ANNA RITA RAVENNA

Psicologa, Psicoterapeuta, Didatta

Direttrice didattica Istituto Gestalt Firenze sede di Roma e Firenze

 

In collaborazione con

SIMONA IACOELLA

Psicologa, Psicoterapeuta

Il genogramma fotografico

 

INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia”, n°7, settembre-ottobre 2006, pagg. 18-27, Roma

  

 

La foto, ed il rapporto che gli individui e le famiglie hanno con essa, è variato nel tempo. All’inizio del ‘900 le persone avevano poche foto: il giorno del matrimonio, la partenza in divisa per il servizio militare, e, per i più abbienti, le foto di interi gruppi familiari in momenti particolarmente significativi dell’esistenza. Le persone si ponevano di fronte a queste foto innanzitutto in ‘contemplazione’ del fenomeno fotografico e poi dei contenuti specifici che assumevano il significato di punteggiatura rispetto alle storie narrate di fronte al camino, da sempre unico modo per trasmettere culture e miti familiari.

Con il migliorare dei livelli socio-economici e con lo sviluppo di tecnologie a più basso costo, si è raggiunta oggi una tale abbondanza di scatti per cui spesso le foto sono conservate in uno specifico cassetto ed anche poco ri-guardate rispetto alle rare, costose e preziose foto di una volta che venivano riposte con cura in eleganti album di famiglia sfogliati di frequente e con devozione. E in quello sfogliare, di solito in un momento particolare della relazione nonno/a-nipote, si dipanavano storie, emergevano brandelli di segreti che ad un tempo suscitavano curiosità e senso di appartenenza, paura e bisogno di distanziarsi, comunanza e familiarità, estraneità e disagio. L’avvento dei filmati ha modificato questo rapporto, il suono e le immagini che si susseguono legano di più al contenuto; il potere evocativo, così necessario per dare spessore alla fotografia, rischia di rimanere sullo sfondo, la persona è ‘chiamata’ al ricordo con temi e modalità differenti. Anche la diffusione del digitale ha modificato radicalmente il rapporto con la foto: consente di scattarla e di rivederla dopo pochi secondi per selezionarla e modificarla, sulla scia dei desideri del momento. In questo modo la foto non è più il testimone, a volte scomodo, di eventi il cui significato emerge di volta in volta dall’incontro con il suo osservatore, è piuttosto un artefatto volto a creare una realtà virtuale fondata sull’omissione di tutti quegli aspetti che risultano spiacevoli per la persona. Questo moderno e attivo controllo si aggiunge a quello legato al senso di possesso suggerito dalla foto possesso che dava l’opportunità di non mostrarla o di mostrarla solo a chi e quando si desidera.

 Queste nuove tecniche sottolineano, comunque, un elemento fondante il lavoro psicoterapeutico con le foto: il loro significato dipende da chi le osserva e dallo specifico momento esistenziale che la persona sta attraversando, la foto mostra in silenzio, lasciando emergere dallo sfondo solo ciò che l’osservatore è disposto a vedere.

Spesso la foto viene considerata un’immagine definita e limitata, significativa in sè, chiara ed esplicita, a volte banale e priva di significato, altre volte portatrice di significati molteplici; in effetti, pur nella sua semplicità, è un potente mezzo evocativo ricco di elementi colorati da sentimenti e da valori personali, da temi generazionali e da modelli relazionali che possono evocare ulteriori momenti esistenziali in una catena infinita di ricordi. L’immagine fissa un istante e quell’istante può avere ed avrà un numero infinito di significati ciascuno emergente in relazione al contesto in cui la foto viene ri-visitata, in relazione alla sequenza in cui viene inserito, al senso del processo auto ed eteronarrativo che la persona sta mettendo in atto.

