Il potere della generazione
Patrizia Marioni , Franca Aceti ,
Alberto Gaston ***
| La madre dei canti, la madre di tutto il nostro seme, in principio ci generò. Essa è la madre di ogni razza umana e di ogni tribù ... Lei sola è la madre delle cose, Lei sola ...
(Canto degli Indiani Kagaba, Neumann: La Grande Madre)
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Tra le varie possibili forme della evoluzione sociale, il potere
della generazione si esplicita, in maniera fondante, all'interno
di quella stretta giunzione che si costituisce tra l'ordine delle
relazioni e l'esperienza del tempo.
In particolare, interpretando Vico (Botturi, 1996), l'acquisizione
nella coscienza della possibilità di generare (o, in negativo,
dell'impossibilità di farlo), da parte dell'uomo, crea
quel forte nesso tra "futuro della discendenza" e "passato
delle genealogie", che permetterà il costituirsi dell'ordine
nella "città".
Nel taglio scelto in questo breve lavoro, abbiamo pensato di percorrere,
tra le varie possibili rotte, quella, un pò "sghemba",
che fa precedere e seguire alle figurazioni ordinate del tempo
storico, le figure senza tempo (Zeitlos) emergenti dalla
antica rappresentazione mitica del mondo e dalla moderna narrazione
psicologica dell'anima.
L'atto del procreare appare ormai da alcuni decenni come
un aspetto della vita individuale e di coppia legato sempre più
all'area della volontà che a quella del desiderio. Il rapporto
privilegiato, che si è stabilito tra la tecnica medica
e questa sorta di volontarismo ha dato luogo ad un confuso groviglio
e ad un intreccio inscindibile di relazioni causa-effetto.
Il legame tra medicina e procreazione (del quale è possibile
ritrovare tracce storiche antichissime) si afferma definitivamente
nella prima metà del nostro secolo, modificando profondamente
la vita femminile in stretta relazione con il progresso tecnico:
dalla riduzione drammatica della mortalità materna e neonatale
alla possibilità per la donna di poter esercitare un controllo
sulla propria fertilità.
Quando parliamo di "controllo" della riproduzione,
pensiamo per lo più ad interventi limitativi della fecondità,
dimenticando però come essi rappresentino solo un caso
particolare di tale controllo e che la prima e principale preoccupazione
dell'uomo sia stata piuttosto quella di massimizzare la fecondità
del corpo femminile, vista la relativa infertilità della
specie umana: così rivelano le più primordiali statuette
votive, dedicate alle Grandi Madri, rappresentazioni della dea
della fertilità, incinta, considerata signora della gravidanza
e della nascita, oggetto di culto collettivo, divinità
dagli attributi materni estremamente enfatizzati. Storicamente,
il controllo sociale della fecondità è stato quindi
finalizzato all'incremento delle nascite, anche se gli interventi
anticoncezionali, condannati dalla morale laica e religiosa e
per lo più relegati alla clandestinità, hanno rappresentato
una sacca di comportamenti sociali "devianti" probabilmente
sempre esistiti.
Soltanto dalla seconda metà dell'800 (grazie anche alle
modificazioni dell'atteggiamento collettivo provocate dall'esplosione
demografica e dalle teorie malthusiane), il controllo limitativo
delle nascite, esercitato soprattutto tramite l'interruzione del
rapporto sessuale, diviene un comportamento socialmente diffuso
e culturalmente riconosciuto. Tanto che Freud lo elencherà
tra le cause principali della nevrosi.
E' stato forse proprio il progresso rappresentato dalla contraccezione
medica a dare inizio ad una modificazione profonda dell'aspetto
immaginativo del concepimento, rendendo la sessualità parzialmente
indipendente dalla procreazione: ieri il concepimento rappresentava
una conseguenza sempre possibile dell'atto sessuale e il figlio
una potenzialità sempre presente e imprevedibile, oggi
è per lo più volontariamente programmato e, in fondo,
presente solo grazie alla prevedibilità dell'assenza. Si
è passati dal figlio come conseguenza del desiderio sessuale
dell'uomo per una donna, al figlio come oggetto della volontà
cosciente. Come sostiene polemicamente la Chatel " ... la
donna crede di poter padroneggiare la sua fecondità perchè
può inibirla, è all'origine della procreazione non
come donna desiderata e desiderante, ma come abitante di un corpo
femminile: si è passati dal registro erotico, sacro, al
registro veterinario" ( Chatel, 1990) .
