Il percorso della terapia espressiva attraverso il training teatrale

 

Francesco Bonsante

 

Pubblicato sulla rivista "Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia" n° 2, settembre - ottobre 2003, pagg. 36-43, ed. IGF. Roma

 

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Le tecniche del training teatrale come strumento psicoterapeutico, offrono la possibilità di vedere, in scala amplificata e in tempi ravvicinati, le fasi del processo naturale di crescita e guarigione della persona. In questo articolo voglio portare l’attenzione su uno schema di sviluppo del percorso terapeutico ed evolutivo. Un tale schema orientativo dell’attività terapeutica, corrisponde al ciclo gestaltico che ha luogo in ogni situazione di trasformazione e di apprendimento autoregolato dall’individuo sui propri bisogni e sulla loro consapevolezza.

In questa lettura della terapia, diventa secondario il fatto che le tecniche teatrali siano tecniche di espressione personale, come lo sono la musica o la pittura, e quindi assimilabili nell’utilizzo alle tecniche di arte-terapia o movimento-terapia. Risulta più importante invece la funzione di collegamento che svolge la dimensione teatrale, come ponte fra le risorse attuali del paziente e le sue potenzialità.

Questo processo connettivo, che permette di schiudere schemi limitativi e produrre cambiamenti, è simile anche per le psicoterapie “tradizionali”, che usino sia lo strumento verbale, sia quello psico-corporeo. La prerogativa di una terapia che utilizza l’esperienza espressiva, ed in particolare la drammatizzazione, è che essa interviene attivamente e specificamente sul processo di connessione fra ciò che la persona è e come potrebbe essere. Negli altri approcci terapeutici invece vi si opera indirettamente, lasciando al paziente il compito di sperimentare eventuali cambiamenti all’interno della sua vita quotidiana.

Ciò che il paziente compie, nella sua crescita psicologica, è un’operazione, principalmente di recupero di aree rimaste isolate da traumi, deviazioni e distorsioni dello sviluppo della coscienza, e quindi non più segnalate sulla sua mappa psichica. Che il meccanismo di alienazione sia stato più o meno precoce nella strutturazione dell’identità, così da eliminare o meno, dalla memoria, le reminiscenze delle parti alienate, non muta la sostanza del fatto che il paziente guarda alle nuove modalità di essere, come a qualcosa di lontano dalla propria rappresentazione di sé. Perciò questo recupero avviene con le stesse modalità che avrebbe la presa di contatto con una materia estranea.

Esso richiede quindi, prima di tutto, una mobilizzazione della coscienza dal punto di fissazione in cui essa in genere è impiantata. Inizialmente questo spostamento si può attuare facilmente entro un raggio di sperimentazione che non metta in crisi la rappresentazione di sé della persona. Dopo di che occorre accedere gradatamente, in base alla consapevolezza delle proprie carenze e necessità, al contatto con il nuovo, saggiarlo, digerirlo, assimilarlo e metabolizzarlo, per usare la metafora della nutrizione.

Si effettua così un trasferimento di risorse che si auto-rinforza, portando a un ampliamento dell’esperienza di sé. Questo allargamento, per ognuno, segue strade particolari, corrispondenti alla sua personalità e ai diversi piani in cui la coscienza si sostiene: il concetto di sé, l’immagine di sé (e la sua rappresentazione sociale) e il senso di sé.

Suggerisco allora una prima distinzione di campo fra prospettive terapeutiche che propongono attivamente le esperienze di cambiamento e le guidano direttivamente e prospettive terapeutiche che le rimandano a situazioni esterne al setting. Sottolineo il termine “esperienze” di cambiamento, perché questa è la dimensione che caratterizza un preciso tipo di terapie, tra cui è la Gestalt -a cui personalmente faccio riferimento- denominate, appunto, esperienziali. L’esperienza di qualcosa di nuovo, che trova nella sua consapevolezza il suo consolidamento, sta in alternativa allo strumento interpretativo e fornisce solidità alla ristrutturazione cognitiva.

Oltre a questa prima distinzione, anche la componente espressiva in terapia richiede una sua distinzione: tra un’espressività che rientra nell’area dell’esperienza e un’espressività che rientra nell’area simbolica. Nel migliore dei casi, o nei momenti più alti, le due aree convergono, ma a volte non è previsto, o non è necessario, che sia così.

Nell’attività espressiva simbolica (penso a molte tecniche di arte-terapia), la persona mette in azione un processo di espansione di sé attraverso una proiezione all’esterno di parti lontane dalla rappresentazione di sé. Questa proiezione va poi reintegrata, o con una rielaborazione verbale o con altri strumenti, incluse tecniche dialogiche, che sappiano far rientrare quel momento di “uscita”, nell’esperienza di “essere ciò che il paziente pensa di essere” nella sua vita fuori del setting.

L’attività espressiva esperienziale lavora sulla presa di coscienza del vissuto. Essa può essere una fase terapeutica in cui sviluppare materiali simbolici -come nell’elaborazione dei sogni- successiva alla fase simbolica, in termini di “digestione” (scomposizione della proiezione nei suoi elementi) e “assimilazione” (riappropriazione e ricostruzione di tali elementi all’interno del “sé”). Oppure l’attività espressiva esperienziale può essere un momento terapeutico a sé stante, primario, in cui possono essere esplorati direttamente aspetti della personalità diversi -sebbene non antitetici- rispetto alla rappresentazione di sé, aspetti cioè “confinanti”, più prossimi e perciò più accessibili di altri.

Con una forte semplificazione distinguerei dunque due funzioni, che di fatto però necessitano l’una dell’altra. Una è la funzione esperienziale e l’altra è quella simbolica. La funzione esperienziale è quella di esplorazione di aspetti accessibili all’identità, un’esplorazione fatta innanzi tutto sul terreno della pratica e della consapevolezza sensoriale ed emozionale, ancora prima che cognitiva. Quella simbolica risulta invece la funzione di catturare, con una perlustrazione “dall’alto”, aspetti accessibili alla coscienza ma non ancora all’identità: un materiale quindi ancora esterno al meccanismo di identificazione, ma proprio per questo più libero nei significati, molteplice e ricco di potenzialità.

Uno degli esempi di come queste due funzioni sono distinte e anche integrate fra loro, è nell’uso combinato di visualizzazioni e immaginazioni guidate assieme alla trasposizione teatrale dei contenuti emersi.

Ho già analizzato altrove l’importanza basilare dell’elemento simbolico per costruire l’autenticità dell’esperienza teatrale, in quanto legame fra la trasposizione scenica e l’interiorità.

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