maggiore o minore, ansia. Classicamente questa non è inclusa nei sintomi caratteristici appena elencati; ma, per motivi che saranno più chiari dopo aver esaminato la fisiopatologia della depressione, frequentemente si trova associata in qualche misura al quadro depressivo (e infatti nell’elaborazione del DSM-V è in corso una revisione dei sintomi ansiosi nel quadro depressivo). Le preoccupazioni immotivate, l’incapacità a rilassarsi, la paura che qualcosa di brutto stia per accadere condividono natura ansiosa e depressiva. Quando l’ansia è più marcata può “invertire di segno” alcuni dei sintomi sopra elencati: agitazione anziché rallentamento psicomotorio, iperfagia anziché inappetenza, insonnia anziché ipersonnia. Spesso i quadri depressivi con rilevante quota d’ansia vengono comunemente chiamati “depressione agitata”, o “depressione ansiosa”, e, di contro, quelli in cui prevalgono o sono esclusivi i sintomi puramente depressivi, “depressione inibita”. Questi sono termini puramente descrittivi del quadro sintomatologico, non rappresentano entità nosografiche, sebbene una certa sovrapposizione – e possibile confusione – sia prodotta dal fatto che la Depressione Nevrotica si manifesta più spesso come depressione ansiosa, e la Depressione Maggiore come depressione inibita.
Il quadro sintomatologico della depressione può comparire, in forma di solito meno completa che nelle Depressioni, anche in condizioni non patologiche (es. il lutto), o in malattie diverse dalle Depressioni: soprattutto malattie neurologiche, ma anche endocrinologiche, reumatologiche, metaboliche, e altre.

Fisiopatologia della depressione

Negli animali la depressione insorge in presenza di minacce alla vita o al benessere (“stress”, “fattori stressanti”) che l’animale non riesce ad evitare o eliminare. La depressione insorge dopo una prima fase d’attivazione psicofisica (“reazione d’allarme” o “reazione da stress”) volta a mettere il corpo e la mente nelle condizioni migliori per evitare o eliminare la minaccia, e consistente in aumento della vigilanza, dell’attenzione, della concentrazione, della frequenza cardiaca e respiratoria, della pressione arteriosa e della glicemia; e riduzione delle attività gastrointestinali e vescicali, delle reazioni infiammatorie e del dolore. Tutto ciò avviene tramite iperattivazione del sistema neurovegetativo ortosimpatico e liberazione, da parte delle ghiandole surrenali attivate dall’ipotalamo-ipofisi, dei cosiddetti “ormoni da stress”: adrenalina, noradrenalina e cortisolo. Nell’uomo il correlato emotivo di questa reazione psicofisiologica è l’emozione che chiamiamo paura.
Quando tutte le risposte per evitare o eliminare la minaccia si mostrano inefficaci, o quando non possono essere neppure attuate, l’attivazione psicofisica ora descritta trapassa nel suo contrario, e la psicomotricità si riduce a livelli persino inferiori a quelli di normale quiete: è questa la “risposta depressiva”, o “posizione depressiva”, di cui i sintomi elencati nel paragrafo precedente rappresentano le manifestazioni somatiche e psichiche. A tutt’oggi non è chiaro se questo sia un effetto da esaurimento delle risorse iperstimolate nella fase della reazione d’allarme (una sorta di “scarica delle batterie”), oppure se abbia anch’esso un significato adattativo. Studi recenti portano qualche sostegno alla seconda ipotesi, ma non è qui possibile addentrarci nell’argomento.
Il medesimo processo si verifica nell’uomo, con due differenze. La prima differenza deriva dal fatto che nel mondo interumano attuale le minacce sono più sottili e più continue di quelle contro le quali si è evoluta la reazione d’allarme, quelle che erano la norma per i nostri progenitori: minacce gravi, fisiche, e ben circoscritte nello spazio e nel tempo. Le minacce attuali sono a volte tanto sottili da non essere percepite a livello conscio, e la predisposizione all’azione fisica generalmente non basta ad evitarle o eliminarle. Questo modesto ma continuo stress cronico induce una lieve ma costante reazione d’allarme, e un’altrettanto modesta ma continua paura: l’emozione che chiamiamo ansia. Il perdurare dei fattori di stress determina frustrazione e depressione, come nel meccanismo originario; però qui la depressione, anziché seguire la paura, coesiste cronicamente con l’ansia, con il risultato che nella moderna psicopatologia da stress ansia e depressione di regola coesistono (questo è particolarmente vero nella Depressione Nevrotica o Esogena, che, come vedremo fra breve, a differenza della Depressione Maggiore o Endogena è sostenuta prevalentemente da situazioni stressanti esterne)
La seconda differenza è che, mentre negli animali la minaccia è sempre esterna, oggettiva e di regola identificabile, come un pericolo fisico, fame o sete, prigionia, ecc., nell’uomo la minaccia può anche essere interna, psicologica. Un super-io ipertrofico, o uno script di vita disadattativo, o i loro equivalenti di altre scuole psicologiche, possono minare dall’interno il benessere dell’individuo in modo persino più profondo, più grave e più pericoloso di una concreta minaccia esterna – anche in quanto meno evitabili una volta costituitisi.

