Significato degli psicofarmaci
nel rapporto terapeutico.
Francesco Bonsante * Oliviero Rossi **
Pubblicato in "Informazione Psicologia
Psicoterapia Psichiatria" n°6, settembre-ottobre 1990
pag. 16-21
Gli psicofarmaci rappresentano la risposta
più efficace ad un disagio, o ad un comportamento sintomatico,
che nel rapporto medico-paziente non si vuole interpretare o comprendere
nel suo più vero significato.
In questo senso il farmaco funge da sostituto
o surrogato del rapporto diretto medico-paziente: può servire
come mezzo di distanziamento per sfuggire un rapporto troppo diretto
(per l'uno o per l'altro) oppure per evitare la presa di coscienza
(e la mentalizzazione) della valenza psichica del malessere, spostando
quest'ultimo sul terreno culturalmente più accettabile
e rassicurante della malattia organica, dove il paziente ha
un ruolo meno attivo e responsabilizzato.
Lo psicofarmaco diventa spesso il nutrimento
consolatorio che il medico, come figura genitoriale buona, concede
al paziente.
In molti casi è questa l'unica motivazione
del rapporto, che s'interrompe appena essa non viene più
soddisfatta: è facile in questo tipo di relazione per il
paziente sostituire un medico dopo l'altro. Il rapporto mediato
dal farmaco, una volta consolidato, diventa l'esempio di un rapporto
in cui all'espressione diretta viene sostituita una tortuosa manipolazione.
Il farmaco diviene una presenza continua del medico nella vita
quotidiana del paziente, è l'argomento che permette e giustifica
il gioco di rassicurazione e di contatto umano che il paziente
desidera e non chiede apertamente, riproponendo così il
copione di vita e di comunicazione abituale.
Il medico non è sempre l'unico referente
nel rapporto farmaco-mediato. Spesso nella famiglia del paziente
il farmaco acquista valenze relazionali negli equilibri familiari.
E' importante sapere da chi è gestita
la terapia farmacologica, se dal medico, o autogestita dal paziente
(ufficialmente o praticamente) oppure se è qualcuno dei
familiari che stabilisce i farmaci o i dosaggi da somministrare.
Le modalità di assunzione o di somministrazione possono
dare informazioni utili sulle dinamiche che si creano attorno
al sintomo nell'ambito familiare.
A nostro parere non è comunque accettabile
che il paziente o i familiari gestiscano in proprio l'assunzione
di farmaci, come invece sembra tendere un modello culturale diffuso,
che incoraggia la farmacofilia (e la tossicofilia) senza considerazione
per il significato del malessere e dei disturbi che ne sono espressione.
Tanto meno conviene che accetti una tale situazione uno psicoterapeuta
poco esperto su farmaci e su effetti collaterali derivati dal
loro abuso e soprattutto dal loro uso improprio (p. es. possibile
effetto depressogeno di ansiolitici; effetto ansiogeno di antidepressivi),
spesso scambiati e confusi con stati psicogeni o sintomi somatici.
Inoltre il paziente in psicoterapia dovrebbe essere informato
realisticamente delle possibilità di assuefazione, quando
ci sono, presenti per diversi farmaci, anche se usati correttamente,
cosa che non sempre accade.
Autogestire la prescrizione dello psicofarmaco
evidenzia di solito il desiderio di un sollievo temporaneo, antitetico
ad una reale soluzione di un conflitto e delle cause di un disagio,
e spesso quindi anche dell'ascolto dei propri bisogni.
Questi aspetti sono accentuati ulteriormente
nel caso in cui il paziente inizia l'assunzione di psicofarmaci
mentre è già in terapia.
Questa soluzione palliativa può essere
favorita dall'atteggiamento del medico di base, a volte purtroppo
superficiale, nel rinnovare senza ulteriori approfondimenti la
ricetta prescritta tempo prima da uno specialista. Anche qui siamo
di nuovo nel problema di un costume sociale che sembra invitare
al consumismo farmaceutico.