            L’immagine evoca in modo molto più efficace delle parole che, per loro natura, tendono a definire anche ciò che definibile non è. Il silenzio della foto e la sua ambiguità possono s-velare molte informazioni celate nello sfondo dell’esistenza e che, al momento dell’osservazione, emergono in figura ampliando il flusso della consapevolezza ad aspetti rimasti confusi o inespressi. La foto porta con sé anche elementi di ambivalenza dovuti al fatto che, da una parte, è eterna, fissa l’istante ‘per sempre’ sottraendolo al passare del tempo, dall’altra invecchia, ingiallisce, si rovina, parla di persone che si sono trasformate, che non ci sono più: è uno dei più potenti testimoni della precarietà e della transitorietà dell’esistenza, del vivere nel tempo.

La foto può assumere a volte caratteristiche paradossali, può evocare affermazioni che vanno contro l’opinione corrente e suonano strane, inaspettate e quindi sorprendenti. A volte le presenze possono mettere in risalto delle assenze, ciò che c’è evoca ciò che è mancato. A volte la foto spinge l’osservatore a descrivere il contenuto usando il tempo presente anche se l’avvenimento appartiene chiaramente ad un tempo passato. La riattualizzazione dell’esperienza evoca emozioni che, a loro volta, funzionano da ponti per accedere e comunicare ulteriori sentimenti e ricordi.

 

In ambito psicoterapeutico è possibile un uso molteplice delle foto con modalità più o meno strutturate a seconda dell’approccio utilizzato. Nel modello che qui si propone, la foto ha valore in quanto oggetto metaforico che può aprire ad insight difficili da immaginare attraverso il solo uso della parola.

J. Weiser (2001) sottolinea come la foto documenti gli eventi ma non il loro significato  come questo possa essere attribuito solo dall’osservatore con un processo che rende visibile il flusso della vita il cui senso può emergere solo dal vissuto emotivo della persona che guarda: è la persona che nel guardare attribuisce significati e crea sensi che ritiene provengano dalla foto.

Tra gli autori che si sono occupati dell’argomento la Weiser ha descritto la ‘fototerapia’ come un sistema articolato di tecniche con un comune denominatore: è lo psicoterapeuta che chiede al suo cliente di portare in seduta le foto, esplorarle ed interagire con esse osservandole, dialogandovi insieme, lasciando sorgere interrogativi, ‘leggendo’ messaggi visivi e così via.

L’autrice propone cinque tecniche di fototerapia abbinate a cinque tipi di foto ed usate in varie combinazioni l’una con l’altra, anche in associazione con tecniche di arteterapia. Le foto possono essere scattate o create dal paziente: l’immagine è ottenuta sempre attraverso la macchina fotografica usata personalmente, anche per autoritratti (foto che le persone fanno a se stesse), o appropriandosi di scatti fatti da altre persone ritagliandoli da riviste o manipolando immagini al computer. Altre volte  si tratta di foto scattate al paziente da altre persone, sia quelle in cui ha posato volutamente che quelle fatte a sua insaputa, raccolti in album di famiglia o in altri tipi di collezioni di foto biografiche. L’autrice descrive anche una specifica tecnica che chiama ‘foto-proiezioni’ in cui il significato di qualsiasi foto è creato in primo luogo dall’osservatore durante il processo di percezione dell’immagine.

Nelle terapie relazionali si rileva l’uso della foto più nel lavoro con la coppia  che con l’intero nucleo familiare. Alcuni terapeuti, infatti, utilizzano le foto prese dagli album della famiglia di ciascun coniuge per aiutare ad evidenziare le differenze delle rispettive culture familiari, differenze che possono essere la base di contrasti tra i partner, come anche per osservare i pattern comportamentali e valori relazionali che si ripetono attraverso le generazioni.

L. Berman (1996) sottolinea che  l’uso delle foto sembra essere particolarmente proficuo nel lavoro psicoterapeutico con adulti con difficoltà comunicative e di apprendimento, nei contesti multiculturali, nel lavoro con le persone anziane che hanno bisogno di essere stimolate ad un recupero della memoria e allo sviluppo del dialogo con gli altri. L’autrice sottolinea inoltre l’importanza di lavorare attraverso le foto con bambini e adolescenti per aiutarli a trovare le parole per parlare di sé, narrare la propria ‘storia’ sviluppando e sostenendo la loro autostima. Nel libro sono riportate, inoltre, situazioni terapeutiche in cui si è rivelato utile l’uso di foto con persone con disturbi dell’alimentazione o in fase di lutto e di perdita (separazione, danno fisico, ecc.) e con i sopravvissuti ad esperienze traumatiche.