La tendenza a reagire ai fattori stressanti con allarme e depressione varia da individuo a individuo: alcuni individui “reggono” livelli di stress (densità e gravità di minacce) di fronte ai quali altri entrano in ansia o depressione. Questa tendenza o resistenza è legata all’attività di certi circuiti cerebrali che hanno essenzialmente tre molecole come neurotrasmettitori: dopamina, noradrenalina e serotonina. In estrema sintesi, la dopamina influenza soprattutto gli aspetti psicomotori, la noradrenalina gli aspetti attentivi-cognitivi-mnesici, la serotonina il contenuto e la coloritura del pensiero. La produzione e utilizzazione di queste molecole, e quindi il funzionamento di quei circuiti, sono determinati dalla genetica e dall’avventura della vita in proporzioni anch’esse variabili da individuo a individuo. In alcuni individui vi è una disregolazione talmente marcata che la depressione può insorgere anche in assenza di qualsiasi stress rilevante o riconoscibile: è questo il caso della Depressione Maggiore, anche detta Endogena appunto in quanto i periodi depressivi possono sembrare “venire da dentro”, senza cause esterne rintracciabili (ciò non toglie che altri periodi depressivi possano invece essere innescati da eventi stressanti riconoscibili); in altri individui la disregolazione non è tale da scatenare periodi depressivi spontanei, ma è sufficiente a rendere il soggetto meno resistente ai comuni stress della vita: è questo il caso della Depressione Nevrotica, anche detta Esogena appunto in quanto è più riconoscibile la correlazione con i livelli di stress dall’esterno.

Entità nosografiche

Depressione Maggiore (sinonimi: Depressione Endogena, Disturbo Depressivo, Depressione Monopolare).

