ANNA RITA RAVENNA
Psicologa,
Psicoterapeuta, Didatta
Direttrice didattica Istituto Gestalt
Firenze sede di Roma e Firenze
In collaborazione con
SIMONA
IACOELLA
Psicologa,
Psicoterapeuta
Il genogramma fotografico
“INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7,
settembre-ottobre 2006, pagg. 18-27, Roma
La foto, ed il
rapporto che gli individui e le famiglie hanno con essa, è variato nel tempo.
All’inizio del ‘900 le persone avevano poche foto: il giorno del matrimonio, la
partenza in divisa per il servizio militare, e, per i più abbienti, le foto di
interi gruppi familiari in momenti particolarmente significativi dell’esistenza.
Le persone si ponevano di fronte a queste foto innanzitutto in ‘contemplazione’
del fenomeno fotografico e poi dei contenuti specifici che assumevano il
significato di punteggiatura rispetto alle storie narrate di fronte al camino,
da sempre unico modo per trasmettere culture e miti familiari.
Con il
migliorare dei livelli socio-economici e con lo sviluppo di tecnologie a più
basso costo, si è raggiunta oggi una tale abbondanza di scatti per cui spesso
le foto sono conservate in uno specifico cassetto ed anche poco ri-guardate rispetto
alle rare, costose e preziose foto di una volta che venivano riposte con cura
in eleganti album di famiglia sfogliati di frequente e con devozione. E in
quello sfogliare, di solito in un momento particolare della relazione
nonno/a-nipote, si dipanavano storie, emergevano brandelli di segreti che ad un
tempo suscitavano curiosità e senso di appartenenza, paura e bisogno di
distanziarsi, comunanza e familiarità, estraneità e disagio. L’avvento dei
filmati ha modificato questo rapporto, il suono e le immagini che si susseguono
legano di più al contenuto; il potere evocativo, così necessario per dare
spessore alla fotografia, rischia di rimanere sullo sfondo, la persona è
‘chiamata’ al ricordo con temi e modalità differenti. Anche la diffusione del
digitale ha modificato radicalmente il rapporto con la foto: consente di
scattarla e di rivederla dopo pochi secondi per selezionarla e modificarla,
sulla scia dei desideri del momento. In questo modo la foto non è più il
testimone, a volte scomodo, di eventi il cui significato emerge di volta in
volta dall’incontro con il suo osservatore, è piuttosto un artefatto volto a creare
una realtà virtuale fondata sull’omissione di tutti quegli aspetti che
risultano spiacevoli per la
persona. Questo moderno e attivo controllo si aggiunge a
quello legato al senso di possesso suggerito dalla foto possesso che dava
l’opportunità di non mostrarla o di mostrarla solo a chi e quando si desidera.
Queste nuove tecniche sottolineano, comunque, un
elemento fondante il lavoro psicoterapeutico con le foto: il loro significato dipende
da chi le osserva e dallo specifico momento esistenziale che la persona sta
attraversando, la foto mostra in silenzio, lasciando emergere dallo sfondo solo
ciò che l’osservatore è disposto a vedere.
Spesso la foto
viene considerata un’immagine definita e limitata, significativa in sè, chiara
ed esplicita, a volte banale e priva di significato, altre volte portatrice di
significati molteplici; in effetti, pur nella sua semplicità, è un potente
mezzo evocativo ricco di elementi colorati da sentimenti e da valori personali,
da temi generazionali e da modelli relazionali che possono evocare ulteriori momenti
esistenziali in una catena infinita di ricordi. L’immagine fissa un istante e
quell’istante può avere ed avrà un numero infinito di significati ciascuno
emergente in relazione al contesto in cui la foto viene ri-visitata, in
relazione alla sequenza in cui viene inserito, al senso del processo auto ed
eteronarrativo che la persona sta mettendo in atto.
