Sulla morte
Aldo Carotenuto *
"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria",
n° 36-37, gennaio-agosto 1999, pagg. 2-17, Roma
Alle soglie del terzo
millennio il panorama che si apre ai nostri occhi, con la sua storia di
guerre e sopraffazioni, ci induce a riflettere sul valore del morire, ma
ancor prima sul significato che attribuiamo alla vita.
Difficile pensare
che si possa ancor parlare di vita e morte come di una dialettica pura,
spesso le due cose si confondono: si vive come in un incubo mortale o si
muore senza neanche accorgersene. Ci sono persone che si battono mortalmente
per un ideale che dopo anni di lotte non ricordano neanche più o
persone che attraversano infinite serie di lande desolate senza che il
vivere sappia più offrirgli soluzioni o emozioni autentiche.
Il bisogno di vivere
in una perenne condizione di fuga - fuga dal limite, fuga dal dolore e
dallo spettro della malattia - si traduce, sempre più spesso, nell'impossibilità
di vivere, nell'incapacità di godere pienamente dell'istante o di
un'esperienza, perché già irrimediabilmente corrotti dalla
preoccupazione di ciò che verrà dopo. E per paura del volto
ignoto che si cela in quel 'dopo', procediamo come animali braccati nel
nostro percorso di continui superamenti, senza che alcuna meta sia da considerarsi
ambita.
Il movimento diventa
il nostro credo: "chi si ferma è perduto" - diceva qualcuno che,
così facendo, ha finito con lo smarrire la strada. La stasi, la
quiete e la riflessione, che un tempo servivano a rigenerare le forze,
rappresentano ormai il regno della morte.
Indicativo di tale
tendenza all'iperattivismo e alla massima efficienza è anche il
fatto che, nelle psicosi maniaco-depressive, l'ago della bilancia dei simpatizzanti
pende sicuramente a favore dello stato maniacale, se non altro perché
più "produttivo" di quello depressivo. Si guarda con maggiore preoccupazione
a colui che "non si muove" - anche se la sua stasi è fertile di
riflessioni - che non a colui che "non smette mai di muoversi", senza comprendere
che non siamo orologi a carica, ma un ben più complicato intreccio
di equilibri dinamici.
Paradossalmente davanti
alla paura di morire, oggi emerge la paura di vivere e, quando qualcuno
compie l'estremo gesto, con sorpresa ci fermiamo magari a pensare "perché
non farlo anche noi", cosa ci offre la vita - questa vita - di veramente
importante? Spesso, evitiamo semplicemente di chiedercelo perché
magari non sapremmo darci una risposta durevole e rassicurante: semplicemente
perché non siamo in grado di definire il senso del nostro agire;
ci muoviamo e basta.
Fino al secolo XVIII,
esisteva ancora - in tutta la sua valenza protettiva - l'idea di una forza,
superiore alla natura umana, che dirigeva e pianificava il corso degli
eventi. Sebbene l'esistenza umana si sia sempre posta nei termini di una
conflittualità con ciò che potremmo chiamare 'destino', come
atto di trasgressione o di tradimento, nei momenti di difficoltà
ci si affidava volentieri a quel sentimento di "timor sacro" che trovava
in un'imperscrutabile saggezza la spiegazione di ciò che, per la
sua violenza e veemenza, sfuggiva al controllo della razionalità.
Il secolo dei Lumi,
in parte, aveva già contribuito a spezzare l'equilibrio di questa
polarità tra coscienza vigilante e irrazionalità, ma ci sarebbero
voluti la rivoluzione industriale e il capitalismo, come estremizzazione
di ciò che è materiale, concreto e pianificabile, per minare
in maniera irrevocabile la forza del numinoso. La psicoanalisi, da molti
definita come un prodotto della società borghese, ha a suo modo
tentato di arginare il vuoto di valori, spostando l'attenzione da un piano
trascendente ad uno intimistico: la chiave del destino, il suo codice,
è nascosta nelle profondità della nostra psiche. Nel momento
del crepuscolo degli dei nasceva la coscienza allargata e, sotto il suo
esclusivo dominio, l'inconscio.