E’ la Depressione con la componente innata-genetica più importante. Insieme alla Mania e al Disturbo Bipolare costituisce la famiglia dei Disturbi Maggiori dell’Umore, tutti caratterizzati da una netta ciclicità nel senso che la persona affetta attraversa periodi di umore alterato, generalmente della durata di qualche mese, nettamente separati da periodi di umore normale (eutimia, periodi o fasi eutimiche), generalmente della durata di vari mesi o anni. Il meccanismo di questa ciclicità è sconosciuto. Nella Depressione Maggiore i periodi di alterazione dell’umore sono tutti con umore depresso (periodi o fasi depressive), nella Mania tutti con umore anormalmente elevato (periodi o fasi maniacali), e nel Disturbo Bipolare vi sono sia fasi depressive che fasi maniacali (almeno una dell’una e una dell’altra). Nella Depressione Maggiore le fasi di alterazione sono mediamente più distanziate fra loro che nel Disturbo Bipolare: in media quattro nella vita anziché quattro ogni dieci anni, e metà delle persone affette presenta anzi un solo episodio depressivo in tutta la vita. Le fasi depressive possono essere innescate da eventi stressanti, oppure apparire assolutamente spontanee, senza nessun evento stressante esterno riconoscibile; questo testimonia che la Depressione Maggiore si basa su un’alterazione biochimica congenita che rende meno resistenti agli eventi stressanti in misura variabile da caso a caso. Nei casi innescati da un evento stressante si pone la diagnosi differenziale fra Depressione Maggiore e Disturbo dell’Adattamento con Depressione (v. dopo). In questo caso l’eventuale rilievo anamnestico di precedenti fasi depressive nel passato orienta alla diagnosi di Depressione Maggiore, come pure il perdurare della depressione oltre sei mesi dopo il venir meno dell’evento stressante. Se non vi sono fasi depressive nel passato, e se non sono passati sei mesi dal venir meno dell’evento stressante, la diagnosi resta incerta.
Le fasi depressive della Depressione Maggiore (e del Disturbo Bipolare) presentano il quadro depressivo più marcato fra tutte le Depressioni. Si tratta generalmente di depressioni inibite, e i pensieri di autosvalutazione, inutilità, colpa, rovina, negazione e morte raggiungono non raramente l’intensità del delirio (presentano elementi di alterato esame di realtà non condivisibili dalla maggioranza dei circostanti): in questo caso si parla di “depressione con sintomi psicotici”. In alcuni casi, fortunatamente rari, il soggetto può addirittura arrivare a sentire e affermare di essere morto (“sindrome di Cotard” o “delirio di Cotard”, dal neurologo francese Jules Cotard che per primo descrisse questa condizione nel 1880), e persino, nei casi più estremi, che anche tutto il mondo o tutto l’universo siano morti. Nelle fasi depressive della Depressione Maggiore (e del Disturbo Bipolare) il rischio di suicidio è alto, spesso il malato non lo attua solo perché l’inibizione psicomotoria non gli lascia neanche l’energia e iniziativa necessarie a porlo in atto.
Ad onta della gravità dei sintomi, le fasi depressive della Depressione Maggiore (e del Disturbo Bipolare) sono quelle che meglio rispondono al trattamento con antidepressivi. Questo si spiega considerando che esse sono provocate essenzialmente da squilibri biochimici interni, piuttosto che da significativi fattori stressanti esterni, e gli antidepressivi sono appunto efficaci (e molto) nel correggere gli squilibri biochimici interni, non certo nel rimuovere i problemi esterni.
La frequenza della Depressione Maggiore è molto alta: 5-17% in generale, e ancor di più nelle nazioni ad alto reddito. Dopo la pubertà è due-tre volte più frequente nelle donne (10-25%) che negli uomini (5-12%). L’età media d’insorgenza è intorno ai 25 anni, ma la frequenza è comunque non trascurabile fin dall’età scolare (2-3%) ed adolescenziale (6-8%). Nei consanguinei di primo grado di una persona affetta la frequenza è doppia che nella popolazione generale. Va tuttavia notato che tale aumento familiare del rischio è inferiore a quello che si ha nel Disturbo Bipolare, in cui va dal doppio a dieci volte a seconda dei diversi studi.

Depressione Nevrotica (sinonimi: Nevrosi Depressiva, Depressione Esogena, Disturbo Distimico, Distimia, Sindrome Ansioso-Depressiva)

Si differenzia dalla Depressione Maggiore in quanto non vi è ciclicità, ma la persona affetta è invece depressa cronicamente – sebbene siano possibili modeste oscillazioni dell’intensità, ed anche brevi periodi di umore normale – e in quanto la gravità dei sintomi depressivi è minore che nella Depressione Maggiore (in particolare l’ideazione depressiva non raggiunge mai il livello del delirio). Circa la cronicità il DSM-IV-TR richiede una durata di almeno due anni, con mai più di due mesi consecutivi di umore normale. Criteri accessori di differenza rispetto alle altre Depressioni, non riconosciuti dal DSM-IV-TR, ma tuttavia utili, sono che nella Depressione Nevrotica è frequentemente presente una discreta o rilevante quota d’ansia (da cui un quadro di depressione ansiosa o agitata piuttosto che inibita), e spesso è riscontrabile una situazione circostante genericamente stressante, seppur non grave e non precisamente definita (a differenza del Disturbo dell’Adattamento con Depressione, nel quale è riscontrabile almeno un fattore stressante definito e chiaramente identificabile).
Il rischio di suicidio è minore che nella Depressione Maggiore, almeno nel senso di minor numero di esiti fatali se non di tentativi. Di regola il Depresso Nevrotico non vuole davvero porre fine alla propria esistenza: quando mette in atto un tentativo di suicidio è soprattutto per richiamare l’attenzione e la cura altrui sulla sua sofferenza, una sorta di estrema richiesta d’aiuto. I tentativi di suicidio nella Depressione Nevrotica risultano così generalmente inadeguati per modalità (es. defenestrarsi dal primo piano, o tagliuzzarsi superficialmente la pelle dei polsi senza arrivare alle arterie), o vengono attuati quando persone che possono intervenire sono presenti o presunte arrivare in tempo utile (es. ingerire farmaci o tossici poco prima dell’orario di rientro a casa di un familiare, e farsi trovare a terra con tutte le confezioni vuote di farmaci o tossici intorno). Questi tipi di tentativo di suicidio sono detti “dimostrativi”. Naturalmente nulla toglie che, per caso o per errore, possano anch’essi finire tragicamente.
La Depressione Nevrotica è frequente, ma meno della Depressione Maggiore: intorno al 6% della popolazione generale.