L’immagine
evoca in modo molto più efficace delle parole che, per loro natura, tendono a
definire anche ciò che definibile non è. Il silenzio della foto e la sua ambiguità
possono s-velare molte informazioni celate nello sfondo dell’esistenza e che,
al momento dell’osservazione, emergono in figura ampliando il flusso della
consapevolezza ad aspetti rimasti confusi o inespressi. La foto porta con sé anche
elementi di ambivalenza dovuti al fatto che, da una parte, è eterna, fissa
l’istante ‘per sempre’ sottraendolo al passare del tempo, dall’altra invecchia,
ingiallisce, si rovina, parla di persone che si sono trasformate, che non ci
sono più: è uno dei più potenti testimoni della precarietà e della transitorietà
dell’esistenza, del vivere nel tempo.
La foto può
assumere a volte caratteristiche paradossali, può evocare affermazioni che
vanno contro l’opinione corrente e suonano strane, inaspettate e quindi
sorprendenti. A volte le presenze possono mettere in risalto delle assenze, ciò
che c’è evoca ciò che è mancato. A volte la foto spinge l’osservatore a
descrivere il contenuto usando il tempo presente anche se l’avvenimento
appartiene chiaramente ad un tempo passato. La riattualizzazione dell’esperienza
evoca emozioni che, a loro volta, funzionano da ponti per accedere e comunicare
ulteriori sentimenti e ricordi.
In ambito
psicoterapeutico è possibile un uso molteplice delle foto con modalità più o
meno strutturate a seconda dell’approccio utilizzato. Nel modello che qui si
propone, la foto ha valore in quanto oggetto metaforico che può aprire ad
insight difficili da immaginare attraverso il solo uso della parola.
J. Weiser (2001)
sottolinea come la foto documenti gli eventi ma non il loro significato come questo possa essere attribuito solo
dall’osservatore con un processo che rende visibile il flusso della vita il cui
senso può emergere solo dal vissuto emotivo della persona che guarda: è la
persona che nel guardare attribuisce significati e crea sensi che ritiene
provengano dalla foto.
Tra gli autori che si sono
occupati dell’argomento la Weiser ha descritto la ‘fototerapia’ come un sistema
articolato di tecniche con un comune denominatore: è lo psicoterapeuta che
chiede al suo cliente di portare in seduta le foto, esplorarle ed interagire
con esse osservandole, dialogandovi insieme, lasciando sorgere interrogativi,
‘leggendo’ messaggi visivi e così via.
L’autrice
propone cinque tecniche di fototerapia abbinate a cinque tipi di foto ed usate
in varie combinazioni l’una con l’altra, anche in associazione con tecniche di
arteterapia. Le foto possono essere scattate o create dal paziente: l’immagine
è ottenuta sempre attraverso la macchina fotografica usata personalmente, anche
per autoritratti (foto che le persone fanno a se stesse), o appropriandosi di
scatti fatti da altre persone ritagliandoli da riviste o manipolando immagini al
computer. Altre volte si tratta di foto
scattate al paziente da altre persone, sia quelle in cui ha posato volutamente
che quelle fatte a sua insaputa, raccolti in album di famiglia o in altri tipi
di collezioni di foto biografiche. L’autrice descrive anche una specifica tecnica
che chiama ‘foto-proiezioni’ in cui il significato di qualsiasi foto è creato
in primo luogo dall’osservatore durante il processo di percezione
dell’immagine.
Nelle terapie
relazionali si rileva l’uso della foto più nel lavoro con la coppia che con l’intero nucleo familiare. Alcuni
terapeuti, infatti, utilizzano le foto prese dagli album della famiglia di
ciascun coniuge per aiutare ad evidenziare le differenze delle rispettive culture
familiari, differenze che possono essere la base di contrasti tra i partner, come
anche per osservare i pattern comportamentali e valori relazionali che si
ripetono attraverso le generazioni.