Quando lo psicologo accetta in terapia un
paziente che utilizza psicofarmaci, è conveniente perciò
che chieda che la responsabilità della prescrizione farmacologica
venga presa da uno specialista, con il qual poter avere uno scambio
informativo diretto, riportando il farmaco nell'ambito di una
somministrazione controllata e controllabile. E' importante lo
scambio di informazioni, dato che in fasi diverse della terapia
possono essere decise soluzioni completamente diverse. Per fare
un solo esempio: lo psicoterapeuta può decidere di utilizzare
l'effetto di una terapia con antidepressivi per iniziare, o riprendere,
un discorso psicoterapeutico, aiutando il paziente ad uscire dalla
propria abulia e inaccessibilità, ma una crisi depressiva
nel pieno corso di una terapia è possibile che sia affrontata
in maniera del tutto opposta. A nostro parere è corretto
che lo psicoterapeuta, quando lo ritenga, chieda di sospendere
una terapia ansiolitica e/o antidepressiva, ponendo così
le basi per la definizione di un setting terapeutico nel quale
afferma - o esclude - la propria competenza riguardo ai farmaci
e riporti pienamente la responsabilità degli aspetti psichici,
mentali ed emozionali, nell'ambito del rapporto psicoterapeutico.
Nel caso dei tranquillanti maggiori (antipsicotici) il discorso
è più difficile e complicato e sarà ripreso
più avanti. Negli altri casi invece lo psicoterapeuta può
anche porre come discriminante per il proseguimento della terapia
l'eliminazione dei farmaci. Nella nostra esperienza comunque abbiamo
constatato che risulta favorevole costruire - quando è
possibile - un'alleanza con il paziente e con i suoi familiari
finalizzata a questo scopo. Al contrario se il paziente sospende
il farmaco in una situazione di sfida con i familiari sul sintomo
o la malattia o sulla capacità di decidere, impegnarsi
ecc., è poco probabile che esca dalla trappola di ruoli,
immagini e funzioni interpersonali predeterminati.
Nel caso che il paziente sia in cura o sotto
osservazione di più figure terapeutiche (includendovi assistenti
sociali ed infermieri) è importante che la comunicazione
e le richieste espresse da un operatore all'altro siano dirette,
senza triangolazioni sul paziente: in questo modo la comunicazione
risulterà più efficace e nello stesso tempo, soprattutto,
sarà un modello di comunicazione sana. Del modello di comunicazione
diretta è parte integrante la responsabilizzazione di chi
esprime una richiesta: ad es. se lo psicoterapeuta ha l'esigenza
di eliminare l'assunzione di farmaci è giusto che sia lui
ad esprimerla al medico che si occupa del trattamento farmacologico;
viceversa se l'esigenza nasce dal paziente è utile che
lo psicoterapeuta non si sostituisca al paziente nel compito di
definirsi di fronte al medico.
Come e quando sospendere i farmaci
Nella nostra visione della psicoterapia il
requisito fondamentale - che autorizza l'inizio di un discorso
terapeutico - è la richiesta o la disponibilità
del paziente verso un aiuto. Senza questo primo requisito ogni
discorso terapeutico è mistificante.
Specialmente nelle richieste di terapia in
cui il paziente non è direttamente il committente, ma dove
chi chiede un intervento sono per esempio i genitori (come accade
spesso nei casi in cui il paziente vive nella famiglia di origine)
questo aspetto va tenuto ben presente e non sottovalutato. Normalmente
questa è la prima e più frequente difficoltà
nell'approccio ai pazienti psicotici. Raramente, infatti, il paziente
psicotico chiede aiuto per sé, più spesso si presenta
invece sotto l'aspetto di una vittima, più o meno volontaria,
sottoposta ad un ineluttabile sacrificio e/o impegnata in un'incongrua
e sconclusionata ribellione in famiglia. In realtà i pazienti
psicotici sono invischiati in maniera più complessa e contraddittoria
con i propri familiari fra i quali manca in generale la capacità
di reale individuazione. E la seconda - ancora più rilevante
- difficoltà della terapia degli psicotici è proprio
il rapporto con la sua famiglia, che è appunto un rapporto
psicotico. La famiglia di questo tipo difficilmente è disponibile
alla collaborazione, ma ancora più difficilmente la rifiuta
in modo chiaro, cercando piuttosto di gestire in modo manipolativo
il rapporto con il terapeuta e di evitare di definirsi apertamente.