Partendo dall’assunto secondo cui le foto preferite di sé, del partner, dei figli e dei genitori sono significative nell’aiutare a comprendere i processi emozionali in atto nelle relazioni interpersonali più significative in ambito familiare, altri terapeuti (A. D. Entin, 2006) hanno utilizzato le foto per lavorare sull’immagine di sé, i disturbi alimentari, l’obesità, le problematiche sessuali. L’autore ha evidenziato, inoltre, come gli album fotografici rispecchino i ritmi generazionali nel ciclo di vita familiare, riflettendo sia pattern ricorrenti nelle relazioni interpersonali, sia il passaggio del tempo e l’organizzazione dello spazio.

Il genogramma fotografico in ottica fenomenologico-esistenziale

 

 

 

La famiglia è un sistema e segue le leggi dei sistemi in termini strutturali, funzionali e relazionali (G. Bateson, 1984; L. von Bertalanffy, 1971); può essere definita come un ‘sistema emozionale’, ossia un gruppo i cui componenti hanno sviluppato un’interdipendenza affettiva al di là dei legami biologici.

              La tecnica del genogramma è stato elaborata originariamente da M. Bowen fondandosi sullo studio di alberi genealogici di diverse famiglie ed evidenziando l’analogia di alcuni processi e di alcune caratteristiche familiari trasmesse da una generazione all’altra e definibili come modelli di base generalizzabili (M. Bowen, 1979).

Il genogramma è diventato uno strumento utilizzato in particolare nella terapia sistemico-relazionale al fine di descrivere la struttura della famiglia e collocare l’individuo nella storia familiare, includendo solitamente tre generazioni. Si tratta di descrivere le relazioni esistenti tra i componenti di un sistema familiare attraverso una serie di simboli condivisi (es. quadrato per uomini, cerchio per donne, ecc.), che consentano una visione immediata della struttura familiare. Nel caso in cui sia la persona stessa a disegnare il genogramma (piuttosto che il terapeuta mentre ne ascolta il racconto) acquistano valore rilevante altri elementi della grafica: colori usati, dimensione dei simboli, occupazione dello spazio grafico a disposizione, proporzione dello spazio occupato dai singoli componenti della famiglia, ecc..

Il genogramma, dunque, si differenzia dall’albero genealogico in quanto alla descrizione dei legami di parentela,  ed eventualmente di legami con altre persone particolarmente vicine al nucleo familiare, si aggiunge l’analisi di elementi relazionali emotivi ed affettivi. Nel disegnare il proprio genogramma la persona è invitata a descrivere non solo i rapporti di parentela o vicinanza, ma anche le relazioni affettive tra le persone rappresentate, le modalità di comunicazione tra esse, le somiglianze e le differenze, i miti ed i rituali, i modelli di funzionamento significativi che caratterizzano parti del sistema  rappresentate o il sistema nel suo insieme (A. Piermari et al., 2004).

L’uso di questo strumento ha articolato nel tempo un complesso percorso teorico ed esperienziale che consente oggi la valorizzazione di diversi livelli applicativi: il piano dei comportamenti messi in atto nell’’hic et nunc’ ed il piano diacronico della storia e dei suoi significati; la fenomenologia delle transazioni comunicative attuali ed i miti familiari; l’originalità dei singoli e le caratteristiche dei sistemi di appartenenza (L. Chianura, S. Iacoella, 2003).

Attraverso il genogramma è possibile evidenziare come le persone e i sistemi familiari portino con sé le radici dell’identità, costruite attraverso un processo di maturazione multigenerazione che coinvolge  la genetica, la cultura, la vita emozionale ed altri fattori individuali, relazionali e socio-affettivi. In quest’ottica l’individualità della persona emerge come ‘storia di relazioni’, per dirla con le parole del sommo poeta Virgilio ‘ciascuno patisce i propri Mani’ (citato in Montagano, Pazzagli, 1989).

