Il raccontarsi dell’io e il riappropriarsi delle sue rappresentazioni interne

Alessandro Manenti

"INformazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 40, maggio - agosto 2000, pagg. 36-49, Roma"
http://www.in-psicoterapia.com



 
 
 

Istituto di Psicologia-Pontificia Università Gregoriana - Roma

 
 

Chi va dallo psicologo racconta i suoi problemi nella speranza di risolverli. E' anche la speranza dello psicologo. Ma l'accordo, all'inizio, é formale perché, di solito, risolvere ha un significato diverso per il cliente e il terapeuta come diversa é l'ipotesi sulla strada da percorrere. Il cliente dovrà imparare a raccontarsi raccontando il suo problema. Il contratto iniziale sul viaggio da intraprendere insieme si evolverà in vera e propria alleanza terapeutica quando la narrazione del problema attuale diventerà anche comunicazione (a se stesso rivelandosi al terapeuta) della interiorità abituale con la quale l'interessato affronta la vita e ritrovamento della infinita umanità nascosta in se stesso che lo definisce persona umana e non animale. I vantaggi risultanti saranno tre: esercitandosi sul problema attuale, l'interessato accresce il grado di intenzionalità del comportamento sintomatico, prende coscienza della sua psicodinamica abituale di vita e si apre un varco alla grande umanità che gli appartiene da sempre. A lui, poi, la libertà di decidere per il futuro se aggiornare la sua interiorità e il suo agire in modalità più trasparenti e rispettose di tanta ricchezza ontologica.

"Che cosa davvero mi sta succedendo?", "Che romanzo di vita sto scrivendo?", "Nel mio operare traduco, riduco o addirittura tradisco le ampie possibilità del cuore umano?". Le risposte a queste domande saranno il risultato dell'incontro terapeutico dove il rivivere il quotidiano ha svelato al cliente la sua ricchezza ontologica e la percepita ricchezza ontologica gli fa leggere in modo più istruttivo il suo quotidiano. Quando l'alleanza sarà su queste preoccupazioni e il cliente sarà finalmente predisposto a custodire l'umanità che é in lui, sarà l'ora del commiato.

Prima di arrivare a questo esito di una soggettività autenticata che sa raccontarsi a se stessa con spirito comparativo, ci sarà l'incontro temporaneo e strumentale della intersoggettività terapeuta/paziente, che é diverso e molto più di una mera relazione sociale perché non si accontenta, come appena detto, del raccontarsi come informazione ma mira al raccontarsi come trasformazione migliorativa dell'io.

La rappresentazione attuale e conscia di sé

Quando il cliente inizia a raccontarsi, si concentra sul qui e ora, ed é bene che faccia così perché evita le vaghe intellettualizzazioni e generalizzazioni in favore dell'esprimere il suo attuale sentire. D'altra parte, cosi immedesimato in ciò che lo disturba, é attento solo a quel frammento di vita ed é su quello che vuole una risposta. In un orizzonte così ristretto e finché il cliente non si renderà capace di inquadrare quel frammento nel suo modo abituale e in gran parte inconscio di rispondere alla vita, la risposta risolutoria non potrà nascere. Finché lo stile con cui si affronta la vita (rappresentazione abituale inconscia) non verrà svelato, ci saranno solo soluzioni che aggrediscono il sintomo, con la probabilità che il sintomo tamponato verrà, con il tempo, sostituito da un altro.

All'inizio del racconto, assorbito come é dal problema, con esso il cliente ha un rapporto troppo ravvicinato. Lui non lo sa, ma preoccuparsi di quel dettaglio e non di un altro (altrettanto presente e forse più problematico), il modo affettivo di reagire ad esso, la direzione in cui cerca le soluzioni... non sono reazioni desunte dalla sola situazione presente, non sono solo una risposta al qui e ora. Risentono anche della rappresentazione di sé che in lui esisteva prima che il dettaglio attuale facesse la sua comparsa, già formata (spesso per via non riflessiva) attraverso il processo di sedimentazione progressiva di tutte le esperienze passate. Con il passare del tempo, si é dato un modo abituale di rispondere ed é con questo modo che si appresta ad affrontare l'oggi. Ma di questo, lui non é consapevole.

Il soggetto si trova allora in un impasse perché se é bene che rimanga attento al dettaglio, non é bene che rimanga imprigionato in esso 1.

L'estraneazione da sé

All'inizio, con il suo problema ha un rapporto troppo ravvicinato, e con il suo sé un rapporto troppo distanziato. Vede il problema che lo turba oggi ma non vede la prospettiva dalla quale esamina l'oggi. Vede ciò che lo preoccupa ma non vede né la ragione del suo vedere questo e non quello né la ragione del suo preoccuparsi. Di sé vede la rappresentazione attuale (ad es. che il suo collega di ufficio lo rifiuta) ma non la rappresentazione abituale (ad es. che lui sospetta sistematicamente degli altri). Tanto é vero che se il terapeuta, con intervento precoce e senza aver preparato il terreno, gli verbalizza subito la rappresentazione abituale di sé (dandogli l'ipotesi che forse lui é un tipo sospettoso), il cliente (che già si sente rifiutato dagli altri) si sentirà offeso e rifiutato anche dal terapeuta. Per non incorrere in queste resistenze, all'inizio é meglio solidarizzare con il sentirsi perseguitato e lavorare su questa rappresentazione conscia. Ma quando anche il cliente non sarà più imprigionato nel suo problema e potrà non solo dire ciò che pensa di essere ma ammettere a se stesso il suo vero sentire, il vedersi esplicitare la sua abituale rappresentazione di sé lo farà sentire realmente capito e solo adesso la solidarietà del terapeuta con la sua sola rappresentazione attuale che all'inizio era la condizione per sentirsi accolto, gli appare come falsità o complicità e sarà lui, il primo, a rifiutarla e a sentirla, ora, come insufficiente e improduttiva.