La situazione attuale ha posto le donne davanti a un rompicapo
ossessionante, facendole divenire le autrici in prima persona
del figlio. Operando la parziale disgiunzione tra atto sessuale
e procreazione, la tecnica medica ha, in fondo, consegnato alle
donne il potere di decidere quando e se fare un figlio, segnando
profondamente la cultura della maternità, e, più
in generale, della genitorialità nel mondo occidentale.
Ma ciò che caratterizza nello specifico lo spirito di
questi ultimi anni non appare più la possibilità
di limitare la procreazione, ma la possibilità di procreare
al di là di qualunque limite. E, in tal modo, il testimone
del potere di generare è passato nuovamente di mano, affidato
alla competenza della tecnica medica.
Così facendo, la separazione tra sessualità e procreazione
sta ormai giungendo a compimento: non solo il sesso non comporta
più necessariamente la procreazione, ma la procreazione
non comporta necessariamente il sesso. E' divenuto realizzabile
ciò che sinora era rimasto espresso solo sotto forma di
mito, la possibilità di concepire senza l'incontro della
coppia, mentre l'attuale scenario delle tecnologie riproduttive
sembra essere una replica della plurisecolare lotta tra i sessi
per il controllo del potere generativo.
Le figure del mito.
Nei miti sulle origini del mondo si conserva la memoria ancestrale
di un desiderio femminile di riproduzione autonoma, in seguito
cancellato da un potere maschile che ha sequestrato per sé
la capacità di dare e formare la vita: alla madre è
stata lasciata la mera funzione di accogliere e contenere processi
generativi altrui.
Ma l'immagine mitica di un corpo materno che genera da sé,
fantasma molto più arcaico e indifferenziato di quello
edipico, caratterizza il tempo che si colloca prima della storia,
di un tempo preliminare alla possibilità stessa della narrazione.
E nei più antichi miti cosmogonici ritroviamo Grandi Madri
dalle quali tutto trae origine: ciò che sta prima della
riproduzione sessuata è una generazione partenogenica,
una produzione del grembo femminile. Dalla babilonese Ti'amat
ha inizio, senza intervento maschile, un universo che non può
essere nominato, in quanto ancora privo di nome: "Quando
nessuno aveva ancora fatto parola di un cielo, lassù/ E
nessuno aveva ancora pensato che la terra laggiù potesse
avere un nome...regnava Ti'amat, la divinità originaria
femminile" "Ti'amat è l'elemento proprio
degli inizi, la madre degli dei, Ti'amat rappresenta la confusione
della palude ove vapori infetti, acque dolci e acque salate si
mescolano e si confondono; nel proprio seno genera ogni sorta
di creature mostruose e ribelli. Il regno della dea madre, della
riproduzione presessuale, è equiparato al caos primigenio.
Alla sua "partenogenesi" corrisponde un mondo disordinato,
dove non è ancora risuonato il potere ordinatore della
parola" (Vegetti Finzi, 1990).
Un'altra Dea, la Notte, è all'origine del mondo secondo
un mito orfico. Fecondata dal vento, la Notte dalle grandi ali
nere genera in se stessa un immenso uovo d'argento. Dall'uovo
nasce il primo generato, Eros, il dio dell'amore, che porta alla
luce quanto era nascosto nell'uovo d'argento: il mondo intero.
Lo spazio concavo superiore, il cielo, per azione di Eros si accoppia
con lo spazio inferiore, la terra, generando Oceano e Teti, la
prima coppia del mondo, fratelli e insieme sposi. La madre comune,
la Notte, non aveva conosciuto alcuna coniugalità. (Kereny,
1951).
