|
Gabriele Perrotti uNIVERSITA’
DI SALERNO fENOMENOLOGIA
E PERCEZIONE
Estratto dell'articolo
“INformazione
Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7, settembre-ottobre 2006, pagg.
82-91, Roma Il primo filosofo a stabilire un rapporto analitico tra
percezione e azione è il Bergson di “Materia e memoria”. Nelle opere successive
egli amplia ed arricchisce la sua concezione della percezione. Merleau-Ponty
prosegue l’indicazione bergsoniana nello sviluppo di una filosofia fenomenologica
centrata sulla percezione. Egli parte
dalla Gestaltpsychologie, ne apprezza il ritorno ai fenomeni ed al mondo
percepito, ma ne critica l’implicito rapporto con una ontologia naturalistica.
Dei fenomeni percettivi, che la Gestaltpsychologie ha messo in luce, non danno
ragione, d’altronde, né le filosofie intellettualistiche, né quelle
empiristiche. L’oggetto, infatti, non si dà alla percezione come un insieme di
qualità, cui corrisponderebbe uno stato di coscienza o la coscienza di uno
stato, ma esso comunica con lo “sfondo vegetativo e motorio” del soggetto
percipiente, inserendosi nella sua condotta pre-riflessiva. La sensazione è
essenzialmente una modalità di comunicazione del soggetto con il mondo, al
quale esso inerisce da sempre. Il compito di una filosofia fenomenologica
consiste, allora, nella “ripresa” dell’esperienza irriflessa del mondo, proprio
perché la percezione si dà originariamente nel modo del Si. Ciò che la
riflessione filosofica tradizionale chiamava soggettività, non è altro, per
Merleau-Ponty, che la temporalità della percezione stessa. Essa, infatti,
consiste in un processo, nel quale il presente, riprendendo un passato
immediato ed irriflesso, si apre, nelle aspettative di senso, al futuro. Un rapporto determinato tra percezione e azione, del tutto inedito per quanto riguarda la storia della filosofia, è stabilito da Bergson nel primo capitolo di Materia e memoria. Lo fa in connessione con una singolare concezione della materia, la quale concezione è derivata da un atteggiamento conoscitivo, che per certi aspetti potremmo considerare di tipo fenomenologico. Egli, infatti, c’invita a «fingere» di non conoscere assolutamente nulla «delle teorie della materia e delle teorie dello spirito, niente delle discussioni sulla realtà o l’idealità del mondo esterno»[1]. Questa finzione, alla cui assunzione c’invita il filosofo francese, malgrado tutte le possibili differenze che possano essere individuate, ha qualcosa in comune con l’epoché husserliana, perciò ho parlato di un sorta di atteggiamento fenomenologico. Non soltanto per questo, ma anche per il fatto che, una volta messe tra parentesi quelle teorie e discussioni, la materia, osserva Bergson, si dà immediatamente alla coscienza come un insieme d’immagini in movimento[2]. Un flusso d’immagini che posso interrompere chiudendo gli occhi e riattivare riaprendoli. Come egli precisa nella Prefazione alla settima edizione dell’opera (1911), questa concezione della materia prende contemporaneamente le distanze dal meccanicismo razionalistico di Cartesio e dall’idealismo di Berkeley. Il primo, concependo la materia come estensione geometrica, l’ha posta troppo lontana da noi, ovvero dalla esperienza che ne abbiamo effettivamente come spazio concreto, il secondo, con il suo principio dell’ «esse est percipi», l’ha addirittura identificata con la coscienza che ne abbiamo, aprendo la strada allo scetticismo successivo di Hume. La materia, concepita come insieme d’immagini in movimento, viene collocata a metà strada tra i due estremi rappresentati da Cartesio e Berkeley, perché essa né viene totalmente risolta nell’oggettività astratta dell’estensione geometrica, né nell’idealità egualmente astratta della percezione soggettiva. Questa concezione della materia inaugura un rapporto inedito tra percezione e azione, perché se il mondo che ci circonda, con le cose che in esso riconosciamo, è immagine, tale sarà anche il nostro corpo, che del mondo fa parte; sicché percepire altro non sarà che incontro e interrelazione tra immagini o, detto in altri termini, il rapporto che si stabilisce continuamente tra il movimento del nostro corpo e quello delle immagini del mondo. Sennonché la percezione è sempre diretta su qualcosa di particolare, mentre il mondo circostante è composto da un’infinità d’immagini. Qual è, allora, il criterio in base a cui il nostro corpo si concentra su alcune immagini ad esclusione di altre? Quello dell’utilità, ovvero il corpo percepisce quelle immagini che riconosce utili per l’azione che sta per intraprendere. La percezione è, dunque, selezione d’immagini in movimento e il criterio di questa selezione è fornito ad essa dall’azione utile. In riferimento a questa concezione della percezione, tre punti mi preme sottolineare: a) se la percezione è movimento d’immagini che giungono al corpo e si prolungano nel movimento dello stesso in un’azione, essa si pone su di un piano pre-conoscitivo. In altri termini, il mondo mi è dato prima ancora che ne abbia una conoscenza riflessiva. L’errore che accomuna sia realismo che idealismo, per Bergson, è di aver considerato la percezione come mera conoscenza, da un punto di vista esclusivamente speculativo[3]; b) l’incontro e l’interrelazione dell’immagine-corpo con l’immagine-mondo non comporta alcuna forma di elaborazione soggettiva. La percezione, in quanto processo selettivo, ci consegna solo una parte di mondo, ma questa parte ce la rappresenta così com’è. Del mondo abbiamo una conoscenza parziale, ma non, come voleva Kant, soggettiva. Il mondo, quindi, ci è nello stesso tempo immanente e trascendente; c) dal rapporto ineliminabile della percezione con l’azione deriva che la dimensione del tempo esclusiva di essa è il presente. Come il presente sta tra il passato e il futuro, così la percezione seleziona nel passato quei ricordi che possono servire a progettare l’azione volta al futuro.
[…] [1] Tutte le citazioni, della cui traduzione italiana mi assumo la responsabilità, verranno tratte da H. Bergson, Oeuvres, édition du centenarie, textes annotés par André Robinet, introduction par Henri Gouhier, Paris, P.U.F., 19915, p. 169. [2] Per Bergson, dunque, come ha fatto notare Gilles Deleuze, non è la coscienza ad illuminare il mondo, secondo una tradizione consolidata della filosofia, ma è il mondo stesso a darsi alla coscienza in immagini di luce (G. Deleuze, L’image-mouvement, Paris, éd. De Minuti, 1983; trad. it. Id., L’immagine-movimento, Milano, Ubulibri, 1984, pp. 79-80). [3] Ivi, pp. 21-22 Clicca qui per accedere. http://www.in-psicoterapia.com © 1997 - 2008 Tutti i diritti riservati |