Il colloquio é terapeutico e non ameno proprio perché si permette di entrare in questo più libero e "spudorato" livello comunicativo. La semplice relazione sociale non varca questa soglia, quella terapeutica sì. Nella prima, i dialoganti si incontrano a livello di rappresentazione attuale di sé per cui a ciascuno é solo permesso di restituire all'altro ciò che già l'altro crede di essere e sentire (pena l'impermalosirsi e il rischio di offendere) mentre nella seconda procedono nell'incontrarsi a livello di rappresentazione abituale di sé per cui si possono dire le cose come stanno con la libertà di sconfessare le maschere difensive.

Restituire al cliente la rappresentazione attuale di sé lo fa sentire accolto e capito ma limitarsi a ricordargli che lui é triste, arrabbiato o rifiutato... aggiunge poco a quanto egli già sapeva di sé. Il cambiamento non avviene finché non lo aiutiamo a inquadrare il suo sentirsi così nel contesto più ampio della sua psicodinamica preesistente al qui e ora.

Esempi:

• Clara é tragicamente preoccupata per il fallimento scolastico del figlio, ma non sa che il suo dolore non é solo dispiacere per le sorti del figlio, ma anche voce del suo attaccamento morboso al figlio preteso perfetto e sempre vincente, pena la propria (di lei!) indegnità.

Madre: mi dispiace tanto per lui, lo vedo così triste (rappresentazione attuale e conscia di sé).

Terapeuta: "La preoccupazione per suo figlio le fa onore, ma non le sembra di piangere anche per se stessa?".

Madre: "Essere trattati così é ingiusto, dopo tutto quello che noi abbiamo studiato!" (rappresentazione abituale inconscia di sé).

• Mario, disperato per la colpa commessa, sa che si sta rimproverando per la cattiveria compiuta ma non sa che quella disperazione di autocondanna é anche invocazione, in negativo, della sua voglia di affrancamento.

Mario: "E' inutile che mi illuda, sono rovinato".

Terapeuta: "E' proprio così sicuro che nel vicolo cieco in cui si trova lei non stia anche cercando se per caso non ci sia una prospettiva di riscatto?".

Mario non vede che il suo dire 'non posso altrimenti' non é solo dichiarazione di fallimento (rappresentazione attuale e conscia di sé) ma anche inizio di ricerca alternativa (rappresentazione abituale inconscia di sé), non solo necessità subita ma ipotesi di nuova chiarezza.

• Giovanni e Paola sono sposati da 20 anni con 4 figli. Il legame affettivo, seppur presente, rimane relegato sullo sfondo di una relazione conflittuale dove lei ha lo stile abituale di attaccare il marito passivo che diventa ancora più passivo con l'esito che lei lo considera un incapace e lui una prepotente. Loro vedono solo le rappresentazioni attuali consce: aggressività (di lei) ed evitare il pericolo (di lui). Non vedono il dispiacere e la loro non speranza (rappresentazione abituale inconscia).

Terapeuta: "Litigate tanto, eppure fra voi non ci sono grossi problemi di fondo. Anzi, vedo il vostro dispiacere a offendervi così. Non capisco".

Paola: "Siamo una coppia difficile, eh!; la facciamo faticare!".

Giovanni: (dando una pacca affettuosa sulla spalla della moglie) "Eh sì, cara mia, ormai siamo dei vecchi incorreggibili!".

Terapeuta: "Mi sembra che il punto sia proprio questo: avete perso la speranza! Perché non vi dite apertamente quale é il vostro rammarico?".

Paola: "E' duro ammetterlo, ma non sono riuscita a farmi la famiglia che sognavo".

Giovanni: "i miei figli sono cresciuti senza di me".

La rappresentazione abituale di sé: il racconto muto

A differenza del terapeuta, l'interessato non conosce la rappresentazione abituale inconscia di sé. Però la usa per raccontare il suo problema. Se il terapeuta ha la prerogativa di ascoltare uno (il problema) e cogliere due (problema e prospettiva) non é per particolari doti medianiche ma per il semplice fatto che il cliente, pur non vedendo la prospettiva abituale inconscia, la comunica usandola. Essa ispira il modo attuale di agire senza passare attraverso il vaglio del pensiero riflesso e il cliente ce la mostra agendo. Ce la racconta raccontandoci del suo comportamento sintomatico.

Sappiamo infatti che quando il soggetto é estraniato dalla chiave interpretativa della realtà che di fatto usa senza saperlo, é succube di una esperienza emotiva ingannatoria. Non riesce ad individuare il reale sentimento in gioco. Si realizza in lui una frattura fra ciò che crede di sentire e ciò che veramente sente senza saperlo, fra ciò che ci dice sapendo e ciò che ci dice senza saperlo, fra la rappresentazione di sé che il problema sembra suggerirgli e la rappresentazione di ciò che egli veramente é e dentro la quale ingloba il problema 2. Ne risulta che la rappresentazione attuale e conscia di sé non esprime ma altera i veri sentimenti, desideri, intenzioni. Il cliente, a parola, si racconta come in realtà non é. L'impiegato crede di essere rifiutato ma é sospettoso, Clara crede di sentire dolore per il figlio ma é anche un dolore per se stessa, Mario si sente spacciato ma in realtà cerca anche una soluzione, la coppia Giovanni e Paola si sente in battaglia ma in realtà é avvilita. Questa discrepanza fra il vero sentimento e il sentimento attualmente provato, fra ciò che penso sia il mio vero io e ciò che in realtà é, é quanto il terapeuta coglie e costituisce l'accesso alla psicodinamica del cliente.

Che non si tratti di un abbaglio del terapeuta ce lo conferma il cliente stesso. A causa della suddetta discrepanza, il suo comportamento attuale ha un carattere di forzatura: si racconta in modo rigido, artificiale, esagerato, affettato (il dolore per il fallimento scolastico del figlio é sproporzionato all'evento accaduto). Affronta il problema con una reazione affettiva che non é spiegabile solo in termini di esso ma che rimanda a qualcosa d'altro che é spiegabile postulando un livello più profondo o più alto. La discrepanza e il carattere di forzatura fanno sospettare che ci sia qualcosa di più che interferisce sul livello del problema (senza violare le leggi che lo governano) e rimanda ad una interiorità che é altro rispetto agli interessi coinvolti nel problema presente e la cui esistenza non é causata solo dal qui e ora. Il cliente non lo sa, ma é lui stesso a comunicare un indizio che informa che lui sta usando una rappresentazione di sé preesistente al qui e ora.