Quando Freud sbarcò
negli Stati Uniti disse, quasi tra sé e sé: "ci acclamano
perché non sanno che veniamo a portargli la peste". Di fatto, la
psicoanalisi non ha attecchito - se non per un breve periodo - in America,
ma solo perché la società statunitense era già pronta
a metabolizzare e fagocitare il suo credo, creando un nuovo mito: quello
del "self made man". "L'uomo che si è fatto da sé" è
l'apocalisse della psicoanalisi, il trionfo della coscienza vigile e della
volontà autodeterminante che sconfigge la teleologia del destino.
Alla forza onnicomprensiva
del "timor sacro" si è sostituita quella onnipotente del "timor
profano": soffriamo e ci disperiamo se perdiamo il lavoro, se ci si rompe
la macchina o se non possiamo permetterci la villa in campagna, esattamente
come un tempo ci disperavamo nella convinzione di essere indegni, di non
poter sostenere la volontà di Dio. Sono cambiati i termini, ma la
questione è sempre la stessa: non sappiamo e non vogliamo accettare
la nostra finitezza, il limite della condizione umana. E la morte, in questo
senso, è il limite per eccellenza: possiamo anche tentare di procrastinarla
o di anticiparla, ma è altrettanto vero che non possiamo dominarla
sempre e in ogni caso, come faremmo con una macchina o un elettrodomestico.
Come limite ultimo, sfugge ancora al nostro dominio.
Come opporsi, allora,
all'ineludibile sconfitta della volontà umana?
L'ironia è
sempre stata un'arma che l'uomo ha usato dinanzi all'inevitabile, quasi
per prepararsi con superiorità alla sconfitta: sappiamo benissimo
che la maggior parte dei filosofi - da Socrate a Sartre - ha trovato in
essa una difesa all'amaro che la consapevolezza, portata ai suoi limiti
estremi, lascia in bocca.
Similmente abbiamo
cominciato a "scherzare" sulla morte, a prendercene gioco, senza accorgerci
che la svalutazione del senso della morte significava anche una minorazione
del senso della vita.
Ad accelerare questo
processo di "smaterializzazione" della morte, hanno sicuramente contribuito
il cinema e la televisione: la permanenza dell'immagine come propensione
all'eternità, il culto estetico del dolore come rito accompagnatorio
sono tutti elementi che tendono a mostrare la morte - a volte fin troppo
verosimilmente - per poi negarla nei suoi effetti. I personaggi di un film,
infatti, muoiono sulla scena più e più volte e l'effetto
che producono è quello di una coazione a ripetere attraverso cui
lo spettatore si convince che sopravvivere alla morte è possibile.
Ciò, di per sé, potrebbe anche essere terapeutico: un po'
come il gioco del rocchetto, attraverso cui il bambino impara a tollerare
l'assenza della figura materna. In questo gioco, rilevato per la prima
volta da Freud, il bambino allontana da sé il rocchetto, fino a
farlo scomparire, per poi ritrarlo nuovamente a sé, assicurandosene
la permanenza. E' un modo, ludico e simbolico al tempo stesso, per affrontare
e controllare l'angoscia dovuta all'allontanamento della madre. Se è
vero, pertanto, che questo ripetersi di allontanamenti-avvicinamenti ha
una finalità terapeutica per il bambino, è pur vero che dobbiamo
distinguere un'assenza temporanea e passeggera dalla permanenza della separazione:
non c'è nessun rocchetto che tenga, se la madre non torna.
Similmente possiamo
dire per il cinema: un conto è elaborare ritualmente un evento,
nel tentativo di renderne sostenibile l'angoscia e il dolore, diverso è
banalizzarlo, privandolo della sacralità e della significatività
che ad esso spettano.