In un'altra versione delle origini dell'universo, quella esiodea,
Gaia o Gea, la Terra emersa dal vuoto spalancarsi del Caos originario,
prima di ogni altra cosa, senza accoppiamento, partorì
come suo simile Urano, il Cielo stellato, affinché questi
l'abbracciasse interamente e fosse sede eterna e sicura per gli
dei "ma quanti da Gaia e Urano nacquero ed erano i più
tremendi dei figli, furono presi in odio dal padre fin dall'inizio,
e appena uno di loro nasceva tutti li nascondeva, e non li lasciava
venire alla luce, nel seno di Gaia; e si compiaceva della malvagia
opera sua Urano, ma dentro si doleva Gaia prodigiosa, stipata"
(Esiodo, Teogonia).
Appare l'estrema eco della fondamentale contesa tra i sessi intorno
al potere generativo, che porta alla scomparsa della rappresentazione
del desiderio femminile di autoriproduzione e alla ri-creazione
di un mondo, quello che noi conosciamo, sulle rovine di un universo
scomparso.
Su questi antecedenti cala la cortina delle tenebre, simbolo dell'impensabile,
dell'impossibile.
Il potere riproduttivo del femminile si poteva manifestare nell'immaginario
mitico anche attraverso il proprio lato oscuro, attraverso la
possibilità di rendere impossibile la generazione. Dice
Neumann in "Amore e Psiche": Afrodite è
la Grande Madre, l'"origine prima degli elementi" il
cui adirato celarsi, come la babilonese Ishtar e la greca Demetra,
condanna il mondo alla sterilità: "dopo che la
sovrana Ishtar si inabissa, il toro non monta più la vacca,
l'asino non si china più sull'asina, l'uomo non si china
più sulla donna nella strada: l'uomo dorme nella sua dimora,
la donna dorme sola" (Neumann, 1989).
Se nei miti delle origini il mondo si è autogenerato
da un primigenio grembo materno e se le grandi dee detengono il
potere di regolare la fecondità della terra, in seguito
ogni riproduzione avverrà esclusivamente ad opera di un
principio maschile. La cancellazione della generatività
femminile è tale che la maternità tenderà
a configurarsi nel tempo esclusivamente nella modalità
strumentale dell'accoglimento e dell'accrescimento. In realtà
è solo alla fine del '700 che viene messo a punto un modello
che riconosce ai due sessi eguale apporto di materiale generativo.
Attraverso il mito continueranno però ad avere vita questi
fantasmi segreti: la nostalgia di un'impensabile autosufficienza
creativa, il desiderio trasgressivo, il desiderio di generare
da soli e di essere a un tempo padre e madre.
Zeus ed Era sono entrambe figure emblematiche in questo senso.
Zeus genera Atena, in un tentativo di autoriproduzione in apparenza
perfettamente riuscito: tuttavia, si dimentica spesso l'intervento
di un principio femminile in questa genitura, quello di Metis,
la pitonessa, simbolo dell'intuito e della perspicacia su cui
poggia la saggezza femminile; ingravidata da Zeus e poi da questi
inghiottita per la minaccia rappresentata dalle sue facoltà
generative, di essere soppiantato nel proprio potere.
La riproduzione partenogenetica di Era è, al contrario,
realmente possibile, riuscendo a creare autonomamente anche la
diversità del maschile, ma pagandone il prezzo attraverso
le stigmate della mostruosità, che colpiscono appunto la
sua discendenza maschile (Tifone, serpente tentacolare, signore
dei venti, tremendo flagello per i mortali; Efesto, con le gambe
deformi e i piedi ruotati). La differenza tra i figli partenogenetici
è evidente e basta a far intendere quanto fosse ritenuto
più pericoloso il desiderio femminile e con quanto maggior
rigore la sua interdizione fosse iscritta nell'immaginario stesso.