A questo punto, capiamo perché il suo problema gli fa problema e, da solo, lui non é riuscito a risolverlo. Perché lui ha un rapporto falsato con il suo problema: affrontandolo con una affettività artefatta, conosce il sintomo ma non afferra il vero problema. Vede il problema apparente (fallimento del figlio) ma non il problema reale (narcisismo materno). Rimane imprigionato nell'immediato del qui e ora e al massimo può guardare là dove non risiede il vero problema.

Dalla restrizione caratteriologica alla perdita della rappresentazione di sé come mistero

Nel suo studio sull'età evolutiva Imoda interpreta il carattere come il modo abituale di predisporsi alla realtà che ognuno si va costruendo nel corso degli anni 3. Grazie al complesso intreccio fra ciò che ognuno di noi ha sofferto per mano degli altri, ciò che ha provocato, ciò che ha solo fantasticato, ciò di cui é stato vittima, complice, costruttore..... , ognuno di noi si forma un proprio principio pratico di intelligibilità che permette di riunire in un tutto consistente una varietà di accadimenti che sarebbero incomprensibili se rimanessero sconnessi. Con il tempo, ognuno di noi si costruisce una propria verità, uno schema coerente di convinzioni, modelli di reazione, rappresentazioni costanti dell'io, del tu, della realtà..... Ecco perché, quando due caratteri diversi guardano la stessa cosa, ciascuno la vede in modo differente, secondo una propria teoria.

Letto così, il carattere é saggezza ma anche limite. Da una parte é la conclusione sapienziale che ognuno di noi estrae dalle esperienze che la vita gli ha riservato, ma dall'altra é anche segno di limitazione, chiusura, restringimento. Anche il linguaggio corrente lo dice: si contrae una abitudine (la contrazione é porre dei limiti). Il carattere si forma attraverso riduzioni successive e ha come risultato il restringimento delle disponibilità. L'essere umano "quodammodo omnia", capace di una infinita gamma di sentimenti, reazioni e pensieri, si specializza in alcuni a scapito di altri. C'é chi si riduce a diventare una personalità maniacale che si priva della creatività dei sentimenti depressivi, chi "sceglie" di diventare isterico dalla impressionabilità vivace ma superficiale perché priva dell'acume di cui il paranoide é esperto, il quale però deteriora in sospettosità la sua abilità di concentrazione perché non integrata dalle generalizzazioni isteriche a lui inaccessibili.... Il carattere ci porta, dunque, ad arroccarci su posizioni acquisite, é una tesi pregiudiziale: "l'apertura limitata della nostra sfera di motivazioni considerate nel loro insieme; oppure anche la chiusura o la ristrettezza dell'insieme dell'animo, la cui umanità é costituita dall'apertura. Da un lato il carattere interessa l'aspetto ontologico dell'essere umano, la persona, e dall'altro quello più psicologico, la personalità" 4. E' la forma personalizzata e ristretta che la umanità, che per natura ci appartiene, ha assunto in ciascuno di noi come risultato della nostra storia. In questo senso é la rinuncia alla vocazione umana più vera e profonda e a causa di questa specializzazione caratteriologica, ognuno di noi ha smarrito un po' della sublimità che lo costituisce ontologicamente fino al caso estremo di chi l'ha smarrita del tutto in una specie di congelamento del suo cuore.

Accogliendo questa analisi di Imoda, possiamo allora affermare che la estraneazione da sé diventa più drammatica. Non solo dalla rappresentazione abituale di sé ma dal vivere la sublimità di essere degli umani. L'imprigionamento nel dettaglio del qui e ora non é solo distacco dal vero io soggettivo ma distrazione dal mistero stesso del vivere. Due sono le alienazioni: dalla nostra interiorità ma anche dalla ricchezza e ampiezza del vivere da umani. Così distratti, di noi ci preoccupiamo dei dettagli come se fossero la totalità e in essi rimaniamo imprigionati per una fondamentale distanza da noi stessi.

Questa restrizione caratteriale é certamente una perdita ma anche un vantaggio: evita l'ansietà che comporta il vivere in pienezza e, restringendo gli spazi del nostro desiderare, ci priva delle più sublime gioie ma anche ci tutela dai più taglienti dolori che la vita in pienezza non risparmia. Le cime e le profondità si attutiscono e viviamo più riparati. Di questa fobia delle profondità e altezze ce ne racconta chi caparbiamente si attacca al suo carattere pur di difendere il rifugio salvifico nei sintomi che servono appunto per mantenere modi di vivere protetti e per questo ricercati, voluti, difesi e guai chi li tocca per guarirli, quasi che si abbia paura di godere senza contaminazioni e stonature un bene nella sua integralità e totalità.

Un esempio. Carlo ha uno spiccato senso di amicizia e mi parla con dolore di un suo amico che gli ha confidato di fare uso di droga. Sta parlandone con tono di commiserazione e disprezzo per l'amico e di sottile autocompiacimento per non essere come lui. Del dolore é conscio. Del disprezzo e autocompiacimento non se ne accorge e se glielo verbalizzassi lo rifiuterebbe. Carlo sa che mi sta parlando del suo affetto per l'amico ma non si accorge che mi sta anche parlando della propria alterigia. Come conseguenza, della ampiezza della parola amicizia vive solo una versione impoverita dalla quale resta fuori, ad esempio, la identificazione con le debolezze altrui.