L. Berman
(1996) sottolinea che l’uso delle foto
sembra essere particolarmente proficuo nel lavoro psicoterapeutico con adulti
con difficoltà comunicative e di apprendimento, nei contesti multiculturali,
nel lavoro con le persone anziane che hanno bisogno di essere stimolate ad un
recupero della memoria e allo sviluppo del dialogo con gli altri. L’autrice
sottolinea inoltre l’importanza di lavorare attraverso le foto con bambini e
adolescenti per aiutarli a trovare le parole per parlare di sé, narrare la
propria ‘storia’ sviluppando e sostenendo la loro autostima. Nel libro sono
riportate, inoltre, situazioni terapeutiche in cui si è rivelato utile l’uso di
foto con persone con disturbi dell’alimentazione o in fase di lutto e di
perdita (separazione, danno fisico, ecc.) e con i sopravvissuti ad esperienze
traumatiche.
Partendo
dall’assunto secondo cui le foto preferite di sé, del partner, dei figli e dei
genitori sono significative nell’aiutare a comprendere i processi emozionali in
atto nelle relazioni interpersonali più significative in ambito familiare, altri
terapeuti (A. D. Entin, 2006) hanno utilizzato le foto per lavorare sull’immagine
di sé, i disturbi alimentari, l’obesità, le problematiche sessuali. L’autore ha
evidenziato, inoltre, come gli album fotografici rispecchino i ritmi
generazionali nel ciclo di vita familiare, riflettendo sia pattern ricorrenti nelle
relazioni interpersonali, sia il passaggio del tempo e l’organizzazione dello
spazio.
Il genogramma fotografico in ottica
fenomenologico-esistenziale
La famiglia è
un sistema e segue le leggi dei sistemi in termini strutturali, funzionali e
relazionali (G. Bateson, 1984; L. von Bertalanffy, 1971); può essere definita
come un ‘sistema emozionale’, ossia un gruppo i cui componenti hanno sviluppato
un’interdipendenza affettiva al di là dei legami biologici.
La
tecnica del genogramma è stato elaborata originariamente da M. Bowen fondandosi
sullo studio di alberi genealogici di diverse famiglie ed evidenziando l’analogia
di alcuni processi e di alcune caratteristiche
familiari trasmesse da una generazione all’altra e definibili come modelli di
base generalizzabili (M. Bowen, 1979).
Il genogramma
è diventato uno strumento utilizzato in particolare nella terapia
sistemico-relazionale al fine di descrivere la struttura della famiglia e
collocare l’individuo nella storia familiare, includendo solitamente tre
generazioni. Si tratta di descrivere le relazioni esistenti tra i componenti di
un sistema familiare attraverso una serie di simboli condivisi (es. quadrato
per uomini, cerchio per donne, ecc.), che consentano una visione immediata
della struttura familiare. Nel caso in cui sia la persona stessa a disegnare il
genogramma (piuttosto che il terapeuta mentre ne ascolta il racconto)
acquistano valore rilevante altri elementi della grafica: colori usati,
dimensione dei simboli, occupazione dello spazio grafico a disposizione, proporzione
dello spazio occupato dai singoli componenti della famiglia, ecc..
Il genogramma,
dunque, si differenzia dall’albero genealogico in quanto alla descrizione dei
legami di parentela, ed eventualmente di
legami con altre persone particolarmente vicine al nucleo familiare, si
aggiunge l’analisi di elementi relazionali emotivi ed affettivi. Nel disegnare
il proprio genogramma la persona è invitata a descrivere non solo i rapporti di
parentela o vicinanza, ma anche le relazioni affettive tra le persone
rappresentate, le modalità di comunicazione tra esse, le somiglianze e le
differenze, i miti ed i rituali, i modelli di funzionamento significativi che
caratterizzano parti del sistema
rappresentate o il sistema nel suo insieme (A. Piermari et al., 2004).
