Assistenza sessuale: la nuova frontiera della ghettizzazione?

assistenza-sessualedi Lelio Bizzarri*

 

Negli ultimi tempi è diventato “virale” il dibattito circa l’assistenza sessuale. Il film “The Sessions” è stata la rappresentazione cinematografica e la diffusione a livello mass-mediologico di un fenomeno già affermato in molti paesi quali gli Stati Uniti, ma anche diverse nazioni europee. La figura dell’assistente sessuale è ormai un’”istituzione” in Paesi come Svizzera, Danimarca, Olanda, Svezia e Germania, mentre nel nostro si affaccia timidamente la proposta, attraverso una petizione che ha ottenuto 5 mila sottoscrizioni sul web. L’ideatore della petizione, Max Ulivieri, ci tiene a specificare che l’assistente sessuale, nella sua proposta, si astiene dall’avere rapporti sessuali e che dovrebbe essere rivolta esclusivamente a persone con una disabilità così grave da trovarsi nell’impossibilità di esplorare il proprio corpo con le mani e/o avere rapporti con una persona disabile o normodotata. Come funzioni negli altri non è così facile comprenderlo: rispetto alla questione rapporti completi o meno, tutti sono abbastanza evasivi. Rispetto alla questione dei destinatari di questo tipo di prestazioni, è molto difficile essere sicuri che ci sia un rigido rispetto dei canoni di assoluta impossibilità ad avere rapporti sessuali, considerato che ogni attività che viene corrisposta a fronte di un pagamento in denaro, necessita di un mercato ed è intrinsecamente portata ad ampliare questo mercato per incrementare i profitti e/o assorbire l’offerta di persone che intraprendono questo ambito lavorativo.

Infatti stando a quanto riferito da Catherine Agthe-Diserens, presidente dell’Associazione Sexualité et Handicaps Pluriels di Ginevra, riportata sul sito www.fainotizia.it, sono molte le persone che hanno fatto richiesta alla sua associazione di entrare a far parte della loro equipe di assistenti sessuali, tanto che molte richieste sono state respinte.

E qui si pone una seconda problematica: come identificare gli aspiranti assistenti sessuali affetti da Devotismo? Infatti negli Stati Uniti è ufficialmente riconosciuta la diffusione di una particolare parafilia, la acrotomofilia, ovvero la capacità di provare eccitazione sessuale solo al cospetto di persone che hanno deformazioni o amputazioni agli arti (Mian, 2008). In ambito internazionale si fa riferimento al termine Devotismo, dal termine inglese Devotee (devoto), termine che tradisce il pregiudizio culturale secondo il quale è necessaria una vera  è propria devozione per amare una persona disabile.

E forse tutto il succo della questione è racchiuso nella seguente domanda: qual è la percezione collettiva delle persone diversamente abili in qualità di erogatori di soddisfazione sessuale, gratificazione erotica, sostegno relazionale?

Direi abbastanza scarsa se è così diffusa nel mondo la prassi secondo la quale persone disabili e familiari di persone con disabilità richiedono prestazioni, ATTENZIONE, affettive ed erotiche (quindi non semplicemente sessuali – quella non sarebbe stata un gran novità), a pagamento.

Ma è davvero così? Quante sono le persone disabili intrinsecamente impossibilitate a stimolare l’affettività di altre persone e di eccitarle da un punto di vista erotico?

Quante cose si potrebbero fare per innalzare lo status sociale, incrementare il livello di integrazione ed aumentare le possibilità di socializzazione delle persone disabili anche con handicap molto gravi?

La bellezza non è l’unico fattore che determina l’attrattiva sessuale: lo status, il livello di integrazione sociale e il fascino sono elementi determinanti nel rendere una persona attraente.

E il fascino non è forse la manifestazione fenomenologica e socializzata dell’autostima? Quanto si può fare a livello psicologico e culturale per potenziare l’autostima delle persone con disabilità? È possibile aiutare bambine/i diversamente abili a crescere con un’immagine positiva del proprio corpo nonostante la disabilità? E negli adulti la psicoterapia è un mezzo efficace per aiutare chi è cresciuto con l’angoscia di un corpo diverso a ricostruire un’immagine di sé tale da superare le resistenze e i sentimenti di vergogna che bloccano l’esposizione in una relazione intima?

 

Paradossalmente ci sono persone con gravi handicap, che non hanno tutte queste difficoltà a livello psicologico ed incontrano persone che si innamorano di loro, ma che non possono viversi come vorrebbero questa relazione a causa delle difficoltà pratiche e al bisogno di chiedere assistenza per recarsi sul luogo dell’appuntamento, per fare una passeggiata, per andare a cena fuori o un cinema.

Capita, infatti, troppe volte che la presenza di terzi incomodi (e indiscreti) rovini l’atmosfera. Immaginiamo a quante volte capita che una persona disabile debba chiedere aiuto ai propri familiari, i quali a loro volta si sentono in diritto di commentare o di “partecipare” alla relazione tra i due partner. Immaginiamo come si può sentire un ragazzo/a non disabile quando il/la proprio/a partner viene accompagnato/a dai genitori? E nel caso entrambi siano disabili, come si amplificano i problemi, allorché entrambe le famiglie si incontrano e hanno modo di discutere del rapporto tra i rispettivi figli?

Sarebbe tutto più leggero se la persona fosse accompagnata da una persona adeguatamente preparata a rispettare la privacy e l’intimità del proprio utente!

In alcuni casi la persona può necessitare di assistenza anche per prepararsi all’atto sessuale in sé e per sé (lavarsi, profumarsi, spogliarsi, ecc.) o addirittura nello svolgimento del rapporto sessuale o nell’adozione delle misure contraccettive e, certo, non si può assolutamente negare il profondo coinvolgimento intimo degli assistenti nella vita dei propri utenti.

E allora non sarebbe più opportuno, piuttosto che istituire la figura dell’assistente sessuale, fornire un’adeguata formazione agli assistenti di base, affinché supportino la persona disabile nelle proprie esperienze, piuttosto che sostituirsi a dei potenziali partner?

Senza voler scivolare in discorsi bigotti, vorrei ricordare che il più delle volte la sessualità è legata alla genitorialità, nel senso che molti uomini e donne diversamente abili, pur con gravi limitazioni fisiche hanno un forte desiderio di diventare genitori.

Anche in questi casi sarebbe sufficiente un adeguato supporto assistenziale per rendere questo desiderio una realtà. Quando dico adeguato, non intendo solo in termini quantitativi, ma anche in termini di professionalità e di attenzione alla cura della relazione operatore-utente.

Di nuovo è cruciale che l’operatore sappia interpretare il proprio ruolo, come un supporto alla persona disabile senza diventare tanto preminente da sostituirla nel suo ruolo di genitore e di figura educativa ed affettiva principale per il bambino.

Mi rendo conto che questo percorso è quello più impervio e pieno di incognite, ma sono convinto che la sofferenza (così come la gioia, la felicità e gli orgasmi) sia parte integrante del percorso di sviluppo psicosessuale di ogni persona.

Allo stesso modo se è vero che uscire da contesti protetti, dalla cosiddetta zona di comfort, può ingenerare ansia per i mille imprevisti a cui si va incontro, è altrettanto vero che ogni incognita che troviamo sul nostro cammino è una finestra su nuovi mondi e nuove possibilità. Esse sono proprio le incognite che ci danno quei gradi di libertà che ci consentono di scegliere dove indirizzare la nostra vita, una libertà che è una buona contro partita per la sofferenza, di cui in ogni caso è dotata la nostra vita.

 

 

* Psicologo

 

 

 

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