Per riassumere

Quando il soggetto parla di un fatto significativo, informa come lui attualmente lo sta vivendo (rappresentazione di sé attuale e conscia:1), come si vive abitualmente (rappresentazione di sé abituale e inconscia: 2), che ne ha fatto della umanità che é in lui (rappresentazione di sé come mistero: 3). Lui vede solo (1), il terapeuta vede anche (2) e (3). Quando si dialoga su (2) e (3) il rapporto da scambio sociale diventa terapeutico e si attiva l'intreccio delle trasferenze e controtrasferenze. Se 1, 2, 3 sono inconsistenti fra loro, il soggetto vive una discrepanza affettiva, si racconta in modo improprio ed é succube del suo problema.

Il raccontarsi terapeutico dovrebbe, allora, riportare il soggetto a contatto con la sua psicodinamica (2) e, di più, con la sua umanità oltre ogni specializzazione caratteriologica (3). Un raccontarsi, direbbe Heidegger, non solo ontico ma ontologico 5, per cui l'esperienza con cui l'io si rivolge a se stesso o alle cose comporta anche la co-esperienza atematica dell'essere in quanto fondamento della sua possibilità 6.

In forza del (3), il raccontarsi che cura non é il semplice esternare sentimenti che già conosciamo, come non é neanche un viaggio nei bassifondi inconsci delle immondizie. E' lo scoprire che in noi c'é una stanza delle caldaie che vanno conosciute e revisionate perché non continuino a funzionare a scartamento ridotto.

Riprendendo il pensiero di Imoda, il raccontarsi é finalizzato ad una migliore "ortopatia" oltre che "ortodossia" e "ortoprassi". L'ortodossia favorisce il corretto funzionamento del conoscere umano come attività di oggettività che, rispettosa di una verità, la interpreta correttamente. L'ortoprassi mira a vivere, il più possibie, esenti dai sintomi. L'ortopatia, con una pretesa ulteriore, favorisce un contatto autentico della persona con la propria soggettività vera affinché possa, con maggior libertà, desiderare, volere, amare l'essenziale umanità che é in lei al di là dei riduzionismi e restringimenti che lei vi ha apportato.7

L'intersoggettività con il terapeuta

"Meaning is continuosly in the process of becoming something new and in so doing is continually undoing itself (undercutting its own claim to certainty). It is essential that the analyst's language embody the tension of forever being in the process of struggling to generate meaning while at every step casting doubt on the meanings 'arrived at' or 'clarified'"8.

Il terapeuta ha cura che il raccontarsi del cliente mantenga un significato aperto. Lo fa partecipando con "ingenuità coltivata o studiata innocenza"9. Se si lascia impressionare dalla realtà altrui, questa incomincerà a manifestarsi sempre più in profondità. In una posizione il più libera possibile da precomprensioni, egli si mette, con pensare passivo, "alle spalle" del cliente e lascia, senza scandalizzarsi e senza lasciarsi sedurre, che quello si esprima come vuole, con la confidenza che non le loro teorie ma la verità stessa delle cose si impadronirà di tutti e due e li porterà ad essa secondo la sua propria evidenza. Con questo fiducia nella capacità autorivelativa dell'umanità che é nel cliente (e in lui), il terapeuta resta eccitabile ad ogni segnale che quella gli manda 10 (specialmente quando si imbatte in qualcosa di nuovo che entra in conflitto con le forme di pensiero già cristallizzate nella mente sua e del cliente). Mentre presta attenzione minuziosa e quasi ossessiva al materiale (anche apparentemente insignificante) prodotto dal cliente, ha una altrettanta vigile attenzione ai piccoli accenni di rivelazione che quel materiale riserva quando incomincia ad esprimere in modo conscio ciò che prima era in esso inconscio. Mentre cerca di capire il primo aspetto che gli é offerto, si accorge che un altro a lui si sta svelando. Esplorando un aspetto si lascia attrarre da uno successivo che si é fatto anticipatamente notare attraverso un indizio nascosto nel primo aspetto e che, forse, né il cliente né lui stesso si sarebbero aspettati di trovare.

La conoscenza esplicita e attiva di un aspetto introduce la conoscenza anticipatrice e passiva di un altro.

La conoscenza per via attiva é il pensare al cliente. Quella per via passiva é il dedicarsi a lui. Con l'intelletto, il terapeuta sia fa una idea del mondo altrui che 'assimila' nella propria mente, con la dedizione si inchina di fronte a quel mondo e ad esso si 'accomoda' 11. E' la dedizione del terapeuta che permette al raccontarsi del cliente di non rimanere ripetitivo ma di aprirsi ad una spirale in cui il ripetere é in realtà un dire un messaggio che é nuovo, che appartiene all’ambito dei significati e non dei sintomi, dei processi e non dei contenuti. In questa collaborazione fra cliente che dice per adombramento e analista che attendeva quell’accenno, entrambi passano lentamente dai fatti alle forze psicologiche sottese e la vita da fatto psicologico appare finalmente evento umano.

Ad ogni passo il terapeuta sente il suo coinvolgimento aumentare sempre più. Ma anche deliberatamente aumenta la sua riservatezza perché quel cuore, ora allo scoperto, il terapeuta non può correre il rischio di manipolarlo ma va restituito al suo unico proprietario.

Come si vede, la parola del terapeuta che interpreta non é la rivelazione epifanica del Rivelatore né la creazione del romanziere che crea le correlazioni che più gli aggradano né il condizionamento dell'addestratore che spinge i suoi personaggi a dire e fare ciò che a lui piace. Più prosaicamente, egli tenta di dare un nome ad una realtà già presente nella vita del cliente e che voleva farsi spazio nella mente dell'osservatore per essere riconosciuta. Se si é dato il nome che corrisponde, il passo successivo lo confermerà 12.