Disturbo Depressivo di Personalità (sinonimi: Personalità Melancolica)

E’ un disturbo ancor più costante e stabile, e ancor meno intenso, della Depressione Nevrotica. Consiste in tratti depressivi che persistono tutta la vita e connotano in tal senso il carattere. I soggetti di questo tipo sono pessimisti, anedonici, facilmente scoraggiabili, tendenti al rimpianto, cronicamente infelici. Diversamente dalla Depressione Nevrotica non vi è ansia, se non di fronte a richieste sociali o lavorative che il soggetto ritiene a priori di non riuscire a soddisfare, e anche in queste circostanze i sentimenti d’inadeguatezza prevalgono sull’ansia.
Il Disturbo Depressivo di Personalità è riconosciuto nella Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-9-CM), ma non nel DSM-IV-TR. Un’eccellente seppur persino eccessiva descrizione del Disturbo Depressivo di Personalità è rappresentata dal robot Marvin del romanzo Guida Galattica per gli Autostoppisti (talora altrove etichettato erroneamente come paranoico o come maniaco-depressivo).

Disturbo dell’Adattamento con Depressione (sinonimi: Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso, Depressione Reattiva, Reazione Depressiva)

E’ il disturbo Depressivo più acuto e più legato a un evento stressante esterno chiaramente riconoscibile, in pratica una versione eccessiva della normale reazione psichica ad un evento di quel tipo. Il limite entro il quale considerare normale la reazione depressiva, e oltre il quale considerarla Disturbo dell’Adattamento, non è definito oggettivamente, e si avverte chiaramente l’imbarazzo persino del DSM-IV-TR quando parla di “marcato disagio che va al di là di quanto prevedibile in base all’esposizione al fattore stressante” e di “compromissione significativa del funzionamento sociale o lavorativo (o scolastico)”.
Anche ansia e comportamenti sociopatici (“disturbi della condotta”) costituiscono tipiche reazioni psichiche agli eventi stressanti; e infatti i Disturbi dell’Adattamento considerati dal DSM-IV-TR includono, oltre al Disturbo dell’Adattamento con Depressione, anche quello con Ansia e quello con Disturbi della Condotta, e tutte le loro combinazioni. Il Disturbo dell’Adattamento con Ansia e Depressione è talora chiamato, da chi non ama la precisione, “sindrome ansioso-depressiva”, come la Depressione Nevrotica: “sindrome ansioso-depressiva” è un termine vago, puramente descrittivo del quadro sintomatologico, che dovrebbe essere evitato quando sono presenti dati sufficienti per una diagnosi più precisa.

“Depressioni mascherate”

Accenniamo appena a un gruppo eterogeneo di disturbi psichici che condividono la caratteristica di essere sospettati di natura depressiva, o imparentati con le Depressioni, pur presentando un quadro sintomatologico diverso da quello depressivo tipico, spesso con sintomi più somatici (fisici) e comportamentali che depressivi. Ne fanno parte: la Neurastenia e la vicina Sindrome da Affaticamento Cronico; i Disturbi Somatoformi, la Sindrome di Briquet e i sintomi somatici non spiegabili con fattori organici (MUS); certi casi di difficoltà scolastiche e di problemi di condotta del bambino e dell’adolescente; e il Disturbo da Attacchi di Panico. Quest’ultimo è particolarmente interessante per la sua frequenza (intorno al 2% della popolazione generale, dall’1 al 5% secondo i diversi studi) e perché colpisce tipicamente soggetti adulti e giovani adulti molto attivi, ai quali crea gravi intralci nelle loro attività, finendo così per diventare una delle più frequenti cause di ricorso allo psichiatra e/o allo psicoterapeuta.
Molti di questi disturbi sono considerati “a ponte” fra i disturbi d’ansia, l’isteria e nevrosi da conversione, e la depressione. A parere di chi scrive, e alla luce di quanto sopra delineato nella fisiopatologia della depressione, incasellare nosograficamente certi disturbi fra quelli d’ansia o quelli depressivi, anche quando questo ostacola piuttosto che aiutarne la comprensione, non è sempre utile. Molti disturbi inclusi dal DSM-IV-TR fra i Disturbi d’Ansia, come il Disturbo da Attacchi di Panico, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, le Fobie, e il Disturbo d’Ansia Generalizzato, non rispondono ai farmaci antiansia, se non nel trattamento del singolo episodio acuto, mentre rispondono agli antidepressivi come trattamento cronico “curativo” (riduzione dell’intensità e della frequenza degli attacchi, e/o riduzione dell’intensità degli eventuali sintomi cronici). Un altro elemento per considerare ad es. il Disturbo da Attacchi di Panico come imparentato con le Depressioni è la sua familiarità, che testimonia l’importanza di una possibile anomalia biochimica genetica sottesa: nei familiari di un soggetto con attacchi di panico la frequenza del disturbo è da 4 a 10 volte quella della popolazione generale (7.7%-20.5% contro 2%), e nei gemelli monozigoti arriva a 34-35 volte (69%).