L’uso di
questo strumento ha articolato nel tempo un complesso percorso teorico ed
esperienziale che consente oggi la valorizzazione di diversi livelli
applicativi: il piano dei comportamenti messi in atto nell’’hic et nunc’ ed il
piano diacronico della storia e dei suoi significati; la fenomenologia delle
transazioni comunicative attuali ed i miti familiari; l’originalità dei singoli
e le caratteristiche dei sistemi di appartenenza (L. Chianura, S. Iacoella, 2003).
Attraverso il
genogramma è possibile evidenziare come le persone e i sistemi familiari
portino con sé le radici dell’identità, costruite attraverso un processo di
maturazione multigenerazione che coinvolge
la genetica, la cultura, la vita emozionale ed altri fattori
individuali, relazionali e socio-affettivi. In quest’ottica l’individualità
della persona emerge come ‘storia di relazioni’, per dirla con le parole del
sommo poeta Virgilio ‘ciascuno patisce i propri Mani’ (citato in Montagano,
Pazzagli, 1989).
L’individuo,
tuttavia, pur essendo parte integrante di un sistema che lo trascende, ha in sé
la possibilità di essere protagonista attivo della propria esistenza sia uscendo
dagli automatismi caratteriali e intergenerazionali frutto di un precocissimo e
vitale adattamento all’ambiente, sia assumendo su di sé la responsabilità del
suo esistere, divenire, essere nel tempo, a partire da ciò che ‘gli altri hanno
fatto di lui’, per citare J. P.
Sartre.
Il genogramma
fotografico consente di lavorare mantenendo un doppio focus: sul sistema e sul
vissuto emozionale rievocato dall’immagine. In ottica fenomenologica
individuo-percezione-oggetto sono tre aspetti di un unico fenomeno, il
‘fenomeno secondario’ secondo F. Brentano essendo il fenomeno primario
inconoscibile in sé. Il fenomeno è il mondo che si rivela all’individuo
attraverso i sensi, in maniera sempre diversa, perché diverse sono le
situazioni in cui percepiamo cose e persone, e sempre diverse nel tempo le
intenzioni che ci muovono. Il fenomeno, come mostra la Psicologia della
Gestalt, è figlio dell’intenzione del percipiente’ (G. P. Quattrini 2002). Dando
questo posto e valore all’intenzionalità, dove c’è un oggetto percepito la Gestalt procede alla
ricerca dell’intenzione che l’ha costituito. Si tratta di risalire, attraverso
il vissuto emotivo (fenomeno secondario), dall’evento percepito all’intenzione
con la quale colui che percepisce rivolge il suo sguardo verso quel particolare
aspetto del mondo che sembra essere l’oggetto di uno specifico atto percettivo.
In quest’ottica la percezione non è considerata un processo associativo
continuo bensì un atto creativo che procede per insiemi significativi che
l’individuo cerca intenzionalmente di ‘concludere’ lasciando nello sfondo gli
elementi inutili al processo e richiamando in primo piano (figura) gli elementi
essenziali per completare la Gestalt. Osservare una foto, o una serie di foto,
vuol dire dunque aprire un processo che mette insieme mondo presente, ricordi e
fantasie per dar forma alle intenzioni dell’osservatore; la narrazione che ne
deriva ha il potere di rivelare alla persona stessa aspetti della sua esistenza
sino a quel momento rimasti inespressi.
L’uso classico del genogramma ed il
modo di lavorare con le foto che qui si propone hanno in comune la
consapevolezza dell’importanza del contesto di provenienza anche se il primo lo
utilizza spesso per una narrazione che agevola la raccolta di informazioni utili
per costruire ipotesi e/o prescrivere comportamenti, mentre il secondo lo
considera sfondo metaforico strutturante nessi significativi ed emotivamente
connotati che danno spazio all’immaginazione ed agevolano la ricerca di senso.