Tanto più che una riproduzione esclusivamente maschile
era ritenuta impossibile, mentre l'autonomia generativa femminile
sembrava avere minacciosi esempi in natura. "L'idea partenogenetica
... ha certamente agito come idolo polemico nella formazione di
un sapere biologico sul femminile e ne possiamo spiare i segni
nei testi aristotelici sulla riproduzione: si dice che le cavalle
possano essere fecondate dal vento, che la iena sia ermafrodita,
che tutti i pesci siano femmina, che i cefalopodi e i crostacei
godano di una generazione agamica. Alla partenogenesi corrisponde
probabilmente, in un altro ordine del discorso, il mito dell'età
dell'oro, in cui la terra produceva spontaneamente i propri frutti,
senza semina e aratura, e in cui l'analogia terra-donna si configura
secondo uno statuto diverso rispetto a quello del potere fallico
nella generazione" (Manuli, 1982)
Le elaborazioni con le quali le teorie scientifiche tenteranno
per secoli di dimostrare ed enfatizzare la superiorità
dell'apporto maschile alla riproduzione si configurano allora
come costruzioni difensive nei confronti dell'immaginario mitico,
progressivamente deprivato di valore e di senso, ma continuamente
operante anche al di fuori del suo originario contesto.
Le figure della storia
In linea con le tesi sulla superiorità del sesso maschile,
l'ideologia dominante era incline a ritenere che l'apporto seminale
essenziale alla riproduzione e alla ereditarietà fosse
quello del genitore maschio. L'idea che fosse soltanto il padre
a generare il bambino e che la madre fornisse semplicemente il
luogo per il suo sviluppo, viene espressa da Eschilo nelle Eumenidi,
attraverso le parole di Apollo: "Colei che viene chiamata
madre non è la genitrice del figlio, bensì la nutrice
dell'embrione appena seminato: è il fecondatore che genera,
lei invece, salvo che un dio non l'impedisca, porta il germe a
salvezza, come una straniera nei confronti di un ospite. Ti darò
una prova di questa affermazione: il testimonio è qui vicino,
la figlia di Zeus Olimpo". Atena approva e si dichiara
incontestabilmente "tutta di suo padre".
L'antinomia fra forma maschile e materia femminile, messa in
scena dal mito, influisce poi, tramite il pensiero di Aristotele,
sulla costituzione dei modelli teorici della biologia e della
medicina. Aristotele offre un sostegno deciso a questa teoria,
attraverso la sua particolare definizione della donna in termini
di incapacità: egli rafforza l'idea che il rapporto tra
maschio e femmina sia non soltanto analogo a quello tra forma
e materia, ma ne costituisca l'esempio; ed elabora l'idea del
maschio come causa efficiente nella riproduzione. Ma sul problema
del ruolo dei sessi nella riproduzione abbiamo comunque testimonianza
di un ampio e prolungato dibattito che inizia molto prima di Aristotele,
nel V secolo, e che continua dopo di lui: le diverse teorie emerse
ebbero influenza fino a tutto il diciassettesimo e diciottesimo
secolo.
Fonti indirette attribuiscono a filosofi presocratici (Parmenide,
Empedocle, Anassagora) la tesi secondo cui la donna produrrebbe
seme come l'uomo. Nel criticare questa teoria Aristotele osserva,
ad esempio, che se ambedue i genitori producessero seme il risultato
sarebbero due animali e così argomentando riferisce un'interessante
opinione di Empedocle: ciascun genitore fornisce per così
dire la sua metà di una tessera di riconoscimento, symbolon,
e il nuovo essere vivente è formato dall'unione delle due
metà (teoria che Aristotele non accetta considerando che
parti di un unico essere non possono sopravvivere indipendentemente
in nessuna forma).
Anche un testo di scuola ippocratica, il De morbis mulierum,
parlerà esplicitamente di "sperma del maschio e della
femmina", sostenendo, ancora più minacciosamente,
l'esistenza di un'autosufficienza generativa femminile, in quanto
la femmina possiederebbe sia la capacità formativa dello
sperma, portatore di entrambi i caratteri sessuali, sia la materia
costituita dal suo sangue mestruale. Da un punto di vista biologico
sembravano quindi sussistere le condizioni per una riproduzione
partenogenetica che avrebbe reso superfluo l'intervento maschile
nella riproduzione.