Terapia delle Depressioni

La terapia delle Depressioni è una terapia integrata, basata sui farmaci (antidepressivi e stabilizzanti dell’umore) e sulla psicoterapia in proporzioni variabili secondo la prevalenza dei fattori biochimici o di quelli stressanti (esterni o interni), la gravità, e la costanza o ciclicità (e in quest’ultimo caso la frequenza) del disturbo. La terapia psicofarmacologica è tanto più indicata quanto più il disturbo è indipendente da fattori stressanti esterni o interni, intermittente, e grave: quanto più è indipendente da fattori stressanti, perché il campo d’azione dei farmaci è esattamente quello degli squilibri biochimici primitivi capaci di provocare depressione anche in assenza di fattori stressanti; quanto più è intermittente, perché sebbene gli antidepressivi più moderni abbiano un buon profilo di tollerabilità, tuttavia hanno comunque effetti collaterali indesiderati, soprattutto sulla sfera sessuale, sul peso corporeo, e nausea, che nei trattamenti a lungo termine devono essere considerati e valutati; e quanto più è grave, perché nei casi gravi senza fattori stressanti gli antidepressivi sono farmaci estremamente efficaci (spesso capaci di un vero e proprio “effetto miracolo”), e nei casi gravi sostenuti da fattori stressanti la gravità impone il ricorso a tutte le armi terapeutiche disponibili, anche a prescindere dagli effetti collaterali almeno nel breve periodo. Di contro, la psicoterapia è tanto più indicata quanto più il disturbo è sostenuto da fattori stressanti (esterni o interni), costante, e moderato: quanto più è sostenuto da fattori stressanti, perché in questo caso i farmaci hanno un effetto limitato, mentre la psicoterapia può consentire un adattamento ai fattori stressanti esterni, e può addirittura risolvere alla radice quelli interni; quanto più è costante, perché questo suggerisce uno stato di disadattamento all’ambiente esterno, o a proprie istanze psichiche interne, che è campo elettivo della psicoterapia, e perché – come detto poco sopra – l’ipotesi di un trattamento a lungo termine con antidepressivi impone una valutazione attenta del rapporto fra possibili benefici ed effetti collaterali; quanto più è moderato, perché in questo caso viene meno il principio della gravità a suggerire l’uso degli psicofarmaci a prescindere dal loro rapporto fra possibili benefici ed effetti collaterali.
Da quanto detto fin qui si evincono abbastanza naturalmente i principi di terapia da seguire nei diversi Disturbi Depressivi:

Disturbo Depressivo di Personalità: psicoterapia. Sebbene la relativa indipendenza da fattori stressanti esogeni lasci supporre un’anomalia biochimica congenita almeno come concausa, questo non è dimostrato, e il disturbo è talmente costante e di intensità moderata da rendere poco proponibile un trattamento psicofarmacologico che dovrebbe essere assunto per tutta la vita e i cui effetti collaterali indesiderati potrebbero superare i benefici. La terapia d’elezione è pertanto il trattamento psicoterapico, volto quanto meno a contenere gli aspetti disfunzionali dell’umore e favorire l’adattamento alle conseguenze personali e sociali del disturbo; e, ove possibile, a identificare e rimuovere le eventuali cause profonde dell’alterazione caratteriale.

Depressione Nevrotica: trattamento psicoterapico di base, supportato da antidepressivi nelle fasi di maggior acuzie e/o per aiutare il paziente ad avere l’energia e la partecipazione necessarie al trattamento psicoterapico.