La presenza massiccia dell'ambivalenza rappresenta
la sfida costante in cui si confronta lo psicoterapeuta che vuole
trattare i disturbi psicotici.
E' possibile affermare che difficilmente una
terapia con pazienti psicotici potrà evitare il naufragio
senza un coinvolgimento della famiglia, con tutta la sua ambivalenza.
Ed anche in questo caso come terapeuti saremo pronti a cogliere,
utilizzare e rinforzare i segnali di disponibilità dei
familiari, consci del fatto che il terapeuta - come il medico
- è responsabile del suo operato in quanto può solo
creare le condizioni più favorevoli per la guarigione,
ma alla guarigione stessa provvede il paziente<170>. (Beck,
1981).
In questo caso l'intera famiglia va considerata
come paziente.
Nel caso del problema dei farmaci, ad esempio,
proporre un'alleanza con i genitori di un paziente psicotico sulla
sospensione dei neurolettici, e quindi sulla gestione della sintomatologia
non più sopita, implica la disponibilità dei genitori
ad allearsi tra loro, il che implica la disponibilità a
divenire una coppia vera, con un confronto sui dati reali, e non
una coppia fittizia e confluente. E questo rappresenterebbe un
passo decisivo verso la salute di tutto il sistema.
La collaborazione terapeutica con la famiglia
psicotica è tanto fondamentale quanto difficile, perché
costringe i familiari ad una definizione di sé, ad un confronto,
ad una scelta.
Anche se in termini diversi il discorso è
analogo nel sottolineare l'importanza del rapporto paziente/terapeuta
come momento di relazione - prima di tutti gli altri contenuti
- proporzionalmente alla gravità dei disturbi. Possiamo
fare - seguendo Kernberg - una distinzione diagnostica basandoci
sulla funzionalità del sé, inteso però piuttosto
come la funzione psichica con cui l'individuo si rapporta con
quello che percepisce come ambiente esterno. Possiamo immaginare
la persona come individuata rispetto alla realtà esterna
per mezzo della sua area di confine sia fisica sia psichica. Il
confine è, in effetti, sia il luogo della delimitazione
e quindi della separazione, sia il luogo del contatto e quindi
della possibilità di rapporto. Il sé nevrotico,
nonostante tutte le difficoltà di rapporto con la realtà,
è comunque in grado di riconoscerla, nei suoi dati oggettivi,
distinti da quelli soggettivi, e quindi ha un senso adeguato dei
propri confini, per quanto rigidi o forse sclerotizzati su un
modello di adattamento ormai passato.
Potremmo dire che il nevrotico acquista un
adeguato senso dei propri confini, accettandosi come cosciente
del proprio malessere.
A differenza del sé nevrotico, il sé
psicotico e borderline non ha a disposizione delle strutture difensive
efficienti capaci di mantenere chiara la distinzione tra i dati
di realtà e quelli della fantasia, e questo si riflette
in una non-definizione di sé. In questo caso o il rapporto
paziente/terapeuta è forte oppure l'impatto con le cariche
ansiose/depressive induce alla fuga del paziente dalla terapia.
Questo come reazione ad una realtà resa minacciosa dalla
paura di non riuscire a contenere le emozioni con cui viene o
teme di venire a contatto. E' utile riconoscere dietro le strategie
difensive di tipo psicotico questa fondamentale paura (angoscia
psicotica).Va distinta dall'ansia nevrotica in quanto quest'ultima
coinvolge parzialmente il sé abbastanza strutturato da
tollerarne l'impatto senza sentirsene invaso e devastato. E' per
questo che risulta utile e possibile nella terapia lavorare direttamente
su quest'ansia mentre si manifesta, in quanto il paziente ha la
capacità di sopportarla e di attraversarla, scoprendo così
ciò che essa nasconde.