In epoca medievale
sussisteva un vero e proprio culto della morte: L'Ars Moriendi,
come arte del morir bene, ossia "in grazia di Dio", era un autentico inno
alla vita, una vita spesa con coraggio e dignità a preparare il
momento del trapasso. Probabile che questa finalità teleologica
avesse i suo eccessi, e necessitasse di una smentita, ma - oggi - la smentita
della morte ha finito col coincidere con un annullamento radicale anche
della vita e una rimozione del dolore. Insomma, l'eccesso opposto.
E' stato Leopardi
il primo a denunciare la crisi della teleologia quando, nella lettera di
un'islandese alla Natura, mise in bocca alla Natura le seguenti parole:
"Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi
che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime,
sempre ebbi ed ho l'intenzione a tutt'altro, che alla felicità degli
uomini o all'infelicità".
Era il momento dell'eclissi
della fiducia nel potere salvifico del numinoso, il destino e il coraggio
di vivere non potevano ormai che venire da se stessi. E' quello che in
un certo senso dichiarava anche Jung quando imputava all'uomo di essere
l'artefice del proprio destino: si tratta di una particolare disposizione
interiore che crea consonanza tra l'uomo, il suo progetto di vita, e l'esteriorità
del mondo. Ciò non significa che possiamo cambiare il corso degli
eventi, ma che possiamo sicuramente disporci ad interpretarne il senso
in maniera diversa. Ma Jung non ha mai detto che questa fosse una strada
facile - e tantomeno Leopardi -, anzi egli dichiarava che proprio la sofferenza,
per la sua capacità di allargare lo sguardo e l'anima, in un certo
senso è la via della salvezza.
Questo purtroppo
la società occidentale non ha voluto metabolizzarlo, per la stessa
ragione per cui la recente fascinazione che subiamo da parte delle dottrine
orientali si risolve in una superficiale adesione all'idea del superamento
continuo dell'immanenza. E' la beatitudine dell'essere continuamente "altrove",
la virtualità del vivere, perché se l'esistenza è
aleatoria anche la morte non può che rappresentare una presenza
eterea e un'eventualità transitoria.
Lo stesso Jung denunciava
questo rischio quando nella lettera ad Aniela Jaffé del 29 maggio
1953 scriveva: "la mia voglia di vivere è un daimon ardente
che talvolta mi rende maledettamente difficile mantenere la coscienza di
essere mortale"; dove per Jung la "voglia di vivere" si esplicava attraverso
quel percorso di continui superamenti che è l'individuazione.
Ma l'errore più
grande che possiamo fare, dinanzi alla morte, è quello di rifiutarla
perché immagine di un non-senso. E' vero, quando assistiamo qualcuno
che sta morendo o quando perdiamo qualcuno che ci è caro, la prima
impressione che abbiamo è quella di un'assoluta mancanza di senso:
"perché è successo?" continuiamo a chiederci impietosi, insieme
al rammarico di non aver fatto abbastanza per impedirlo. Ma questo ci porta
a perdere di vista come l'altro abbia vissuto la propria morte e quale
risposta abbia dato alla propria vita.
Non dimentichiamo,
infatti, che la morte come compimento, come termine di un viaggio, ha anche
una valenza totalizzante: è il momento in cui l'arcano senso di
una vita può rendersi esplicito; vengono tirate le somme e riallacciati
i fili pendenti. Molto spesso leggiamo, sul volto del morente, un'insolita
tranquillità che giustifichiamo come una perdita di coscienza. Ma
non è così: tutt'altro che inconsapevole, il morente ha probabilmente
raggiunto una chiarezza alla quale noi da vivi possiamo soltanto anelare,
schiacciati come siamo da una cieca paura che non ci permette mai di gettare
uno sguardo fiducioso oltre la soglia.
La nostra incapacità
di cogliere il senso di una situazione particolarmente dolorosa e destabilizzante
probabilmente nasce proprio dalla momentanea assenza di punti di riferimento.