Le foto elicitano forti stimoli emotivi che a loro volta portano a narrazioni
utili alla persona per dar senso ed integrare Gestalt incompiute con particolare
riferimento alle dinamiche affettive familiari.
In quanto gestaltisti si è
interessati, quindi, non ad una via d’accesso all’inconscio alla ricerca di
esperienze traumatiche del passato, ma piuttosto a dare impulso, energia alla
dinamica figura/sfondo seguendo i bisogni organismici emergenti nel qui ed
ora secondo una gerarchia altamente soggettiva. Alla persona diventano
così accessibili nuovi aspetti dell’esistenza ed è per lei possibile
costituire, ripristinare, energizzare quel ‘continuum di consapevolezza’ (non
di coscienza) in cui trova fondamento la ‘saggezza’, la capacità di ogni
organismo vivente di ricreare le condizioni fondamentali (‘autopoiesi’ H. Maturana
e F. Varela, 1985) del suo esistere e le condizioni dello sviluppo e
dell’espressione di quelle potenzialità creative che fanno di ogni esistenza
umana un ‘unicum’. In quest’ottica lo psicoterapeuta aiuta ad entrare in
contatto con il proprio vissuto emozionale ed a focalizzare l’attenzione per
avvicinarsi all’esperienza, unico luogo di conoscenza concreta.
Il percorso
gestaltico non mira a distinguere il falso sé dal vero sé, né a portare
quest’ultimo alla luce eliminando espressioni di facciata e sorrisi per la
macchina fotografica; lo psicoterapeuta non interpreta le foto attribuendogli
significati che solo per la sua competenza professionale lui può conoscere: gli
spazi, le mani, gli sguardi hanno senso solo se evocano emozioni in chi li
guarda. La foto con la sua semplice presenza non solo è in grado di evocare
immagini visive affettivamente connotate, ma anche di risvegliare il gusto, di
far sentire odori e suoni e di rievocare sensazioni epidermiche. Tutto emerge
calamitato dall’intenzione della persona di girovagare per quel paese ignoto
che è la propria anima, la propria storia così come verrà espressa nella
odierna narrazione.
In questo lavoro, l’uso delle
fotografie costituisce un particolare modo per far emergere il contesto
familiare come sfondo consapevole dell’attualità della vita delle persone e
consente di dare vita a differenti livelli e modalità narrative che trovano il
loro incipit nella scelta di partecipare a un gruppo di questo tipo e alla
preparazione più o meno inconscia per parteciparvi. La scelta delle fotografie
da portare è già un primo livello di narrazione, la disposizione delle
fotografie nel contesto di lavoro, la ‘lettura’ delle fotografie, i feedback
degli altri partecipanti, tutte queste attività costituiscono una complessa narrazione,
l’emergere di un patrimonio di esperienze che pian piano prendono vita,
consistenza e senso.
Non si può sapere quale stato
d’animo suscita nella persona la lettura di un depliant che propone un workshop
tematico sulla narrazione fotografica o un invito del conduttore a portare
delle foto durante un percorso psicoterapeutico in gruppo o anche individuale.
Né possiamo conoscere lo stato d’animo con il quale la persona cerca e sceglie
le foto che porterà all’incontro. Quel che sappiamo è che arriva all’incontro di
solito già carico di emozioni emergenti e con un numero più o meno ampio di
fotografie che, come indicato nella
consegna, raffigurano lui e le persone importanti della sua vita.
La prima indicazione è di lasciar
cadere le foto con l’immagine volta verso il basso e poi di sedervisi accanto
magari continuando a mescolarle e sfogliarle ancora per un po’, potendo vedere
esclusivamente il retro della fotografia. Occorre poi un tempo per girare le
fotografie lasciandole nello spazio dove sono, ma con l’immagine verso
l’osservatore guardandole una per una ed entrando in contatto con ricordi
sentimenti ed emozioni che ciascuna foto evoca.