Il raccontarsi metaforico

L'esplorazione della soggettività é anche merito del cliente. Lui stesso si addentra, con il suo dire, in significati sempre più essenziali. Man mano che si accorge che il raccontarsi non minaccia il possesso di sé e si tranquillizza, quanto di sé ha già (affettivamente) esplorato incomincia ad avvertirlo come un adombramento di qualcosa che appartiene ad un livello più profondo senza però essere ancora in grado di poterlo definire perché di ordine superiore. L'informazione emergente é nuova ma ne parla con termini vecchi e mentre ridice il già noto il suo sguardo si volta da un'altra parte ancora indicibile ma già intravista. Il suo parlare diventa metaforico, essendo prerogativa della metafora portare oltre gettando un ponte semantico fra un ambito già conosciuto e un altro che ancora non ha un nome per essere nominato. Ricoeur parla infatti di metafora come tensione: essa produce uno slittamento di senso, ma nel momento in cui rivela il nuovo campo (funzione scoprente), lo tiene velato perché il senso é trattenuto dal campo di partenza (funzione legante) 13. Ma lo scarto é avvenuto: siamo di fronte a qualcosa di nuovo e non a ripetizioni del già noto con termini analoghi. Con l'uso delle metafore, la persona si addentra sempre più profondamente nella sua interiorità.

"Mi sento come tante bollicine frizzanti" era la frase più ricorrente che una effervescente ragazza usava per descrivere il suo stile sgargiante di presentarsi agli altri. Quando comprese che quello stile non era solo messaggio di invito alla confidenza ma anche tecnica di dominio sugli altri per mantenere, lei, il controllo nascosto della relazione, il piacevole sentirsi "bollicine frizzanti" incominciò anche a significarle lo spiacevole disagio per la intimità e quando, con una introspezione ancora più profonda, scoprì che l'evitamento della intimità nascondeva la più profonda paura della maternità, capì che il descriversi "bollicine frizzanti" significava anche il suo rifiuto di ogni posizione prona. La metafora delle bollicine ha permesso a questa ragazza di usare categorie note per affermare realtà nuove per le quali, all'inizio, non possedeva ancora categorie già definite, passando quindi dal raccontare un suo semplice modo di fare al riconoscere il suo stile relazionale fino ad arrivare al suo più globale viversi come donna 14.

La metafora é importante nel raccontarsi anche perché ha il privilegio di fornire di significato nuovo anche il già noto: gli ambiti semantici, connettendosi, si scambiano le rispettive informazioni arricchendosi mutualmente, per cui in base alle nuove acquisizioni anche le vecchie si arricchiscono di nuovi significati. (Nel nostro esempio delle bollicine frizzanti, l'iniziale gradita socievolezza arricchita della sgradita paura per l'intimità appare anche come tecnica difensiva e nasce il sospetto che ci possano essere stili relazionali migliori). Grazie al legame mutuo ciascuno degli elementi legati guadagna o riguadagna significato o diventa più ricco in significato, per cui iniziando dal conosciuto si da significato allo conosciuto e retrospettivamente si ristruttura il conosciuto liberandolo dal determinismo con cui era interpretato in partenza. Il riappropriarsi delle rappresentazioni di sé permette, appunto, al cliente di avere a disposizione diverse chiavi di lettura e quindi favorisce il ricupero della capacità metaforica del suo io.

Ad esempio, per trovare sollievo dalla "prigione del mio lavoro" non basta che trovi qualcuno che mi commisera né che io mi ripeta all'infinito che la prigione é "arida", "involontaria", "sgradita"... (unico modello interpretativo) ma la prigione deve diventare il prototipo di una nuova classe o categoria che vede la prigione come anche il luogo in cui si matura, si fa un bilancio, si pianifica la futura libertà...... : la prigione rimane ancora arida ma di una aridità che non si limita a far marcire. Quanto più il raccontarsi ha il duplice esito di favorire l'inclusione di nuovi classi e liberare le vecchie da un significato a senso unico, tanto più alto é il suo grado di metaforicità e tanto più rimane aperto e diventa liberatorio.

In fondo, l'io sano é quello che funziona in termini metaforici e non analogici. Infatti interiorizzare una esperienza in termini non nevrotici significa rispettare la polisemia (diversi significati) e polifonia (diverse risonanze affettive) di quella esperienza, per cui il padre cattivo che mi chiese indiscussa obbedienza può ancora essere ricordato come il padre amico o maestro.... Ciò é possibile se nella rappresentazione interna del padre, il significato di padre "rimane in tensione" 15 o "context sensitive"16. Come Ogden ci ha ricordato, quando interiorizziamo una esperienza presente o passata con tale apertura o vaghezza creativa circa il suo significato totale, la mente può approfondirla in ciò che essa significa, ha significato e significherà. Questa libertà é invece compromessa quando un preesistente conflitto inconscio (come la paura per il padre castrante) preclude la possibilità che padre significhi anche amico o maestro oltre che dispotico. Il trauma riduce la polisemia e polifonia della esperienza per eccesso di ansietà e porta a significati chiusi: blocca la fabbrica dei nessi semantici, pezzi di significati soggetti alla repressone rimangono sequestrati nell'inconscio e impediti dall'emergere in future riconcettualizzazioni metaforiche. Resta spazio solo per reazioni rigide, immutabili e analogiche (come la freudiana "compulsione a ripetere" ben descrive). Il comportamento sintomatico risultante può allora essere interpretato anche come limitazione dell'attività metaforica in favore di quella analogica che eccessivamente e inconsciamente fa vedere il presente come mera ripetizione del passato o impedisce al presente di mantenere il suo significato polisemico e polifonico. Nel funzionamento analogico avere avuto un padre cattivo diventa un assioma rigido e inconfutabile e tutti gli spunti di vita futura che avranno a che fare con il "padre" saranno solo annuncio di pericolo. Con la realtà si sviluppa un transfert analogico (che tratta il presente come ripetizione del passato), anziché metaforico (che si serve del passato per conoscere ciò che é e sarà nuovo). Più il raccontarsi mette in contatto con tutte le rappresentazioni di sé, compresa quella di sé come mistero, più si funzionerà in termini metaforici e non analogici, liberando l'io dalla "compulsione a ripetere" in favore di una "razionalità immaginativa" 17 aperta alle pluralità di informazioni circa il significato totale del vivere.