Recuperare una prospettiva interpretativa ci rimane estremamente difficile,
soprattutto in ragione del fatto che l'emotività ci tiene intrappolati,
con i piedi piantati per terra, negandoci la possibilità di innalzarci
- anche solo momentaneamente - al di sopra della casuale successione di
eventi impazziti che non rispondono più alla nostra volontà.
L'errore, alle volte,
risiede nell'ostinazione a voler comprendere seguendo un filo logico di
causa-effetto; ma che causalità può esserci in una sventura?
Tutt'al più, essa può essere una "prova" di cui potremo interpretare
soltanto i risultati. Chiederci "come" uscirne, prima ancora che "perché"
sia capitata.
La visione dall'alto
- quella che il morente, a confronto con il limite ultimo, è costretto
ad assumere - è l'unica che possa assicurare una continuità,
non logica, ma di significatività personale, alla nostra vita, restituendoci
- anche nei momenti più difficili - l'appartenenza e l'autenticità
dell'esperienza.
Una delle ragioni
che mi ha spinto ad affrontare un argomento così complesso e, se
vogliamo, difficile da descrivere risiede nel fatto che la morte non è
così estranea alla nostra vita come ci piacerebbe credere. Essa
viene spesso identificata con l'arcano di ciò che non è visibile,
di ciò che è "oltre" la vita e che, presumibilmente, appartiene
all'altro, ossia di cui possiamo essere solo spettatori indiretti. Nulla
di più mendace. La mia professione, ma anche la mia personale esperienza
di vita, mi ha portato a incontrare la morte più spesso di quanto
si possa credere e, per la precisione, in tutte quelle circostanze in cui
finisce un rapporto sentimentale.
Ricordo che una volta
una mia paziente mi disse che la fine di una relazione è persino
più dolorosa della morte del partner. La cosa mi sorprese molto
e gliene chiesi ragione. Ella mi disse che quando la persona che ami muore,
in un certo senso finisci col fartene una ragione, ma quando si allontana
- perché ama un'altra o, semplicemente, perché non ama più
te - la separazione diventa insostenibile perché ineliminabile e
paradossale: lui è vivo e morto, allo stesso tempo. E' vivo e presente
in un altro spazio e in un altro tempo che ti è dolorosamente estraneo;
è morto e assente nella tua vita. E' quella situazione descritta
da Roland Barthes come "un pezzo di angoscia pura": un eterno presente
che non vuol saperne di eclissarsi, in cui l'altro è "assente come
referente, ma presente come allocutore".
Non volendo entrare nel merito dello
specifico vissuto della mia paziente, devo ammettere che la sua riflessione
mi colpì molto, tanto da indurmi a considerare "la separazione degli
amanti" come una vera e propria esperienza di morte, vissuta in maniera
più che diretta, ossia come la propria morte.
Fin dagli albori
della vita, la relazione - e, in particolare, il rapporto duale - è
il nostro primo alimento: ciò che assicura la nostra sopravvivenza.
Senza una figura materna che ci accudisca e ci sfami, non avremmo alcuna
possibilità di sostentarci: la nostra capacità di confrontarci
con il mondo, di apprendere e di difenderci, passa inevitabilmente attraverso
l'altro che, sin dai primi minuti di vita - ma anche prima - si prende
cura di noi.
Questa situazione
ambivalente, che fa del rapporto una fonte di vita (ma anche di morte),
permane come un imprinting per tutto l'arco della nostra esistenza.
E' più o meno
dagli anni '40 che la psicoanalisi ha cominciato a centrare l'attenzione
dei suoi studi sulla sfera della relazionalità, fino ad arrivare
alla conclusione che non esiste vita senza che essa sia sostanziata da
almeno un rapporto.