Disturbo dell’Adattamento con Depressione: trattamento psicoterapico e psicofarmacologico combinati. Sebbene la dipendenza da un evento stressante esterno suggerisca che gli antidepressivi non presenteranno qui la loro maggiore efficacia, tuttavia la limitata durata del disturbo – e quindi del trattamento psicofarmacologico – fa volgere a favore del trattamento la valutazione del rapporto fra possibili vantaggi e possibili disturbi collaterali; tanto più considerando la possibilità che, anziché di un Disturbo dell’Adattamento con Depressione, si tratti di un episodio di Depressione Maggiore scatenato da un evento stressante (v. sopra, Depressione Maggiore).

Depressione Maggiore: trattamento psicofarmacologico. Nelle fasi depressive trattamento con antidepressivi, eventualmente supportati da ansiolitici nelle forme con particolare ansia, e/o da piccole dosi di neurolettici nelle forme con manifestazioni psicotiche. Nelle fasi intervallari stabilizzatori dell’umore, e/o antidepressivi a dose ridotta, o nulla. Gli stabilizzatori dell’umore sono indicati nei casi con alta frequenza di episodi depressivi (2-3 all’anno o più), o con frequenza leggermente inferiore (un episodio ogni 1-2 anni) e buona tolleranza alla terapia. Gli antidepressivi (a dose ridotta) in fase intervallare sono particolarmente indicati nei casi con remissione incompleta dei sintomi depressivi, e nei casi con alta frequenza di episodi depressivi. Gli stabilizzatori dell’umore più utilizzati sono il litio e il valproato, che secondo uno studio recente agirebbero su due sottotipi differenti di alterazione biochimica genetica; recentemente si è aggiunta anche la lamotrigina. In caso di grave fase depressiva non rispondente al trattamento psicofarmacologico è indicato l’elettroshock, in considerazione dell’alto rischio di suicidio e della grave sofferenza psichica del malato (oggigiorno l’elettroshock è un trattamento sicuro, indolore, rispettoso del malato, applicato secondo precisi requisiti, e di cui numerose meta-analisi hanno dimostrato l’indiscutibile superiorità rispetto a tutti gli altri metodi d’intervento contro la depressione inclusi gli antidepressivi).
Nella Depressione Maggiore in fase depressiva la psicoterapia non è indicata, in quanto il soggetto non ha l’energia per parteciparvi fattivamente, e la sintomatologia è di gravità tale da non rispondere alla psicoterapia, o almeno non in tempi utili. In fase intervallare una psicoterapia di tipo non analitico può essere utile in caso di remissione incompleta dei sintomi depressivi.

A conclusione della terapia delle Depressioni accenniamo a un nuovo trattamento che si sta sperimentando negli ultimi anni con risultati molto incoraggianti: la Transcranial Direct Current Stimulation (tDCS), semplice applicazione di una corrente a 9 volt (come una pila da radiolina) su certi punti della testa, che si è ripetutamente mostrata capace di ridurre la gravità e durata delle fasi depressive della Depressione Maggiore, e/o di consentire di ridurre il dosaggio degli antidepressivi. Durante la tDCS il paziente è cosciente, può parlare, leggere, guardare la televisione, ascoltare la radio, attendere alle sue normali occupazioni e passatempi. Basandosi su alcuni studi scientifici, che hanno riscontrato che la tDCS può anche aumentare la velocità di reazione motoria, certe imprese all’estero stanno addirittura tentando di lanciare la tDCS fra gli adolescenti sani come mezzo per raggiungere migliori prestazioni e risultati nei videogiochi e nelle competizioni online. Sebbene chi scrive non concordi con questo uso della tDCS, cionondimeno possiamo aspettarci, nei prossimi anni, di sentir parlare sempre più spesso di questa metodica: sia a fini apprezzabili, come quelli terapeutici, che malintesi, come quelli prestazionali.

 

*Marco Capozza, neurologo, direttore del Castello della Quiete, alterna l’attività clinica a quella didattica e di ricerca in Neuroscienze. Autore di oltre sessanta pubblicazioni, di cui oltre venti su riviste internazionali indicizzate, coautore con Neri Accornero del libro “Coscienza Artificiale – Dal Riflesso al Pensiero” (Aracne, Roma, 2009), ha tenuto lezioni, simposi e seminari invitati presso facoltà universitarie di medicina, psicologia e ingegneria ed altri enti scientifici e culturali.

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