Una volta girate ed osservate tutte
le foto è possibile con un movimento circolare delle mani sulle foto spostarle
cambiandole di posto in modo da separarsi/allontanarsi/prendere un po’ le
distanze dai ricordi appena emersi. Le persone dovranno essere disposte nello
spazio in modo da avere alla loro destra ed alla loro sinistra sufficiente
spazio per tenere le foto così sparpagliate ed avere anche la possibilità di
costruire un patchwork con le foto (possibilmente su di un supporto semirigido
che possa essere eventualmente spostato). Inizia ora la fase di narrazione a sé
stesso, nel proprio intimo, della storia nel modo in cui emozioni e sentimenti
la elicitano nel qui ed ora dell’attuale momento esistenziale. A questo punto,
infatti, la persona riceve l’indicazione di disporre le foto in una maniera
strutturata da un filo conduttore costituito unicamente dalle emozioni e dai
ricordi che man mano si vanno dipanando nella sua anima. I frammenti di
esistenza cristallizzati nelle ‘istantanee’ iniziano così a prendere voce non
più come parole isolate ma in quanto parti di un incontro dialogico tra sé e sé
stesso in un continuo gioco di proiezioni che dall’emergere di particolari e
significanti ‘inediti’ porta da una foto ad un’altra attraverso l’emergere di
nessi ed aspettative sino a quel momento sconosciuti.
Durante il percorso, o quando la
narrazione sembra terminata, lo sguardo d’insieme può suggerire qualche
spostamento che rende il genogramma costruito più coerente con il senso che è
andato emergendo durante il lavoro.
Inizia, a questo punto, una nuova
fase: la narrazione all’altro, allo psicoterapeuta/conduttore ed ai
partecipanti, nel lavoro in gruppo. Nella fase della narrazione all’altro la
ricostruzione si fa ‘storia’, non solo nel senso di un continuum più o meno
lineare, ma anche come qualcosa che una volta affermato di fronte all’altro
acquista esistenza autonoma non più cancellabile in quanto fenomeno normativo per la propria esistenza
(C. Larmore, 2006)
L’esperienza interiore messa in
parole di fronte a ‘testimoni’ diventa impegno, assunzione di responsabilità,
oltre a fissare spunti e nuove prospettive ed integrarli in un orizzonte più
ampio di significati rendendo visibile ciò che solo qualche attimo prima
risultava invisibile.
La costruzione
di un genogramma classico propone alla persona un percorso fondato su una
struttura predeterminata in quanto riferita ad un modello teorico della
famiglia e della sua struttura di base. Questo schema fa da premessa ed è la
base degli stimoli che il terapeuta familiare propone e costituisce la trama,
l’intreccio di base della narrazione. Nel genogramma fotografico non si parte
né da un modello teorico né da una struttura ideale o da uno schema fisso per
organizzare il materiale; è l’esperienza emotivamente connotata e
contingentemente evocata che indirizza il percorso sin dal momento in cui la
persona sceglie le foto da portare ad un incontro terapeutico.
Il genogramma
fotografico non è una ricostruzione storica a differenza dell’autobiografia (D.
Demetrio, 1996); quest’ultima tende a costruirsi intorno a momenti
significativi costituenti i nodi intermedi di una rete la cui struttura rimane fissa
con tutte le maglie al proprio posto. Le foto, al contrario, sono immagini che
possono essere rilette da più angolature, entrano in relazione tra loro e
formano trame diverse secondo le intenzioni attuali della persona. E il
racconto si costituisce come un tutto dotato di senso nel momento in cui le
fotografie vengono poste in un ordine che emerge autonomamente durante il
lavoro senza che nulla la persona sappia in modo predeterminato. In questo
lavoro si mescolano immaginario e realtà, si invertono dimensioni con la funzione
di modificare fantasie e miti familiari cristallizzati nel tempo ed
introiettati senza alcuna elaborazione personale.