L’individuo, tuttavia, pur essendo parte integrante di un sistema che lo trascende, ha in sé la possibilità di essere protagonista attivo della propria esistenza sia uscendo dagli automatismi caratteriali e intergenerazionali frutto di un precocissimo e vitale adattamento all’ambiente, sia assumendo su di sé la responsabilità del suo esistere, divenire, essere nel tempo, a partire da ciò che ‘gli altri hanno fatto di lui’, per citare J. P. Sartre.

Il genogramma fotografico consente di lavorare mantenendo un doppio focus: sul sistema e sul vissuto emozionale rievocato dall’immagine. In ottica fenomenologica individuo-percezione-oggetto sono tre aspetti di un unico fenomeno, il ‘fenomeno secondario’ secondo F. Brentano essendo il fenomeno primario inconoscibile in sé. Il fenomeno è il mondo che si rivela all’individuo attraverso i sensi, in maniera sempre diversa, perché diverse sono le situazioni in cui percepiamo cose e persone, e sempre diverse nel tempo le intenzioni che ci muovono. Il fenomeno, come mostra la Psicologia della Gestalt, è figlio dell’intenzione del percipiente’ (G. P. Quattrini 2002). Dando questo posto e valore all’intenzionalità, dove c’è un oggetto percepito la Gestalt procede alla ricerca dell’intenzione che l’ha costituito. Si tratta di risalire, attraverso il vissuto emotivo (fenomeno secondario), dall’evento percepito all’intenzione con la quale colui che percepisce rivolge il suo sguardo verso quel particolare aspetto del mondo che sembra essere l’oggetto di uno specifico atto percettivo. In quest’ottica la percezione non è considerata un processo associativo continuo bensì un atto creativo che procede per insiemi significativi che l’individuo cerca intenzionalmente di ‘concludere’ lasciando nello sfondo gli elementi inutili al processo e richiamando in primo piano (figura) gli elementi essenziali per completare la Gestalt. Osservare una foto, o una serie di foto, vuol dire dunque aprire un processo che mette insieme mondo presente, ricordi e fantasie per dar forma alle intenzioni dell’osservatore; la narrazione che ne deriva ha il potere di rivelare alla persona stessa aspetti della sua esistenza sino a quel momento rimasti inespressi.

            L’uso classico del genogramma ed il modo di lavorare con le foto che qui si propone hanno in comune la consapevolezza dell’importanza del contesto di provenienza anche se il primo lo utilizza spesso per una narrazione che agevola la raccolta di informazioni utili per costruire ipotesi e/o prescrivere comportamenti, mentre il secondo lo considera sfondo metaforico strutturante nessi significativi ed emotivamente connotati che danno spazio all’immaginazione ed agevolano la ricerca di senso. Le foto elicitano forti stimoli emotivi che a loro volta portano a narrazioni utili alla persona per dar senso ed integrare Gestalt incompiute con particolare riferimento alle dinamiche affettive familiari.

            In quanto gestaltisti si è interessati, quindi, non ad una via d’accesso all’inconscio alla ricerca di esperienze traumatiche del passato, ma piuttosto a dare impulso, energia alla dinamica figura/sfondo seguendo i bisogni organismici emergenti nel qui ed ora  secondo una gerarchia  altamente soggettiva. Alla persona diventano così accessibili nuovi aspetti dell’esistenza ed è per lei possibile costituire, ripristinare, energizzare quel ‘continuum di consapevolezza’ (non di coscienza) in cui trova fondamento la ‘saggezza’, la capacità di ogni organismo vivente di ricreare le condizioni fondamentali (‘autopoiesi’ H. Maturana e F. Varela, 1985) del suo esistere e le condizioni dello sviluppo e dell’espressione di quelle potenzialità creative che fanno di ogni esistenza umana un ‘unicum’. In quest’ottica lo psicoterapeuta aiuta ad entrare in contatto con il proprio vissuto emozionale ed a focalizzare l’attenzione per avvicinarsi all’esperienza, unico luogo di conoscenza concreta.