Aristotele imposta sin dal principio la ricerca sulla generazione
come interrogativo intorno alla causa che provoca il mutamento
generativo, cioè il passaggio dal non-ente all'ente: "la
femmina offre sempre la materia, il maschio l'agente del processo
di trasformazione: queste noi diciamo che sono le rispettive facoltà
e in questo consiste l'essere l'una femmina, l'altro maschio ...
Il corpo ha dunque origine dalla femmina, l'anima dal maschio
(GA,II,738 b 20-26)". E' lo pneuma (cioè lo sperma,
sangue perfettamente lavorato dal calore maschile, sino a depurarsi
di ogni residuo terroso divenendo "pneuma", evanescente
mescolanza di aria e acqua, principio quasi immateriale di vita
e di forma) che, agendo sul mestruo, trattenuto nel corpo femminile,
vi insuffla la vita. Delle quattro cause che reggono la generazione,
Aristotele ne attribuisce ben tre al padre che considera portatore
della causa formale, finale ed efficiente, lasciando alla madre,
progressivamente depotenziata, solo quella materiale. Sì
che la femmina entra nella generazione come sesso non generante.
La metafora della terra e del seme, che organizza la teoria aristotelica,
è, in questo senso, decisiva: alla femmina spetta soltanto
un compito di contenimento e di nutrizione che non incide affatto
sulle modalità di formazione del nascituro. La contrapposizione
tra i due sessi nella generazione non potrebbe essere più
dissimmetrica: dalla parte del maschio (agente e trasformatore),
forma e attività; dalla parte della femmina (paziente e
contenitore), materia e passività.
Anche le spiegazioni date più tardi dagli autori di scuola
ippocratica alla sterilità si muovono sulla strada del
pregiudizio maschile: nelle opere di argomento ginecologico la
sterilità della coppia è considerata per lo più
un difetto femminile, legata prevalentemente a ostacoli che impediscono
la recettività. Nel Corpus Ippocratico (Mul I op 20) si
afferma che se la donna, pur avendo un flusso mestruale normale,
non accoglie il seme, probabilmente c'è una "membrana"
nel condotto, anche se si ammette che possano esserci anche altre
cause.
Le figure dell'anima
Pensare all'accoglienza di un figlio su uno sfondo archetipico
corrisponde alla capacità di cogliere, in questa esperienza,
l'attivazione di un campo psichico 'impersonale'.
Ma esiste una particolare costellazione archetipica che esprima
la 'possibilità generativa'?
"Nell'inconscio tutti gli archetipi si contaminano a vicenda.
Possiamo paragonare quanto avviene a una sovraimpressione di fotografie
l'una sull'altra ... così nell'inconscio sembrano poter
coesistere simultaneamente parecchie rappresentazioni. Un motivo
viene 'scelto' solo quando viene esaminato dalla coscienza. E'
come se essa puntasse un proiettore, non importa verso qual punto,
poiché in un modo o nell'altro raggiunge sempre l'inconscio
collettivo nella sua totalità " ( von Franz , 1985).
Il motivo archetipico "scelto" come sfondo, per riflettere
attorno all'esperienza della generatività é quello
della "Grande Madre" intesa come "archetipo della
psiche femminile".
Certo, stabilire i confini della generatività sullo sfondo
di un 'campo psichico impersonale', descrivere le sue qualità
specifiche, le sue direzionalità, il suo ambito simbolico,
le sue immagini, può divenire un 'puro' esercizio scolastico
di 'orientamento' attorno alla realtà della psiche e al
suo manifestarsi. Tutto ciò pur sapendo che nulla può
essere circoscritto e definito dei suoi processi, ma soltanto
circumnavigato 'per amor di ac-costamento' e, come dice Neumann,
per "addestrarsi ad aver occhio" verso la dimensione
archetipica.