Il recupero dell'umanità

Il concetto di metafora mi permette, ora, di ritornare con più precisione sulla importanza del riappropriarsi di sé come mistero oltre che della psicodinamica soggettiva. Come il problema presente era servito metaforicamente per accedere alla rappresentazione abituale di sé, così, ora, quest'ultima diventa metafora che fa slittare l'attenzione verso l'esplorazione dell'umanità dell'io. Se (ci ha ricordato Imoda) in forza delle restrizioni caratteriologiche idiosincratiche ogni essere umano si estranea non solo dalla rappresentazione di sé abituale e inconscia ma da sé come mistero, allora, riappropriandosi della prima si riappropria anche del secondo

Questo ultimo passaggio é interessante perché conduce il raccontarsi al suo estremo traguardo di fornire all'io dimestichezza non solo con il proprio modo di affrontare la vita ma con il mistero stesso del vivere. Il cliente si umanizza. Il vantaggio é anche concreto: egli impara a maneggiare il suo problema ma anche la vita e, di conseguenza, sarà meglio attrezzato per i problemi futuri. Identificandosi con la stessa umanità che é in lui, si accorge di quale pienezza racchiude realmente la vita e quale ombra sbiadita costituivano di essa le sue precedenti riduzioni caratteriologiche e ora scopre che ciò che dà salute non é il solo riappropriarsi delle proprie traduzioni di vita ma il rispetto di quella ricchezza ontologica che gli appartiene per natura.

Il contatto con questo strato ontologico é molto interessante anche per un'altra ragione. E' a questo livello che l'io si apre veramente alla alterità perché, se le dinamiche soggettive dividono, la condivisa sorte umanitaria unisce. Ritornando ai nostri esempi iniziali, la dinamica narcisista di Clara la rende diversa da Mario che é depresso ma in modo diverso da quello di Giovanni e Paola. Amare e condizionare l'altro (Clara), disperarsi e continuare a cercare (Mario), credere e perdere la speranza (Giovanni e Paola) sono dinamiche personali ma anche grida del cuore di tutti. In modi diversi e per ragioni diverse, loro provano speranza, delusione, successo, lutto, danno.... Solo loro? E io? E noi? E tutti gli altri? Chi può osare di affermare: io no, io non ho mai infranto, spezzato, dimenticato, sognato, sperato.... Addentrandosi fino al mistero ci si accorge che l’interiorità soggettiva é una modalità particolare che la comune umanità assume per esprimersi e, dunque, al di là delle psicodinamiche individuali, tutti gli esseri umani sono accomunati dal difficile compito di dare voce alla umanità che é in loro e ogni soggetto nel dire di sé dice di tutti. I vissuti non omologabili dei singoli, il ventaglio così variopinto delle tipologie e dei disturbi della personalità umana sono modi differenti di personalizzare le tematiche universali del cuore umano in cui tutti possono riconoscersi e che rimarranno finché uomo esisterà18. Più andiamo nel profondo delle nostre differenze e più ci ritroviamo empaticamente uguali (é anche per questo che il terapeuta deve sottomettersi ad analisi personale).

E' a questo punto che il raccontare di sé accomuna: quando ci si accorge che il fondo più intimo di sé e il fondo più intimo di tutti gli altri sono un'unica e identica realtà perché il fondo più intimo raggiunto nella interiorità non é solo quello relativo della propria soggettività ma quello universale della comune umanità.

Una conferma di ciò viene dalla psicologia delle "relazioni oggettuali totali" che vede la maturità della relazione nell'incontro delle umanità dei partners e non solo nelle forme espressive (carattere) che essa ha assunto 19. Nella relazione oggettuale totale l'io é in contatto con le proprie qualità d'essere e interagisce con le qualità d'essere del tu, cosicché l'incontro potenzia nell'io e nel tu l'esperienza della comune umanità 20. E' la vera alterità che non si rinchiude nell'omologo ma cerca il diverso perché non é l'uguaglianza di carattere ma la diversità delle traduzioni riduttive a far scoprire risorse di umanità che le individualità avevano dimenticato o non sospettavano neppure. Ecco perché il colloquio terapeutico non é mai un intimistico intrattenimento di due persone ma, nella sua utilità sociale, si evolve in beneficio per chi quelle persone incontreranno successivamente.

La memoria e il desiderio del terapeuta

Ma anche per questo tipo di riappropriazione é fondamentale la presenza del terapeuta. Per cogliere l'interiorità soggettiva del cliente il terapeuta si era accostato a lui con la già descritta "ingenuità coltivata o studiata innocenza" ma se vuole procedere a metterlo a contatto con la umanità deve servirsi di una antropologia di riferimento. Detto diversamente, per interagire con le rappresentazioni attuali e abituali del cliente é utile l'indicazione di Bion 21, mentre per interagire con la rappresentazione del Sé come mistero é utile la seguente indicazione di Kernberg:

"Bion, in una relazione intitolata "Notes on memory and desire" sottolineava l'importanza di affrontare il materiale del paziente in ogni seduta senza idee preconcette riguardo alle dinamiche del paziente (memory) e senza particolari desideri riguardo al materiale da lui fornito, al suo funzionamento e alla sua esperienza, nonché senza desideri che non siano assolutamente collegati al paziente (desire). Giacché il contributo di Bion rappresenta una critica indiretta alle formulazioni tradizionalmente prevalenti nella scuola kleiniana e un'istanza di apertura al materiale nuovo con un minimo di preconcetti analitici, la sua argomentazione é bene accolta. Penso, tuttavia, che Bion trascuri l'importanza dell'esperienza di lunga portata dell'analista rispetto al materiale del paziente, la comprensione di un processo analitico che si sviluppa su un periodo di settimane e mesi; tale comprensione può diventare un quadro di riferimento che l'analista é in grado di utilizzare senza diventarne schiavo. Ritengo che l'analista abbia bisogno di mantenere il senso di continuità del processo analitico e, in particolare, una visione del paziente, del suo comportamento e della sua realtà che trascenda l'opinione soggettiva che si ha di lui in ogni particolare momento, in ogni ora, così come i 'miti' propri del paziente o l'organizzazione preconcetta del suo passato. Tale quadro di riferimento (memory) funge da complemento al fatto di tollerare, da parte dell'analista, periodi di non comprensione, in attesa che finalmente emerga una nuova conoscenza. Analogamente, riguardo al desiderio (desire) dell'analista, la tolleranza degli impulsi, dei desideri e delle paure nei confronti del paziente che evolve nel tempo, può fornirgli importanti informazioni che entrano a far parte della sua consapevolezza nelle sedute, anche in questo caso, senza necessariamente schiavizzarlo"22.