Il percorso gestaltico non mira a distinguere il falso sé dal vero sé, né a portare quest’ultimo alla luce eliminando espressioni di facciata e sorrisi per la macchina fotografica; lo psicoterapeuta non interpreta le foto attribuendogli significati che solo per la sua competenza professionale lui può conoscere: gli spazi, le mani, gli sguardi hanno senso solo se evocano emozioni in chi li guarda. La foto con la sua semplice presenza non solo è in grado di evocare immagini visive affettivamente connotate, ma anche di risvegliare il gusto, di far sentire odori e suoni e di rievocare sensazioni epidermiche. Tutto emerge calamitato dall’intenzione della persona di girovagare per quel paese ignoto che è la propria anima, la propria storia così come verrà espressa nella odierna narrazione.

            In questo lavoro, l’uso delle fotografie costituisce un particolare modo per far emergere il contesto familiare come sfondo consapevole dell’attualità della vita delle persone e consente di dare vita a differenti livelli e modalità narrative che trovano il loro incipit nella scelta di partecipare a un gruppo di questo tipo e alla preparazione più o meno inconscia per parteciparvi. La scelta delle fotografie da portare è già un primo livello di narrazione, la disposizione delle fotografie nel contesto di lavoro, la ‘lettura’ delle fotografie, i feedback degli altri partecipanti, tutte queste attività costituiscono una complessa narrazione, l’emergere di un patrimonio di esperienze che pian piano prendono vita, consistenza e senso.

            Non si può sapere quale stato d’animo suscita nella persona la lettura di un depliant che propone un workshop tematico sulla narrazione fotografica o un invito del conduttore a portare delle foto durante un percorso psicoterapeutico in gruppo o anche individuale. Né possiamo conoscere lo stato d’animo con il quale la persona cerca e sceglie le foto che porterà all’incontro. Quel che sappiamo è che arriva all’incontro di solito già carico di emozioni emergenti e con un numero più o meno ampio di fotografie  che, come indicato nella consegna, raffigurano lui e le persone importanti della sua vita.

            La prima indicazione è di lasciar cadere le foto con l’immagine volta verso il basso e poi di sedervisi accanto magari continuando a mescolarle e sfogliarle ancora per un po’, potendo vedere esclusivamente il retro della fotografia. Occorre poi un tempo per girare le fotografie lasciandole nello spazio dove sono, ma con l’immagine verso l’osservatore guardandole una per una ed entrando in contatto con ricordi sentimenti ed emozioni che ciascuna foto evoca.

            Una volta girate ed osservate tutte le foto è possibile con un movimento circolare delle mani sulle foto spostarle cambiandole di posto in modo da separarsi/allontanarsi/prendere un po’ le distanze dai ricordi appena emersi. Le persone dovranno essere disposte nello spazio in modo da avere alla loro destra ed alla loro sinistra sufficiente spazio per tenere le foto così sparpagliate ed avere anche la possibilità di costruire un patchwork con le foto (possibilmente su di un supporto semirigido che possa essere eventualmente spostato). Inizia ora la fase di narrazione a sé stesso, nel proprio intimo, della storia nel modo in cui emozioni e sentimenti la elicitano nel qui ed ora dell’attuale momento esistenziale. A questo punto, infatti, la persona riceve l’indicazione di disporre le foto in una maniera strutturata da un filo conduttore costituito unicamente dalle emozioni e dai ricordi che man mano si vanno dipanando nella sua anima. I frammenti di esistenza cristallizzati nelle ‘istantanee’ iniziano così a prendere voce non più come parole isolate ma in quanto parti di un incontro dialogico tra sé e sé stesso in un continuo gioco di proiezioni che dall’emergere di particolari e significanti ‘inediti’ porta da una foto ad un’altra attraverso l’emergere di nessi ed aspettative sino a quel momento sconosciuti.