Quando Bataille scriveva
che "l'amore è la trasparenza del mondo" alludeva, in parte, proprio
a questo: non è attraverso i nostri occhi che ci guardiamo intorno,
bensì ciò che leggiamo riflesso nello sguardo dell'altro
rappresenta il nostro mondo. E se quello sguardo è retto dall'amore
e da un rapporto di fiducia assoluta, nulla di ciò che vi verrà
riflesso potrà mancare di trasparenza e lucentezza. Ciò è
vero nella fascinazione della seduzione amorosa, come nella dualità
madre-figlio che - come diceva Freud - è la prima esperienza di
seduzione che ci sia dato vivere.
La stessa parola
"seduzione" indica la capacità di condurre - e lasciarsi condurre
- "altrove": nel mondo della significatività interpretata, dove
nulla è mero oggetto, ma dono di una realtà condivisa e pregna
di senso, ossia "trasparente".
Ma cosa succede quando
questo incanto si spezza?
Il senso ultimo delle
cose viene a mancare; alla trasparenza si sostituisce l'opacità,
se non addirittura il buio.
Ciò che rende
ancora più drammatica una separazione è il fatto che raramente
essa avviene di comune accordo. Prepararvisi è impossibile, tanto
più che tale è la nostra assoluta fiducia e necessità
di mantenerci in vita attraverso quello sguardo condiviso, che restiamo
ciechi alle prime avvisaglie di una rottura. Semplicemente è un'eventualità
a cui nessuno può pensare, esattamente come siamo restii a pensare
al momento della nostra morte.
Esattamente come
nel lampo della seduzione siamo stati catturati dalla vita, così
nell'istante della separazione siamo in balia della morte.
E si tratta di una
morte fisica, oltre che psichica, perché la sensazione è
proprio quella di venir privati dei propri organi vitali. "Tu mi strappi
il cuore", "Tu mi laceri le viscere": è questo che diciamo inconsapevolmente,
pensando che siano solo parole, metafore e simboli del dolore, mentre in
realtà è una vera privazione fisica quella che attraversiamo.
Di fatto, l'altro,
andandosene, porta via con sé pezzi della nostra vita: comincia
l'odissea dello "smembramento". Una sorta di amputazione che, se non produce
la morte dell'individuo, può comunque causarne la malattia: una
certa trascuratezza nel mangiare e nel curarsi e un'assenza di energie
psichiche possono determinare uno stile di vita che indubbiamente favorisce
la proliferazione di virus e malattie. Sono tanti i casi in cui il cuore
non regge o una semplice influenza, se trascurata, si trasforma in una
bronchite, e così via.
La volontà,
almeno psichica, è quella di scomparire dalla faccia della terra,
se non altro perché l'assenza dell'altro - il fatto che egli non
cerchi più nei nostri occhi un tramite per guardare il mondo, e
non ci offra più il suo sguardo per dare un significato agli eventi
- tende a negare il valore della nostra presenza.
Il corpo resta, permane,
ma come involucro vuoto - o svuotato - di qualsiasi avvenenza, di qualsiasi
fiamma. Ecco che, allora, i tentativi autolesivi testimoniano della necessità
di far coincidere la distruzione che viviamo dentro di noi, come brace
ardente sotto la cenere, e l'apparente imperturbabilità di ciò
che è fuori. Con un corpo, fatto di carne ed ossa, ci muoviamo come
spettri: tutto ciò che è intorno ci attraversa con indifferenza
e senza più provocare alcun tipo di risonanza: la trasparenza, appunto,
si trasforma in una vischiosa opacità; lo sguardo si oscura.
Se è vero
che gli occhi sono lo specchio dell'anima, è anche vero che lo sguardo
del morente - come, d'altronde, quello della persona toccata da una perdita
affettiva - traduce un'inquietante vacuità, che viene spesso interpretata
come un'assenza di orizzonte: è lo sguardo di chi si è ormai
rivolto all'infinito, oltre gli altri, oltre il visibile, verso una remota
ed incognita voragine buia.
Ciò che Jaspers
descrive come "situazione-limite" si adatta alla perfezione al nostro discorso:
ci sono situazioni così intense e così dolorose che racchiudono
un segreto inenarrabile, una morte psichica, un'eclissi della ragione,
a cui non si può far fronte in alcun modo, se non con il silenzio.