Kernberg non parla chiaramente di antropologia di riferimento ma l'allusione é piuttosto esplicita perché non vedo come il terapeuta possa mantenere una tale fiducia dell'uomo senza avere una previa idea di uomo.

L'anelito dell'umanità che é in noi

Ma antropologia del desiderio e della memoria non significa solo una teoria bensì un modo peculiare di accostarsi al cliente. Analogalmente al raccontarsi, l'ascolto che guarisce e non solo prende atto consiste nel mettersi in contatto con la umanità (espressa o tradita) che sta dentro o dietro a ciò che il cliente fa e sente. E questo é possibile se si crede che la psiche, nonostante tutto, é contenitore di umanità. Prima ancora di analizzare i traumi della vita e quanto il soggetto riferisce di sé, il terapeuta si allea con l'umanità del cliente e continua a credervi anche se non la vede in primo piano. La strada del ricupero non inizia con scarnificanti interrogatori e scavi ma con la fiducia che la psiche é anelito di umanità che l'intervento terapeutico può riattivare. Il terapeuta si allea con questo anelito (spesso inespresso e inesprimibile dal cliente) ma il credere nella sua presenza (forse muta) darà all'anelito l'occasione per esprimersi e sarà proprio esso a dare lo spunto al terapeuta per fare domande e capire il senso nascosto delle azioni apparentemente insensate del cliente. E' fondamentale che, prima di affrontare i restringimenti caratteriologici, egli creda che dietro non c'é solo difesa ma anelito 23.

Come in ogni relazione oggettuale totale, anche l'alleanza terapeutica si realizza a questo livello: non con i sintomi e comportamenti ma con l'umanità del cliente. Se in essa ci crede oggi il terapeuta, ci crederà domani anche il paziente e intanto si lascerà toccare intuendo che il terapeuta lo rimette in contatto con qualcosa di grande che il terapeuta già intravede nel cliente ma che lui non può vedere perché troppo distratto dalle sue sofferenze attuali. Fortunatamente per noi, ci sono persone che sanno sviluppare questo processo indotto dal terapeuta verso un grado di autocoscienza che supera quello fornito dal terapeuta stesso.

Cambiamo il gioco facendolo

Nel racconto terapeutico l'interesse dei due dialoganti é, dunque, diverso. Il cliente é attento al frammento di vita che sta spiegando e per quello vuole una risposta, il terapeuta ascolta anche la psicodinamica soggettiva e l'umanità annidata in quel frammento. Egli lavora perciò su tre rappresentazioni del cliente mentre in genere solo una (quella attuale conscia) é oggetto di attenzione dell'interessato. Ma si vorrebbe che anche le altre due lo diventassero.

Quando il terapeuta, con la identificazione concorde, si identifica con la rappresentazione attuale conscia del suo cliente, offre "risposte-riflesso" che accolgono con accettazione incondizionata quanto il suo cliente sta dicendo e provando di sé. Ma é con la identificazione complementare che lo aiuta a riappropriarsi delle altre due rappresentazioni. Grazie ad essa il terapeuta si identifica con quanto il cliente esprime ma non conosce. Servendosi del già noto, dialoga con la rappresentazione da cui il soggetto é estraniato. Questo é il gioco delle trasferenze che permette al terapeuta di aiutare seguendo. Egli si presta come scenario, palestra, palcoscenico sul quale il cliente può liberamente muoversi senza maschere e attivare ancora una volta le sue relazioni trasferenziali analogiche con le quali ripete i suoi soliti cliché comportamentali dispensandosi ancora una volta dal verificarne l'attuale opportunità 24. Ma in questo replay del dejà vu il terapeuta introduce l'elemento trasformante della sua presenza presentandosi come "mirroring self-object" e "idealized self-object" 25. Con il terapeuta specchio, il cliente può riattivare ancora le sue ristrettezze caratteriali ma, rassicurato dalla presenza del terapeuta, lo può fare senza ansia, vederle come tali e inquadrarle in un contesto più ampio. Il gioco é sempre quello ma ora lo può fare con una certa grandiosità e senso di saperci fare per cui, dalle sue ristrettezze può meglio prenderne le distanze e sorriderne: accresce il grado di intenzionalità del comportamento sintomatico e ciò che prima sembrava subìto, casuale, ora può essere vissuto come intenzionale. Di conseguenza, l'interesse compulsivo per quello stile può diminuire. Con il terapeuta idealizzato, può identificarsi con il "desiderio" e la "memoria" che avevano ispirato il di lui sguardo e che ha permesso il liberante risultato di abbandonare il gioco facendolo perché, nel frattempo, é accresciuta la coscienza degli obiettivi voluti e la persona é meglio in grado di sapere ciò che davvero vuole. In questo modo l'elemento correttivo introdotto dal terapeuta non é qualcosa di altro e opposto al mondo attuale del soggetto, ma risposta già invocata dal suo io più profondo. Sarà in grado di procedere da solo.
 