            Durante il percorso, o quando la narrazione sembra terminata, lo sguardo d’insieme può suggerire qualche spostamento che rende il genogramma costruito più coerente con il senso che è andato emergendo durante il lavoro.

            Inizia, a questo punto, una nuova fase: la narrazione all’altro, allo psicoterapeuta/conduttore ed ai partecipanti, nel lavoro in gruppo. Nella fase della narrazione all’altro la ricostruzione si fa ‘storia’, non solo nel senso di un continuum più o meno lineare, ma anche come qualcosa che una volta affermato di fronte all’altro acquista esistenza autonoma non più cancellabile  in quanto fenomeno normativo per la propria esistenza (C. Larmore, 2006)

            L’esperienza interiore messa in parole di fronte a ‘testimoni’ diventa impegno, assunzione di responsabilità, oltre a fissare spunti e nuove prospettive ed integrarli in un orizzonte più ampio di significati rendendo visibile ciò che solo qualche attimo prima risultava invisibile.

La costruzione di un genogramma classico propone alla persona un percorso fondato su una struttura predeterminata in quanto riferita ad un modello teorico della famiglia e della sua struttura di base. Questo schema fa da premessa ed è la base degli stimoli che il terapeuta familiare propone e costituisce la trama, l’intreccio di base della narrazione. Nel genogramma fotografico non si parte né da un modello teorico né da una struttura ideale o da uno schema fisso per organizzare il materiale; è l’esperienza emotivamente connotata e contingentemente evocata che indirizza il percorso sin dal momento in cui la persona sceglie le foto da portare ad un incontro terapeutico.

Il genogramma fotografico non è una ricostruzione storica a differenza dell’autobiografia (D. Demetrio, 1996); quest’ultima tende a costruirsi intorno a momenti significativi costituenti i nodi intermedi di una rete la cui struttura rimane fissa con tutte le maglie al proprio posto. Le foto, al contrario, sono immagini che possono essere rilette da più angolature, entrano in relazione tra loro e formano trame diverse secondo le intenzioni attuali della persona. E il racconto si costituisce come un tutto dotato di senso nel momento in cui le fotografie vengono poste in un ordine che emerge autonomamente durante il lavoro senza che nulla la persona sappia in modo predeterminato. In questo lavoro si mescolano immaginario e realtà, si invertono dimensioni con la funzione di modificare fantasie e miti familiari cristallizzati nel tempo ed introiettati senza alcuna elaborazione personale.

Alcuni autori sostengono che le fotografie devono essere accompagnate da spiegazioni verbali che ne chiariscano il significato (L. Barman, 1997) lasciando trasparire che la parola ‘significato’  implica qualcosa di obbiettivo; si ribadisce che nel lavoro gestaltico non è così: il significato non è nella foto ma nell’animo di chi la guarda, è l’osservatore che attraverso la rievocazione emotivamente connotata inserisce l’immagine in un contesto di altre immagini in massima parte non presenti nelle foto portate al lavoro, creando così un insieme significativo. E’ l’insieme che è significativo, non la singola immagine, così come nel linguaggio verbale è la frase che ha senso e dà significato alle singole parole di cui è composta.

            Il lavoro con le foto risulta proficuo anche perchè le persone sono più esposte all’emergere del vissuto, dell’esperienza accompagnata dalla sua connotazione emotiva e meno intensi sono i meccanismi di evitamento. Le persone, infatti, non hanno coscienza di parlare a sé stesse di sé stesse; paradossalmente, in un atteggiamento ingenuo, sono fortemente presi dal parlare con le persone raffigurate in foto o dal narrare allo psicoterapeuta ed ai componenti del gruppo eventi ‘esterni’ e relativi stati d’animo personali. In questa situazione il controllo razionale è ridotto al minimo ed è agevolato il fluire di una più ampia consapevolezza organismica legata alla nuova esperienza emotivamente connotata: la narrazione.