L'esperienza della
morte, sia essa vissuta in maniera diretta o indiretta, è simile
a un naufragio che, dopo averci costretto a vagare senza meta e senza più
speranza di approdo, attraverso deserte distese d'acqua, ci restituisce
alla terra, alla vita. Ma certamente il confronto con il limite non può
non averci cambiato: siamo "marchiati" nell'anima da una impercettibile
vena di orrore, se non di terrore. Nulla ci spaventa più, perché
per un istante, almeno, abbiamo visto il peggio; crediamo di non poter
più tornare alla primordiale fiducia: seppure riusciremo a riconquistare
il dono della "trasparenza", sarà una trasparenza meno luminosa,
meno iridescente, perché velata da un'ombra, impercettibilmente
contaminata dal ricordo di quella dura esperienza di solitudine e disperazione.
Ma, dopotutto, quanti
possono dirsi liberi da quest'ombra? Quanti possono vantarsi di conservare
ancora una verginale coscienza di un mondo senza dolore? Nonostante la
risposta sia "pochi" - se non "pochissimi" - siamo in molti ad essere "sopravvissuti".
Che cosa è accaduto, allora? Cosa ci ha salvati?
Come direbbe Roberto
Calasso: il "velo". E io, da psicoanalista, aggiungerei: quella splendida
trappola che è la "rimozione", ossia la capacità che la nostra
psiche ha di rimuovere ciò che è troppo doloroso e destrutturante
per il soggetto.
Esattamente come,
in ambito mitologico, il "velo" rappresenta quel magico schermo che separa
l'essenza dall'apparenza, impedendo alla coscienza di rimanere irretita
- se non mortalmente sedotta - dalla verità, così in psicologia
opera la "rimozione". Essa è quella menzogna, a volte salvifica,
con cui la coscienza censura a se stessa ciò che risulterebbe troppo
doloroso a guardarsi. Un po' come operano i censori cinematografici con
i contenuti diseducativi dei film, così opera la mente umana con
ciò che le è più difficile da accettare, ma soprattutto
da integrare, tra le sue esperienze di vita.
Semplicemente la
nostra mente appone su un ricordo il marchio "delete" (per usare una terminologia
computeristica che sta a significare "cancella" dalla memoria). Ma perché
ho definito salvifica una simile strategia?
Perché, almeno
da principio, quando il coinvolgimento emotivo è troppo grande per
permettere una razionalizzazione dell'esperienza e un'attribuzione di senso,
è bene spostare l'evento in una zona più remota della coscienza
affinché possa "sedimentare". In questo modo, nel silenzio e senza
che ce ne avvediamo, gli affetti precipitano, ossia si distaccano dall'esperienza
rendendola quasi "neutra" o - in altre parole - trattabile.
Per questo, come
diceva la mia paziente, abbiamo la sensazione che "la separazione degli
amanti" sia più dolorosa della morte del partner: perché
"l'oggetto" esiste e persiste, impedendoci - o, certamente, rendendo più
difficile - la temporanea soppressione dell'immagine dolorosa della perdita.
Ma la psicoanalisi
ci insegna che si tratta di una sensazione apparente, perché - in
realtà - l'oggetto d'amore è sempre e comunque interiorizzato,
sia esso vivo o morto. La sua immagine è custodita dentro di noi
e, da lì, è difficile "scalzarla".
Sempre per usare
una metafora 'tecnologica', anche nei computer è possibile recuperare
ciò che è stato cancellato, purché non ci si riscriva
sopra. E' qui, però, che sta la differenza tra la mente umana e
la memoria di un computer. In analisi (ma anche nella vita), è proprio
riscrivendo la nostra storia ("rielaborandola" è la parola corretta),
a distanza di tempo, che andiamo a riesumare quei contenuti un tempo rimossi.