Può essere utile specificare che " ... la Grande Madre
non é vincolata alla figura di una madre concreta, essa
agisce endopsichicamente nell'uomo come nella donna, nel figlio
come nella figlia ... nel dominio psichico essa produce prima
di tutto una specifica attitudine materna. L'istinto materno la
impegna interamente alla cura e alla protezione del bambino, un
atteggiamento che si estende all'infinito attraverso meccanismi
di proiezione, poiché dovunque essa trovi un oggetto, qualcosa
a cui attribuire il significato di 'figlio', ivi si fissa, per
rivolgervisi maternamente". ( Bernhard, 1985).
E' il 'bambino psichico', dunque, nella sua condizione fantasmatica,
ad attivare il 'campo psichico impersonale' dell'archetipo della
Grande Madre.
Neumann sottolinea che la definizione ' Magna Mater', nella sua
combinazione di 'Madre' e 'Grande', " ... non é tanto
un dato concettuale: essa implica piuttosto una complessa situazione
psichica dell'io; in ugual misura grande (cors. nos.) esprime
il carattere simbolico di superiorità, che la figura archetipica
possiede nei confronti di tutto ciò che é umano,
e, in generale, di tutto ciò che é stato CREATO".
(Neumann, 1981)
Ma quando tale 'carattere di superiorità' domina la vita
psichica? "La fase in cui la coscienza dell'Io nel suo rapporto
con l'inconscio è ancora infantile - dice Neumann - ...
viene rappresentata nel mito con l'archetipo della Grande Madre".
Noi indichiamo la costellazione di questa situazione psichica
e le sue forme di espressione e proiezione come 'Matriarcato'.
(Neumann, 1975 ).
Allora forse si può ipotizzare l'atto psichico dell'accogliere
un figlio' come l'esperire psichico di una figurazione dello 'stato
matriarcale', in cui l'inconscio 'domina e dirige'.
Ma cosa significa essere toccato dall'attività
dominante dell'inconscio? Per provare a chiarirlo è necessario
avvicinarsi in modo descrittivo al mondo psichico connesso con
tale archetipo, e soprattutto bisogna cogliere la 'posizione'
dell'Io' in tale costellazione; qui le parole di Neumann ci soccorrono
e ci illuminano specialmente quando dice che "...la coscienza
matriarcale riflette i processi inconsci, li riassume e si regola
a seconda di essi, cioè si mantiene più o meno in
attesa, senza intenzioni volontarie dell'Io".
La coscienza matriarcale nel suo atto di ricevere un contenuto,
lo ingloba e lo 'porta a compimento'. Non si tratta già
di una comprensione dei contenuti, come atto di elaborazione e
ordinamento intellettuale, ma di un 'lasciar agire un contenuto'.
Quando qualcosa deve essere compreso, esso deve 'penetrare' nella
coscienza matriarcale, nel senso sessuale-simbolico di fecondazione
e quindi di 'concepimento'. Il capire diviene un concepire
; l'azione si trasforma in attesa .
L'attività 'circolare' e 'covante' della coscienza matriarcale
non va mai dritta allo scopo come l'atto di pensiero, la deduzione
ed il giudizio, ma allude. Sue caratteristiche sono il girare
attorno a un centro e l'osservare; quell'agire, cioè, che
Jung definì il 'render pregno' (Jung, 1988).
Con il capire-concepire subentra così per la coscienza
matriarcale un mutamento della personalità; si tratta di
un riferirsi al contenuto nel modo dello scambio reciproco, così
come madre ed embrione mutano reciprocamente durante la gravidanza.
L'Io della coscienza matriarcale non possiede attività
libera ed indipendente, ma attende passivamente. Il suo compito
consiste nell'attendere e nell'adattarsi; nell'esser pronto a
ricevere il contenuto emergente; nel porsi in accordo con esso...
Portare a compimento e maturare una conoscenza, attività
tipica della coscienza matriarcale, assume anche il significato
dell'atto di ricevere, che sta alla base del concetto di assimilazione
di un contenuto. Il fatto che l'Io della coscienza matriarcale
sia più passivo a confronto di quello patriarcale, non
dipende dalla sua incapacità all'azione quanto piuttosto
dal sapersi affidato a un processo in cui non può 'fare'
ma deve,invece, 'lasciar fare'.