Possiamo dire allora che l'atteggiamento del
terapeuta nei confronti degli psicofarmaci terrà conto:
- del tipo di disturbo trattato e del tipo
di farmaco (ansiolitico, antidepressivo, neurolettico);
- della funzione del sé intesa essenzialmente
come capacità di definirsi e quindi di contatto con se
stesso: questa valutazione è la base per la costruzione
di un rapporto terapeutico;
- del tipo di contesto (terapeutico, istituzionale,
familiare, ecc.) in cui lo psicoterapeuta si trova a muoversi,
su cui può contare come sostegno, o che al contrario condizionano
negativamente il suo operato.
E' necessario precisare che secondo noi il
rapporto terapeutico è essenzialmente un rapporto umano,
e spesso è il terreno saldo su cui il paziente può
rischiare di sperimentarlo, e quindi solo conservando queste caratteristiche
è possibile svolgere la terapia. Possiamo dire che il processo
di maturazione, attraverso cui si arriva alla pienezza della propria
umanità, passa attraverso la presenza, la responsabilità
e la consapevolezza. Per presenza intendiamo il riconoscere di
esistere nella propria situazione attuale.
Con responsabilità intendiamo l'accettazione
dei propri modi di essere, con se stessi e con gli altri, come
scelte esistenziali delle strategie di conduzione della vita che,
pur tenendo conto del dato di realtà, riconoscono la possibilità
di scelta che questo dato realisticamente consente.
La consapevolezza integra in un'organizzazione
più ampia la presenza e la responsabilità; accettando
il contatto con la propria esistenza senza fuggire l'esperienza
che essa porta, si acquista la libertà di orientarsi dentro
di sé e nel mondo.
Il terapeuta che esige dal paziente la sospensione
di psicofarmaci deve sapere e deve far presente al paziente la
possibilità di un aggravamento del disagio o della sintomatologia.
Occorre che questo discorso venga fatto apertamente con il paziente
ed implica un rapporto ed una comunicazione in cui terapeuta e
paziente siano presenti e responsabili, cioè disponibili
al contatto. Il paziente altrimenti può vivere negativamente
questa presa di posizione del terapeuta, come anche la sensazione
di essere, diventare ed apparire più vulnerabile, più
scoperto, senza un sostegno cui appoggiarsi.
Con pazienti che assumono ansiolitici o antidepressivi
generalmente è possibile creare un'alleanza terapeutica
su questo punto, molto più difficile con pazienti trattati
con neurolettici. Non solo perché la gravità dei
sintomi significa indirettamente poco spazio per un sé
presente e responsabile, ma anche perché la soppressione
dei sintomi psicotici con i tranquillanti maggiori, come uno scudo
atimico, a lungo andare porta eventualmente allo sviluppo di un
falso sé non responsabile, non presente, non consapevole
(un personaggio che è quasi una caricatura del bravo cittadino
disciplinato) ma con cui non è praticamente possibile un
contatto reale. Viceversa la parte psicotica più nascosta
e negata spesso è dura, intransigente, poco disposta a
compromessi, a costo dell'autodistruttività, tanto quanto
è fragile, sensitiva, impaurita, bisognosa di proteggersi
dalla luce e dalle insidie di un rapporto di confidenza. Infine
nel pensare di sospendere i neurolettici va tenuto ovviamente
presente il quadro sintomatologico, considerando però il
fatto che una prolungata somministrazione di farmaci può
averlo camuffato profondamente.
Vogliamo evidenziare alcune situazioni particolari:
- ci sembra consigliabile non sospendere i
neurolettici quando il paziente presenti una depressione successiva
all'assunzione dei neurolettici stessi. Nei casi di disturbi psicotici
la depressione è quasi sempre inquadrabile - per nostra
esperienza - come conseguenza dell'eliminazione dei sintomi psicotici
(schizofrenici, maniacali, ossessivi) attraverso e nei quali il
paziente fugge e si rifugia. L'ipotesi è che tanto i sintomi
psicotici quanto quelli nevrotici gravi, in questi casi, servono
da difesa dal contatto con la propria depressione. E' con questa
depressione, da questa zona di impasse dove i vecchi modi di rapporto
con la realtà hanno perso valore, che è possibile
portare avanti il discorso psicoterapeutico accompagnando il paziente
nel processo di crescita, partendo da una posizione di contatto
con la realtà. Piuttosto, allora, per un orientamento terapeutico,
è importante distinguere se il paziente è in rapporto
con la propria depressione - soffrendo per la mancanza di sentimenti
- oppure se essendo depresso rimane irraggiungibile nella propria
apatia;
- una seconda situazione di depressione in
cui non sospenderemmo i neurolettici è quando si sospetta
il fondato rischio di suicidio, come in casi di depressione psicotica
e particolarmente in quella che segue la fase maniacale. In questo
caso prima di qualunque intervento sui farmaci è necessario
affrontare apertamente l'argomento del suicidio nella terapia,
(anche contro il desiderio del paziente), dichiarando la propria
posizione al riguardo, facendo in modo che anche il paziente si
definisca. Esprimendo le sue idee il paziente riesce meglio a
contenerle, in quanto sono diventate oggetto di discussione e
valutazione, non più fantasie soggettive e incontrollabili.