 

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NOTE

1 L'estraniazione da sé e il conseguente approccio falsato al proprio problema é l'oggetto dello studio di Shapiro D., La personalità nevrotica, Boringhieri, Torino 1991.(torna su)

2 Manenti A., Psicologia e formazione; strutture e dinamismi, Dehoniane, Bologna 1990, pp. 183-203.(torna su)

3 Imoda F., Sviluppo umano; psicologia e mistero, Piemme, Casale Monferrato (Al) 1993, pp. 58 e 293.(torna su)

4 Imoda, Sviluppo..., p.399.(torna su)

5 Heidegger M., Essere e tempo, UTET, Torino, 1969. L'ontico si riferisce all'ente in cui l'essere non si mostra alla prima occhiata, mentre per ontologico si intende quello stesso ente particolare in cui però si scopre anche l'essere. L'uomo é ontologico: in lui c'é la differenza fra ente (on) e l'essere in quanto suo fondamento (logos), ma quando opera fa esperienza dell'essere poiché egli é l'esserci (Da-Sein), il qui (Da) dell'essere (Sein).(torna su)

6 Heidegger M, Lettera sull'umanesimo, SEI, Torino 1975.(torna su)

7 Imoda, Sviluppo...., pp. 176, 356-357.(torna su)

8 "Il significato é continuamente in processo di diventare qualcosa di nuovo e nel fare ciò continuamente disfa se stesso (minando la sua pretesa di certezza). E' essenziale che il linguaggio del terapeuta incorpori in sé il continuo sforzo di generare significato mentre, ad ogni passo, getta dubbio sul significato 'raggiunto' o 'chiarito'". Ogden T., Some Thoughts on the use of language in psychoanalysis, in Psychoanalytic Dialogues, 7, 1997, pp. 1-21, (il testo tradotto é a p. 12).(torna su)

9 Schlesinger H.J., How the analyst listens: the pre-stages of interpretation, in International Journal of Psycho-Analysis, 75 , 1994, pp. 31-37.(torna su)

10 Kahn W, Harkavy-Friedmann J.M., Change in the therapist; the role of patient induced inspiration, in American Journal of Psychotherapy, 51, 1997, pp. 403-414.(torna su)

11 Ricordiamo che assimilazione e accomodamento sono i due processi descritti da Piaget per acquisire la conoscenza del reale. Cfr. Piaget J., Psicologia della intelligenza, Giunti-Barbera, Firenze 1952.(torna su)

12 Viene qui toccato il grande tema della oggettività in psicoterapia, più dettagliatamente affrontato in Manenti A., Il pensare psicologico, aspetti e prospettive, Dehoniane, Bologna 1996; Cfr. anche Loch W., Psicoanalisi e verità, Borla, Roma 1996.(torna su)

13 Ricoeur P., La metafora viva, Jaca Book, Milano 1981.(torna su)

14 Sull'uso della metafora in psicoterapia si veda ad esempio, Zatti A., La metafora nella comunicazione familiare e gruppale, Vita e Pensiero, Milano 1993.(torna su)

15 é l'espressione di Ricoeur P., The Rule of Metaphor, University Toronto Press, Toronto 1977.(torna su)

16 é l'espressione di Jakobson R., Linguistics, in Main Trends of Research in the Social and Human Sciences, I: The Social Science, The Hague and Paris, Mouton-UNESCO,1970.(torna su)

17 é l'espressione di Lakoff G. and Johnson M., Metaphors We live by, University Chicago Press, Chicago 1980, p. 193.(torna su)

18 Un approccio sulle tematiche universali del cuore umano é stato tentato da Yalom I., Guarire d'amore; i casi esemplari di un grande psicoterapeuta, Rizzoli, Milano, 1990 e Scott Peck M., Voglia di bene, Ed. Frassinelli, Como 1987.(torna su)

19 Cfr. ad es. Kernberg O., Relazioni d'amore; normalità e patologia, Cortina, Milano 1995 o dello stesso autore, Mondo interno e realtà esterna, Boringhieri, Torino, 1985, pp. 257-282.(torna su)

20 La teoria di Kernberg sull'amore maturo come relazione oggettuale totale viene ulteriormente specificata alla logoterapia per la quale il vero amore é quell'atto che "permette di scorgere il quadro completo dei valori di una data persona. In questo senso esso é un atto addirittura metafisico: giacché i valori che riesce a scorgere chi é in questo modo di essere, sono essenzialmente l'immagine di qualcosa che non si può concretamente afferrare né vedere, di qualcosa non ancora realizzato. Nell'atto di amore si comprende infatti di una persona non solo ciò che essa 'é' nella sua irrepetibilità e singolarità, cioè la sua ‘haecceitas’ nel senso della filosofia scolastica, ma nello stesso tempo ciò che essa può e potrà essere, ciò verso cui è diretta, in una parola la sua ‘entelechia’". Frankl V., Logoterapia e analisi esistenziale, Morcelliana, Brescia 1972 pp. 180-181.(torna su)

21 Bion W.R., Notes on Memory and Desire, in Psychoanalytic Forum, 2, 1967 p. 3.(torna su)

22 Kernberg O., Aggressività, disturbi della personalità e perversioni, Cortina, Milano 1993, pp. 133-137 (capitolo sull'approccio al transfert secondo la teoria dell'io e la teoria delle relazioni oggettuali).(torna su)

23 Per questa condivisa speranza che dal lavoro comune esca qualcosa di più umanizzante, la psicoanalisi potrebbe essere definita come una esperienza mistica. Sullo sfondo delle teorie di Bion e Winnicott questa é la provocante tesi di Eigen M., The psychoanalytic mystic, Free Association Books, London 1998.(torna su)

24 Per Kouth infatti l'empatia non é semplice solidarietà o riconoscimento della pari dignità altrui (non tutti i pazienti desiderano essere capiti e, anzi, alcuni sono spaventati se capiti) ma capacità di offrire all'altro l'uso del proprio io senza sentirsi minacciato dall'uso che quello ne può fare e senza per questo approfittarne. Ma questo -aggiunge- é possibile se la guida sa sostenere l'integrità del suo io come realtà separata e indipendente dal tu. Offrirsi all'altro senza catturare l'altro per servirsene é la possibilità di un io autonomo. Kohut H., Forms and trasformations of narcissism, in Journal of American Psychoanalytic Association, 14, 1966, 243-272.(torna su)

25 Kohut H., La guarigione del Sé, Boringhieri, Torino 1980.(torna su)
 
 
 
 

BIBLIOGRAFIA Bion W.R., Notes on Memory and Desire, in Psychoanalytic Forum, 2, 1967 p. 3

Eigen M., The psychoanalytic mystic, Free Association Books, London 1998

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