In tutte le situazioni decisive della sua esistenza, il femminile
è affidato, o meglio "abbandonato", al nouminoso
della natura e del suo influsso. Perciò il suo rapporto
con la natura e con la divinità è più fiducioso
ed intimo.
Gravidanza e nascita portano con sé mutamenti psicobiologici
totali che richiedono o presuppongono un atteggiamento ed una
trasformazione di lunghi anni. La fecondazione, la natura sconosciuta
del bambino, il suo modo d'essere, il suo sesso, la sua salute,
il suo destino, sono queste tutte le cose in cui il femminile
dipende dalla grazia e dal potere della divinità; mentre
l'Io é destinato alla non attività e al non poter
intervenire. Gravidanza e nascita permettono però anche
al femminile di far esperienza della propria capacità 'creativa'.
Il femminile esperisce nella gravidanza una combinazione del
carattere elementare e del carattere trasformatore
dell'archetipo. Neumann specifica che il carattere elementare
fornisce la 'base' stabile ed immutabile del femminile più
specificamente materno, su cui poggia il carattere trasformatore,
che è l'elemento maggiormente differenziato della psiche
femminile (Anima). Egli pone così l'accento sull'aspetto
dinamico della psiche che, in contrasto con le tendenze conservatrici
del carattere 'elementare', spinge a muoversi, a cambiare, e quindi,
in ultima analisi, alla trasformazione.
La generatività, posta come premessa della propria trasformazione,
appare pertanto correlabile ad processo di differenziazione dell'archetipo,
o meglio e piuttosto, ad una ulteriore costellazione psichica,
diversa dalla situazione originaria, che è fortemente espressa
dal carattere 'elementare' del femminile ed dal suo simbolismo.
Verso il prevalere della 'tecnica'
Il nostro tempo appare caratterizzato dall'apertura di scenari
avveniristici in tema di riproduzione, che sembrano in fondo dar
corpo alle descritte antiche immagini e profonde fantasie .
E' diventato pensabile e possibile generare un figlio in assenza
di un padre (e forse in assenza di una madre: qualcuno parla già
di utero artificiale), in assenza di una coppia, o al di là
degli ostacoli posti dallo scorrere del tempo, addirittura al
di là della morte di uno dei genitori. Un figlio ad ogni
costo, sino a separare il tempo dell'individuo dal tempo impersonale
delle cellule seminali.
Sembra quasi che possano realizzarsi gli scenari mitici della
generazione partenogenetica di Era o della gravidanza nella ottuagenaria
Sara. Ma Era è una dea e Sara partorisce per miracolo divino.
L'elemento divino, che nel mito permette di operare in modo onnipotente,
sembra essere oggi portato dalla tecnica medica, che assume su
di se il potere della generazione.
E il potere sembra non voler conoscere limiti.
Il biologo Jaques Testart, pioniere della fecondazione in vitro,
denuncia attivamente una corsa verso l'induzione di nuovi modelli
"artificiali" di procreazione, che sottomettono sempre
di più i pazienti al rilancio della biotecnica. Oggi profetizza
il peggio, basandosi sul postulato che ciò che si può
fare sicuramente si farà .
Appare qui, decisa, la realizzazione visionaria di Aldous Huxley
(1932) e del suo Mondo Nuovo, dove, per dirla con le parole del
direttore del centro di incubazione e condizionatura, si esce
"dal campo della più servile imitazione della natura
per entrare in quello molto più interessante dell'invenzione
umana", dove nascere significa essere travasati, dove gli
esseri umani servono solo come anonimi donatori di cellule seminali
e tutto il resto è completamente in mano alla tecnica,
dove è infine possibile regolare e modificare l'ambiente
artificiale in cui si sviluppa il "prodotto" in modo
da poterne prefabbricare le caratteristiche e il futuro gruppo
di appartenenza sociale.
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http://www.in-psicoterapia.com
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