RELAZIONE D’OGGETTO,

CONTATTO E CRESCITA:

 

 

 

CONSIDERAZIONI SULLA NATURA DELLA

RELAZIONE TERAPEUTICA

 

di Sergio Mazzei

direttore dell’Istituto Gestalt e Body Work di Cagliari

 

Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2,
settembre - ottobre 2003, pagg. 116-124, ed. IGF. Roma

L'accesso on-line alle versioni integrali degli articoli è riservato agli iscritti Estratto dell'articolo

                       

 

 

 

Che il mio Nome mi sia restituito nel Gran Tempio dell'Aldilà!

Che io conservi il ricordo del mio Nome.

Fra le Muraglie infuocate del Mondo Inferiore.

Durante quella Notte in cui saranno conteggiate le Annate

Ed enumerati i Mesi.

Poiché io dimoro al fianco del gran dio dell'Oriente Celeste.

Ecco che tutte le divinità si schierano dietro di me;

E man mano che esse sfilano

Io sono in grado di pronunciare il loro Nome.

 

Per Em Hru  - Capitolo XXV –  Per restituire al Defunto la sua Memoria[1]

 

 

        

RELAZIONE D’OGGETTO

 

                        Nella mia pratica clinica di terapeuta gestaltico ho ritenuto opportuno integrare le riflessioni provenienti dai diversi studi dei teorici della relazione oggettuale. Trovo infatti che le loro osservazioni sullo sviluppo psicologico del bambino nei primi anni di vita così come del suo ambiente, poco elaborato nella terapia della Gestalt, illuminino non poco sulla formazione della personalità individuale ed offrano degli ottimi insight e strumenti per un intervento psicoterapeutico più efficace.

            In linea teorica generale risulta evidente come l’insorgere dei disturbi  del comportamento, dell’umore e della personalità siano in stretta relazione con l’ambiente affettivo originario dell’individuo nei modi in cui è stato descritto dai teorici della relazione oggettuale.

Uno scarso riconoscimento e soddisfazione dei bisogni di rispecchiamento e fusione del bambino, evidenziato dalle osservazioni di Kohut e precedentemente  di Balint,  producono la formazione del narcisismo patologico  (sé grandioso) e/o dell’atteggiamento compiacente nella forma dell’idealizzazione dell’altro da sé (imago parentale idealizzata). La frustrazione derivata dagli oggetti-sé, cioè di quelle persone che hanno particolare significato e che influenzano positivamente la percezione che l’individuo ha di sé, genera rabbia, ostilità e scarsa autostima in modo tale che, allo scopo di ripristinare la relazione armoniosa primaria, l’individuo ripetutamente manifesta i propri sintomi, che sono in questo senso da intendersi pertanto come una forma di protesta e di segnale della propria insoddisfazione.

Il paziente che si rivolge allo psicoterapeuta è un individuo in difficoltà che ha cercato gia in mille modi di affrontare il proprio problema nel suo interno senza mai riuscire a trovare quella stabilità di cui ha bisogno. Tale stabilità non è realizzabile attraverso un semplice processo cognitivo di comprensione delle cause del suo disturbo ma solo ed esclusivamente attraverso una relazione significativa ed empatica con un’altra persona, simile a quella agognata nelle prime relazioni d’oggetto. Nell’approccio empatico si trasmette accettazione e comprensione profonda per le difficoltà del paziente.

Per quanto sia convinto della necessità di non sforzarsi ad essere diversi da ciò che si è, e dell’importanza dell’accettazione per ciò che realmente si sperimenta, personalmente condivido il punto di vista di Suttle e Ferenczi sull’importanza dei fattori tenerezza e compassione nell’accudimento del bambino così come del paziente.

Per tale motivo non credo che in terapia si possa andare molto avanti col paziente se non si è sinceramente interessati alla sua persona e se prima non si è sviluppato il cosiddetto transfert positivo, ovvero quella intesa particolare e modalità di contatto per cui il paziente attenua la diffidenza in quanto sente di essere capito, rispettato e quindi al sicuro. Il terapeuta deve diventare l’oggetto-sé mancante che nutre e consola o quantomeno offrire un’autentica attenzione e coinvolgimento. Così come la madre sufficientemente buona di Winnicott  anche il terapeuta deve essere sufficientemente buono e nutrire con la sua comprensione della formazione dei problemi e con la compassione e tenerezza per il dolore che il paziente ha dovuto subire.

[...]

 



[1]              La citazione di sopra è tratta dal  “Per Em Hru  (Dell’uscire alla Luce del giorno)”,altrimenti detto Libro dei morti degli Egizi  ed esprime il bisogno di avere un'identità  (Che il mio Nome mi sia restituito) che possa permettere di affrontare il Mondo Inferiore senza smarrirsi.  Allo stesso modo il  dimorare al fianco del gran dio dell'Oriente Celeste  soddisfa il bisogno di rispecchiamento positivo che mette in grado di affrontare le divinità senza esserne distrutto (Io sono in grado di pronunciare il loro Nome).


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