Una volta comunicate le fantasie il paziente vede ridursi quasi
sempre la loro valenza minacciosa per se stesso e ricattatoria
verso gli altri;
- una terza situazione delicata è quando,
scomparse le manifestazioni deliranti, ci troviamo di fronte ad
una personalità paranoide. In questo caso è forse
possibile, attraverso l'uso dei neurolettici, pur non modificando
sostanzialmente le idee paranoiche e l'atteggiamento di fondo
del paziente, rendergli meno angoscioso il rapporto col mondo.
E' come se i neurolettici rendessero possibile, pur senza disperderli,
mettere in un angolo dell'esistenza i deliri paranoidi.
In alcuni casi i neurolettici permettono di
affrontare in terapia il contenuto di queste idee paranoiche,
riconsiderandole come difficoltà interpersonali.
Nel caso in cui i neurolettici, anche in dosaggi
adeguati non riescano a dissipare il delirio del paziente, consentono
comunque di ridurre in maniera significativa la quota d'angoscia
per cui l'ideazione rimane disturbata ma la situazione del paziente
con se stesso e con gli altri è più tollerabile.
Possiamo considerare questi deliri ineliminabili come elementi
fondamentali dell'esistenza del paziente a cui egli si aggrappa
come ultima protezione da una realtà vissuta come disperante
e irrimediabilmente immutabile. Spesso così il suicidio
degli schizofrenici coincide con un momento di estrema lucidità.
E' importante in queste situazioni che il terapeuta sappia che
prima di qualunque altro intervento è indispensabile instaurare
un rapporto autentico con il paziente. Solo da questo è
possibile cominciare a rinforzare positivamente e valorizzare
i suoi messaggi di comunicazione sana ai fini di una relazione
reciproca: solo dopo che questa fase sia stata consolidata ha
senso entrare in merito ai contenuti di pensiero.
Terapia di mantenimento
La terapia di mantenimento con neurolettici,
largamente impiegata, non risulta secondo la letteratura internazionale,
avere di per sé una capacità di prevenzione significativa
delle recidive o delle riacutizzazioni psicotiche, dopo il primo
anno di terapia continuativa. Al contrario le riacutizzazioni
nel corso di una terapia farmacologica mostrano una significativa
correlazione con situazioni socio-ambientali critiche e sfavorevoli.
E' probabile quindi che la terapia di mantenimento abbia anche
dei fondamentali effetti suggestivi in senso tranquillizzante,
oltre che sul paziente anche sulle persone e sugli operatori con
i quali è in relazione, determinando un ambiente maggiormente
disteso.
Per quanto riguarda i rischi di assuefazione
da neurolettici ci sono contrasti tra i dati della letteratura
ricavata dai pazienti in condizione di ricovero e l'esperienza
degli ultimi anni, dopo la deistituzionalizzazione dei servizi
psichiatrici, almeno in America ed in Italia.
