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            Il counselling:

una bussola relazionale negli incontri con i genitori

Alba Bove

 

 

INTRODUZIONE

Lavorare in un centro di riabilitazione rivolta ai minori, dovrebbe richiedere un importante lavoro di equipe, intendendo come tale quella cooperazione tra operatori all’interno della quale ogni componente si presenta con una propria specificità e competenza, si avvale delle competenze altrui ed è a sua volta valorizzato da esse, partecipando a pieno diritto sia al compito della diagnosi che a quello dell’intervento terapeutico.
Nonostante questo progetto favorevole, quasi mai è così. L’optimum è ancora lontano per poter realizzare una presa in carico globale del bambino, intesa non solo con l’intervento centrato sul bambino, ma anche l’offrire ai genitori il contatto con situazioni di terapia o contenimento qualora se ne evidenzi la necessità.
La presa in carico del bambino è individuale, basata su una relazione che viene a stabilirsi con il terapista. Certo ci sono colloqui iniziali con la famiglia: per conoscersi, per spiegare che tipo di trattamento affronterà il bambino, per rispondere ai dubbi e alle angosce. Ma, dovrebbe esserci un luogo di ascolto per i genitori, che richiedono un contenimento maggiore, un luogo di elaborazione delle loro paure, della loro rabbia, e soprattutto di una figura competente che si occupi della presa in carico della famiglia. Spesso l’unico punto di riferimento all’interno del centro può essere lo psicologo, ma non sempre l’aiuto è reale.
Dal momento della presa in carico, il rapporto prioritario della famiglia è con il terapista.
Poiché l’ansia della famiglia tenderebbe a togliere spazio al bambino richiedendo costantemente un confronto e siccome non è possibile assumere in sé tutte le problematiche del nucleo, è spesso necessario trovare due spazi, o comunque dare un altro nome al contenimento dei genitori.
La riabilitazione deve essere vista come un processo in cui gli aspetti relazionali tra gli elementi che vi partecipano acquistano un ruolo altrettanto importante che le risorse tecniche di cui si dispone. L’agire dell’operatore non è infatti solo un agire tecnico, ma anche, e simultaneamente un agire relazionale. Le proposte riabilitative se offerte nell’inconsapevolezza delle sue implicazioni relazionali, possono provocare un danno che annulla il vantaggio tecnico. Da qui nasce l’importanza della presa in carico del bambino e della sua famiglia in un’ottica globale che tenga conto del “progresso” in tutte le sue valenze funzionali e comunicative.
È importante che si affronti, come momento fondamentale della presa in carico, la comprensione di quali sono soprattutto i bisogni cui, con la terapia, si cerca di rispondere, e le aspettative ed attese, spesso irrealistiche, che su di esse si investono. Se non si interviene su tutto ciò al momento iniziale dell’incontro si avviano delle relazioni in apparenza buone, improntate a grande stima e fiducia incondizionata, relazioni destinate, però, presto a trasformarsi.
Vista l’evidente carenza, presente in tutti i centri di un luogo che accoglie i genitori, si è effettuato un progetto di counselling per contenere l’emergente richiesta di aiuto, che ha coinvolto un piccolo gruppo di genitori.

 

 




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