Il counselling in situazioni di mobbing

 o in genere di disagio lavorativo

 

 

Mariella Sassone

Counsellor

 

L'accesso on-line alle versioni integrali degli articoli è riservato agli iscritti Estratto dell'articolo

 

 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre - dicembre 2004, pagg. 86-99, Roma

 

 

1. Introduzione

 

Al giorno d’oggi molto si parla di stress, di disagio lavorativo o addirittura di mobbing. Quest’ultimo in particolare si distingue da altri eventi generanti appunto disagio o stress, per i danni che provoca. Al riguardo si sta cercando di individuare quali condotte lavorative  possano arrecare danni psico-fisici alla persona e quale correlazione possa sussistere fra tali condotte ed i danni stessi, ossia si sta cercando di dare al fenomeno una dimensione “scientifica”.

 

Da parte di associazioni sindacali o di categoria (i mobbizzati) si lavora il più delle volte ad un “protocollo” che individui le possibili patologie correlabili ad un’azione di mobbing, che stabilisca le modalità con le quali il mobbizzato può dimostrare che tali patologie siano correlate alle azioni di uno o più mobbers e come queste azioni possano a loro volta essere provate (atti, documenti, testimonianze etc..); e tutto questo soprattutto a fini risarcitori, alla luce della legislazione vigente.

 

Per contro, sociologi, psicologi del lavoro, medici e studiosi interessati al fenomeno lo stanno osservando “fuori della gabbia” per cercare di capire cosa sta succedendo all’interno delle organizzazioni, formulando al riguardo teorie e modelli. Ma sappiamo bene che l’occhio dell’osservatore modifica l’oggetto osservato! E lo studio di un fenomeno spesso costituisce evento più rilevante del fenomeno stesso.

 

E, come dire, mentre il medico studia, l’ammalato muore! Infatti tutte queste attività non sono tese ad eliminare (parola grossa) o quanto meno ad alleviare il fenomeno e i disagi conseguenti (per non dire i danni), ma a codificarlo, a renderlo individuabile o, peggio, ad ammettere la sua esistenza solo sulla base dei danni provocati qualora questi rientrino fra le declaratorie di un dato protocollo. In tal modo il fenomeno, oltre ad essere ricondotto ad una logica di causa-effetto o di giudizio-pena, diventa oggetto di fattori esterni ad esso e ne risulta in qualche modo snaturato.

 

Scopo di un’attività di counselling non è lavorare sull’oggettività delle condizioni ma sulla soggettività del disagio.

 

 

 

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