Solo da pochissimo questa esperienza comincia
ad avere una documentazione sui casi clinici seguiti, fuori dall'Istituzione,
sotto la pressione di ambienti che richiedono loro delle prestazioni
socialmente adeguate. In questi ultimi casi è possibile
riscontrare una sorta di assuefazione al farmaco (che in teoria
non dovrebbe verificarsi) in quanto l'assenza di altri generi
di supporto per il paziente - psicologico, affettivo, al limite
anche istituzionale dove l'applicazione della riforma viene interpretata
nel senso più deteriore - porta gli operatori che lo seguono
ad aumentare progressivamente il dosaggio, ad ogni ciclica crisi
di angoscia, anche solo per mantenere semplicemente livelli accettabili
di stabilità emotiva incrinati dalla scontro con una realtà
poco tenera. E questi dati non rischiano di essere invalidati
dal sospetto della cosiddetta non-compliance da parte del paziente,
perché sono analoghi nelle situazioni in cui è diffusa
l'utilizzazione di neurolettici depot (a deposito nel tessuto
adiposo con rilascio lento) i quali sono somministrati regolarmente
dall'operatore. E' chiaro che questo discorso riguarda solo pazienti
con gravi carenze nelle abilità sociali, che necessitano
principalmente di una terapia riabilitativa (ammesso che ci sia
la volontà di favorire la loro reintegrazione) più
che di una psicoterapia.
Comunque i neurolettici depot proprio per
il loro tipo di somministrazione mostrano delle interessanti conseguenze
all'interno delle dinamiche familiari:
1) questo tipo di terapia sottrae la gestione
al paziente e/o ai familiari eliminando tutte le possibilità
di giochi e ricatti reciproci basati sui farmaci;
2) la sintomatologia così contenuta
rende difficile la fuga nel sintomo di fronte a situazioni critiche
da parte del paziente e l'induzione del sintomo da parte dei familiari;
le dinamiche di provocazione, controllo ed induzione sono rese
più esplicite, enfatizzate e spesso ridondanti dalla difficoltà
di scatenare il sintomo del paziente sotto terapia neurolettica.
Il paziente in psicoterapia che inizia
a prendere psicofarmaci
La psicoterapia, come la vita reale, può
mettere il paziente davanti a situazioni frustranti di fronte
alle quali risponde con il ricorso agli psicofarmaci. Sia come
fuga/anestesia in cui egli si deresponsabilizza nei confronti
dell'ansia, sia come rivincita/ricatto verso lo psicoterapeuta,
con cui il paziente riprende in mano il controllo della terapia
in modo colpevolizzante e disconfermante nei riguardi del lavoro
terapeutico.
E' necessario che lo psicoterapeuta prenda
posizione rispondendo a questo messaggio del paziente e non lo
ignori. Qualunque sia la risposta è importante che sia
portata all'interno della psicoterapia, in modo che il paziente
divenga consapevole delle componenti e delle implicazioni conseguenti
a questa sua scelta. Non sempre, comunque, la risposta migliore
è quella simmetrica, anzi può essere vero il contrario:
può essere utile smontare il significato provocatorio proposto
dal paziente accettando che prenda dei farmaci che gli allievino
il disagio, includendo però questo comportamento all'interno
della problematica della sintomatologia. Inquadrando l'assunzione
dei farmaci come un comportamento problematico viene così
capovolta la prospettiva: la scelta di cui il paziente non può
assumersi la responsabilità in quanto obbligata dalla situazione
viene così ridefinita come una libera scelta essa stessa
una parte del problema ed un modo per mantenerlo.
A volte è utile considerare, in ambito
terapeutico, la modalità di rapporto del paziente con il
farmaco come riproposizione delle modalità di rapporto
con la figura di sostegno. Seguire questa intuizione, se non
si dimentica il suo carattere di ipotesi euristica, può
aprire nuovi interessanti sentieri nel rapporto terapeutico. Sotto
questa nuova ipotesi è possibile considerare, per es.,
l'ambivalenza a volte manifestata dal paziente nel rapporto con
il farmaco, come specchio dell'ambivalenza verso ogni figura di
sostegno compresa quella genitoriale e terapeutica. La persona
fragile che non può fare a meno del sostegno, è
legata ad esso ma finisce per odiarlo come simbolo che testimonia
la propria dipendenza ed insufficienza. Questo può spiegare
il caso di pazienti che chiedono ed effettivamente vogliono psicofarmaci
e successivamente presentano fenomeni di intolleranza, fisica
o psicologica, particolarmente verso farmaci per via orale.
* Psichiatra, psicoterapeuta
** Psicologo, psicoterapeuta
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