            L’atto del narrare è legato al bisogno di raccontare chiedendo all’altro di rispecchiarci e di restituirci la nostra unicità (A. Cavarero, 2001). E’ possibile sviluppare molteplici narrazioni della propria vita a seconda di come intenzionalmente, anche se inconsciamente, si sceglie di collegare gli eventi tra loro e gli eventi con le emozioni; per questo ogni storia è diversa ogni volta che viene narrata  (G. Salucci, 2006) ed ogni volta che cambia l’ascoltatore (A. R. Ravenna, 2005).

Diverso è il contesto che si anima a partire dallo sguardo che cade casualmente su una foto piuttosto che su più foto scelte e disposte personalmente da un individuo che intenzionalmente ha deciso di fare un ‘viaggio’ nel suo passato in un contesto specifico e con degli specifici ascoltatori. In questo lavoro si tratta di foto estremamente personali: sono comunque foto intime prese dal cosiddetto ‘album di famiglia’ anche se la persona non vi è ritratta. Sulle foto ‘pubbliche’ cade un altro tipo di sguardo come sulle foto di altre persone, uno sguardo empatico che pur rievoca esperienze personali ma mantenendo una distanza tra osservatore e osservato, distanza adatta al com-prendere ed al com-patire come quando si osservano immagini di guerra e di lutti evocanti dolori, disumanità ed impotenza. In ottica junghiana (C. G. Jung, 1980) sono immagini che attivano archetipi,  simboli condivisi da tutti gli umani che strutturano l’inconscio collettivo, sono metafore che trasportano il significato universale della sofferenza umana e che possiamo prendere con noi (com-prendere) in quanto riconosciamo nell’altro la nostra personale esperienza, ma, nello stesso tempo, sono immagini da cui possiamo restare distinti, distanziati. Il riconoscimento empatico, proprio dell’attività psicoterapeutica, dei partecipanti agevola il sorgere di riflessioni e di interrogativi che, se riconosciuti ed espressi, ampliano l’esperienza. Il genogramma fotografico amplifica questo effetto creando un intreccio di narrazioni sino ad una narrazione finale con cui, a volte, questi lavori si concludono: la personale narrazione metaforica del ‘viaggio’, di quelle giornate di lavoro (penultimo atto) e la raccolta di parole significative per una narrazione collettiva (ultimo atto).

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA

-         Bateson G., Mente e natura, Adelphi, Milano, 1984

-         Berman L., La fototerapia in psicologia clinica. Metodi e applicazioni, Edizioni Erickson, Trento, 1997

-         Bertalanffy L. von, Teoria generale dei sistemi, Isedi, Milano, 1971

-         Bowen M., Dalla famiglia all’individuo, Astrolabio, Roma, 1979

-         Cavarero A., Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Feltrinelli, Milano, 2001

-         Chianura L., Iacoella S., Il genogramma: teatro della storia familiare, Informazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia’ n° 2, settembre - ottobre 2003, pagg. 44-49, ed. IGF. Roma

-         Demetrio D., Raccontarsi. L'autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996

-         Entin A.D., Perspectives and reflections of a senior psychologist, or Contributions to creativity to psychological balance and independent practice, http://www.division42.org/MembersArea, 2006

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-         Larmore C., Pratiche dell’io, Biblioteca Meltemi,Roma,  2006

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-         Montagano S., Pazzagli A., Il genogramma: teatro di alchimie familiari, Franco Angeli, Milano, 1989

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-         Ravenna A. R., Raccontami la tua storia: narrazione e appartenenza, Atti del Congresso ‘Ascolto e narrazione nella pratica psicoterapeutica’, Centro Nazionale per le Ricerche, Roma, 2005

-         Salucci G., L’uso terapeutico della narrazione. Co-costruzione di storie in psicoterapia della Gestalt, Tesi di specializzazione, Istituto Gestalt Firenze, Roma, 2006

-         Weiser J., Phototherapy techniques – Exploring the secrets of personal snapshots and family albums, 2001, www.phototherapy-centre.com

 

 

 


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