Così siamo
soliti dire che è la ferita che cura: se è stato un rapporto
a ferirci mortalmente, solo un altro rapporto potrà aiutarci a recuperare
la fiducia che avevamo smarrita sotto il peso di tanto dolore. Se è
stata la fine di una relazione a negarci la parola e la possibilità
di attribuire una continuità di senso alla nostra vita, sarà
un altro rapporto a permetterci di tornare a parlare, a far sì che
possiamo riappropriarci del nostro passato che, solo temporaneamente e
perché privi di strumenti conoscitivi, avevamo accantonato come
un'eterna domanda in attesa di una risposta.
L'esperienza-limite,
allora, non ci nega in assoluto la possibilità di vivere; essa,
semplicemente, ci costringe a vivere - almeno per un pò - in uno
stato di torpore, di incoscienza, fin quando una nuova esperienza analoga
- ma stavolta a 'lieto fine' - non venga ad offrirci la possibilità
di un riscatto. E' questo che Freud riassumeva attraverso l'uso del termine
"rielaborazione del lutto".
Si tratta di un progressivo
e lento percorso attuato dalla nostra psiche per il recupero di ciò
che sopravvive alla separazione. Come diceva Emily Dickinson "spazziamo
i cocci del cuore", ossia raccogliamo tutti i frammenti della nostra vita
e tentiamo di ricomporre un mosaico completo. Ciò avviene attraverso
una lunga serie di prove ed errori: un pezzo per volta richiamiamo le immagini,
separando quelle che ci sono ancora insostenibili da quelle che possiamo
integrare. Come un abile costruttore di puzzle, cerchiamo la coerenza di
una figura per rimettere insieme i vari frammenti dell'esperienza vissuta.
In un certo senso,
possiamo dire che tutta la nostra vita è un meccanismo di censura,
di rielaborazione e di integrazione di parti apparentemente scisse, ma
che appartengono comunque alla totalità della nostra storia. Ognuno
procede seguendo i propri tempi: ogni cosa capita al momento giusto e nel
modo giusto. Non dobbiamo sorprenderci, pertanto, se solo dopo anni ci
ricordiamo improvvisamente di qualcosa che eravamo certi che non ci appartenesse
più.
Evidentemente solo
in quel momento eravamo pronti per vedere nuovamente nel passato. Ma di
solito è sempre in una relazione, come quella analitica, che tali
"insight" (ossia "visioni dall'interno") si verificano, proprio perché
l'altro, attraverso la sua capacità di condurci altrove, evoca in
noi un nuovo bisogno di trasparenza e autenticità.
Come tutte le cose che esistono in natura,
gli opposti si conciliano: vita e morte si integrano l'una nell'altra in
quella che è la massima ambivalenza della nostra vita: la relazione,
il rapporto. Viviamo sapendoci pensati, moriamo con l'orrore di uno sguardo
cieco, incapace di vedere l'altro.
Ma nulla può
dirsi definitivo, almeno psicologicamente parlando: l'esperienza analitica
insegna che anche i recessi, i punti morti, rappresentano solo lo spazio
di una sosta, di una momentanea destrutturazione a cui segue un nuovo ordine.
Qualcosa è
morto, ma solo perché le circostanze lo richiedevano: se un orizzonte
di senso ha esaurito la sua funzione, ciò non significa che dietro
debba esserci il nulla. Ma soltanto attraversando la soglia del visibile
e di ciò che è razionalmente comprensibile, possiamo attivare
in noi la possibilità di una nuova scoperta.
Tutte le più
grandi menti (gli artisti, gli scienziati, i creativi) non fanno che ripeterci
a gran voce che la verità è sempre "altrove", nascosta in
un buio recesso in cui dobbiamo avere il coraggio di guardare, prima o
poi. Allontanare la morte, allora, vuol dire anche negarsi la possibilità
di vivere - almeno per una volta - pienamente.
*Docente
di Psicologia della personalità - Università di Roma "La
Sapienza" (ritorna)
http://www.in-psicoterapia.com
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