Alcuni autori
sostengono che le fotografie devono essere accompagnate da spiegazioni verbali
che ne chiariscano il significato (L. Barman, 1997) lasciando trasparire che la
parola ‘significato’ implica qualcosa di
obbiettivo; si ribadisce che nel lavoro gestaltico non è così: il significato
non è nella foto ma nell’animo di chi la guarda, è l’osservatore che attraverso
la rievocazione emotivamente connotata inserisce l’immagine in un contesto di
altre immagini in massima parte non presenti nelle foto portate al lavoro, creando
così un insieme significativo. E’ l’insieme che è significativo, non la singola
immagine, così come nel linguaggio verbale è la frase che ha senso e dà
significato alle singole parole di cui è composta.
Il lavoro con le foto risulta
proficuo anche perchè le persone sono più esposte all’emergere del vissuto,
dell’esperienza accompagnata dalla sua connotazione emotiva e meno intensi sono
i meccanismi di evitamento. Le persone, infatti, non hanno coscienza di parlare
a sé stesse di sé stesse; paradossalmente, in un atteggiamento ingenuo, sono
fortemente presi dal parlare con le persone raffigurate in foto o dal narrare
allo psicoterapeuta ed ai componenti del gruppo eventi ‘esterni’ e relativi stati
d’animo personali. In questa situazione il controllo razionale è ridotto al
minimo ed è agevolato il fluire di una più ampia consapevolezza organismica
legata alla nuova esperienza emotivamente connotata: la narrazione.
L’atto del narrare è legato al
bisogno di raccontare chiedendo all’altro di rispecchiarci e di restituirci la
nostra unicità (A. Cavarero, 2001). E’ possibile sviluppare molteplici
narrazioni della propria vita a seconda di come intenzionalmente, anche se
inconsciamente, si sceglie di collegare gli eventi tra loro e gli eventi con le
emozioni; per questo ogni storia è diversa ogni volta che viene narrata (G. Salucci, 2006) ed ogni volta che cambia
l’ascoltatore (A. R.
Ravenna, 2005).
Diverso è il
contesto che si anima a partire dallo sguardo che cade casualmente su una foto piuttosto
che su più foto scelte e disposte personalmente da un individuo che
intenzionalmente ha deciso di fare un ‘viaggio’ nel suo passato in un contesto specifico
e con degli specifici ascoltatori. In questo lavoro si tratta di foto estremamente
personali: sono comunque foto intime prese dal cosiddetto ‘album di famiglia’ anche
se la persona non vi è ritratta. Sulle foto ‘pubbliche’ cade un altro tipo di
sguardo come sulle foto di altre persone, uno sguardo empatico che pur rievoca
esperienze personali ma mantenendo una distanza tra osservatore e osservato, distanza
adatta al com-prendere ed al com-patire come quando si osservano immagini di
guerra e di lutti evocanti dolori, disumanità ed impotenza. In ottica junghiana
(C. G. Jung, 1980) sono immagini che attivano archetipi, simboli condivisi da tutti gli umani che
strutturano l’inconscio collettivo, sono metafore che trasportano il
significato universale della sofferenza umana e che possiamo prendere con noi
(com-prendere) in quanto riconosciamo nell’altro la nostra personale esperienza,
ma, nello stesso tempo, sono immagini da cui possiamo restare distinti,
distanziati. Il riconoscimento empatico, proprio dell’attività psicoterapeutica,
dei partecipanti agevola il sorgere di riflessioni e di interrogativi che, se
riconosciuti ed espressi, ampliano l’esperienza. Il genogramma fotografico
amplifica questo effetto creando un intreccio di narrazioni sino ad una narrazione
finale con cui, a volte, questi lavori si concludono: la personale narrazione
metaforica del ‘viaggio’, di quelle giornate di lavoro (penultimo atto) e la
raccolta di parole significative per una narrazione collettiva (ultimo atto).
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