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Una riflessione sul tema della riabilitazione
Daniela Moriniello Psicologa,psicoterapeuta
“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°4 novembre - dicembre 2004, pagg. 100-103, Roma
Molte sono le parole spese, le specializzazioni, e le tecniche adoperate, le strategie escogitate per affrontare nella cultura attuale lo spinoso problema della riabilitazione dell’handicap. E’ d’altronde innegabile che moltissimi passi in avanti sono stati compiuti nella direzione di realizzare un’integrazione tra i diversi approcci alla questione che garantisca una precisa ma globale visione d’insieme del fenomeno ‘handicap’ Fenomeno che non è riducibile né ad una classificazione eziopatogenetica, né svilibile in una approssimativa ed ideologica negazione della diversità per un malinteso senso di egualitarismo sociale. Ma molte questioni rimangono insolute,molti interrogativi si aprono ogni giorno nel tentativo di orientarsi nel difficile mondo della riabilitazione. Come spesso accade quando ci troviamo di fronte alla necessità di affrontare un problema, tendiamo ad oggettivare quel problema, mai considerando il fatto che ciascun elemento di un fenomeno è solidale con gli altri con cui interagisce. Ciò resta vero anche e soprattutto nel caso in cui il fenomeno in discussione è la riabilitazione di un ‘diversamente abile’. L’ handicap non è solo uno svantaggio per chi ne è portatore, ma ‘un evento scatenante reazioni ed adattamenti interconnessi, fino a giungere ad interessare la comunità in cui un individuo vive’(1) E troppo spesso,sperduti nei meandri delle possibilità tecnicistiche, siamo dimentichi del fatto che il fenomeno della riabilitazione include oltre ad una serie di istanze sociali, anche il riabilitatore stesso. Dobbiamo avere presente che prendere in carico un portatore di handicap comporta l’entrare a far parte di un gioco di rapporti che,se inconsapevoli, possono rendere vano qualsiasi sforzo tecnico operativo. Le enormi difficoltà emotive ed operative che si incontrano nel momento in cui affrontiamo il problema di un singolo paziente, fanno sì che come operatori spesso ci rifugiamo dietro le specifiche competenze di settore,concentrando la nostra attenzione sulle ‘parti malate’ da guarire più che sulle ‘parti sane’ da mobilitare. Questo è vero anche nel caso dell’approccio con le famiglie, lì dove purtroppo ancora spesso, l’intervento punta ad ottenere nel migliore dei casi, collaborazione per portare avanti il progetto riabilitativo stabilito e non tiene conto dell’ equilibrio emotivo globale della famiglia in cui il paziente è inserito. Spesso, cioè ci rendiamo collusivi con la considerazione che le famiglie di bambini disabili hanno di loro stesse: cioè di una sorta di struttura a disposizione della persona in difficoltà e della sua riabilitazione. Famiglie la cui potenzialità e ricchezza sono state cancellate dall’ ‘incidente handicap’ intercorso e che vivono in una sorta di limbo, di sospensione delle altre attività, emozioni e rapporti che la vita può regalare in virtù di un futuro carico di aspettative spesso fantastiche. Talvolta ancora,inconsapevolmente si tende ad estranerare i figli dai genitori, presentandoli ai loro occhi come casi clinici da curare, e non come figli da educare e da amare. Viene allora da chiedersi: cosa accadrà a queste famiglie ed a questi bambini quando diverranno adolescenti e poi adulti, e gli interventi riabilitativi andranno fisiologicamente a diminuire se non a finire? Avremo aiutato il ‘diversamente abile’ a noi affidato a vivere meglio nel suo mondo ed il suo mondo a vivere meglio con lui? O avremo anche noi affidato ad un imprecisato domani il confrontarsi di quell’individuo come un membro di una famiglia, come membro di questa società? E quali saranno le reazioni di quei genitori, di quei fratelli, di quegli amici, di quei vicini di casa e di noi stessi riabilitatori quando non potremo più sfuggire con il compensativo sforzo tecnico a contattare la realtà della diversità, la paura di essa e la nostra impotenza?
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