Teoria e pratica della scrittura creativa

a cura di Tullio De Mauro, Pietro Pedace e Annio Gioacchino Stasi.

Ed. Controluce, 1996, pp. 245, £ 20.000

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La biblioterapia è una pratica antichissima che ha trovato sostenitori da più parti, nell'ambito medico, letterario, psicologico, religioso e in quello della medicina popolare. Essa consiste ne "L'utlilizzo, in medicina, in psichiatria e orientamento, di letture selezionate, nella soluzione di problematiche personali attraverso la lettura guidata" (Webster's Int. Dict., 1976). Utilizzo della lettura ma anche della scrittura; e non solo in ambito terapeutico.

Eppure oggi riscontriamo raramente (e in modo non formalizzato), soprattutto in Italia, la pratica della biblioterapia, persino nell'area dell'arte-terapia. Infatti, seppure in molti viga la consapevolezza che intorno a un testo ruotino dinamiche in grado di mettere in moto vissuti di integrazione e di crescita di sé, sia dalla parte del lettore che dello scrittore, la fruizione di un libro spesso resta confinata nell'ambito di una dimensione puramente evasiva e intellettuale.

Il presente libro propone di uscire fuori da questi argini per proporre un insegnamento, o educazione, alla "creatività".

Il titolo di questo interessante libro avverte subito il lettore dell'argomento. In effetti il maggior pregio di questo volume ci sembra sia quello di introdurre (in modo informato e articolato) un tema poco conosciuto o di cui poco si è parlato, almeno in Italia. Offre così la possibilità, a un pubblico più vasto, di venire a conoscenza di una realtà che stà pian piano facendosi largo in vari settori disciplinari tra cui anche la psicologia, e cioè quello della "scrittura creativa". Nello specifico, il tema viene affrontato a partire da un'esperienza realizzata in un laboratorio universitario della Facoltà di Lettere e Filosofia presso la cattedra del prof. Tullio De Mauro. Ci sembra opportuno, prima di procedere a una breve presentazione dei contenuti, riportare la definizione di "scrittura creativa" che gli autori del libro offrono: «quella scrittura che si insegna e soprattutto si pratica nei laboratori, attraverso una metodologia nuova di apprendimento, sviluppo ed elaborazione della "creatività" -o meglio ancora (...) della formatività individuale» (Pedace, p. 36)

Nel libro convergono saggi e interventi di diversi autori (Tullio de Mauro, Pietro Pedace, Annio Gioacchino Stasi, Marco Bellocchio, Franco De Renzo, Massimo Fagioli, Emilio Garroni, Filippo La Porta, Lidia Ravera e Paolo Valesio), che ci prospettano il quadro relativo alla realtà dei laboratori di scrittura creativa, nel tentativo di definire una "pratica" che si sta lentamente consolidando sulla base dell'esperienza del laboratorio di scrittura creativa sopra menzionato, e su un pensare teorico e metodologico. A tale proposito troviamo, nella seconda sezione del libro, interviste condotte dagli organizzatori del laboratorio a scrittori e studiosi della letteratura; con i quali, nella propensione di unire dialetticamente pratica e teoria, sono stati affrontati vari temi (memoria, ricordo, percezione, etc.) con cui la scrittura è stata posta in relazione anche attingendo da contesti extra-letterari quali: cinema, filosofia, psicoanalisi.

In appendice, infine, è possibile leggere i racconti di alcuni partecipanti del laboratorio come esempio di ciò che il laboratorio ha prodotto praticamente.

Ma a nostro avviso, il miglior insegnamento che si può trarre da questo lavoro, è l'idea, spesso poco condivisa, che la scrittura letteraria possa essere effettivamente appresa. «Se in generale il luogo comune che "il talento non si può insegnare" è vero per la scrittura creativa come per qualunque altra pratica artistica, d'altra parte è altrettanto vero che la scuola può sempre aiutare a scoprire e a sviluppare un talento "naturale" non sufficientemente "educato"» (Pedace, pp.32-33).

Anche il contesto comunitario in cui l'attività si svolge offre una prospettiva nuova del fare scrittura, un fare che si emancipa dalla condizione solitaria per aprire il confronto, per ritrovare il coraggio della condivisione e dello scambio mentre si fa. «La solitudine dello scrittore dev'essere equilibrata dalla comunità della scrittura. (...) Il problema è, anche , quello del rapporto fra l'autocoscienza individuale e il riscatto di se stesso che un individuo può effettuare insieme agli altri» (P. Valesio, p. 152).

Ma se da una parte il rapporto individuo/comunità viene problematizzato da dinamiche che non si sottraggono a una attività essenzialmente vissuta come pratica solitaria e la cui esposizione pubblica richiede il coraggio di "lasciarsi guardare", la comunità consente soprattutto la disposizione di un contesto relazionale in cui il processo attivato del "farsi di un testo" crea lo spazio perché il processo possa dispiegarsi. L'atto della scrittura è generato da una predisposizione interna al comunicare, la cui comprensione avviene in un secondo momento, dopo che le componenti emotive e immaginative sono emerse in una forma linguistica.

Volendone quindi, in definitiva, assumere i consigli, le esperienze e gli elementi teorici che ne supportano la pratica, è possibile trarre da questo tema questioni che avvicinano i laboratori di "scrittura creativa", che si vanno sperimentando, a un discorso più prettamente psicologico. Di fatti, la scrittura può essere a buon diritto elevata a tecnologia del sé, come strumento che faciliti un'immersione mediata nei meandri delle proprie vicissitudini, un'acquisizione di auto-consapevolezza e maturazione.

Infatti, come viene sostenuto dagli stessi autori del libro, nell'ambito dei laboratori l'attenzione è principalmente rivolta al processo della scrittura più che alla qualità della scrittura stessa. L'attenzione al processo va dall'elaborazione di vissuti, emozioni, sensazioni ed esperienze, alla scoperta di un nuovo modo di guardarsi e di guardare; dalla riappropriazione di dimensioni quali il ricordo, la memoria, al ri-racconto di esperienze; dalla rieducazione a diverse forme di percezione e sensibilità al pensiero per immagini, alla trasformazione e reinvenzione di identità individuali e collettive; dalla preoccupazione e occupazione dell'essere in comune, all'esplorazione di sé nel luogo solitario del proprio immaginario-reale-simbolico.

Premettendo, quindi, che «Il modello del laboratorio di scrittura si presta ad applicazioni efficaci nel campo della psicologia e della pedagogia cognitiva, della psicoanalisi, del setting terapeutico e dell'"arte-terapia"» (Pedace, p. 57), prendiamo atto del fatto che «Si palesa quella strana dinamica per cui il narrare diviene una reazione a quel che ci accade, e questa reazione deve trovare il coraggio di proporre qualcosa che pur derivando dal rapporto con la realtà inventa, inventa un modo tanto vicino agli altri da essere riconoscibile, eppure tanto lontano, perché la quotidiana esistenza ne è priva» (Stasi, p. 73).

E' in questo senso che i laboratori ci sembra assumano inportanza in realazione a ciò che la psicologia si propone ai fini di uno sviluppo e di un potenziamento delle risorse umane, infatti: «La funzione fondamentale delle scuole di scrittura, (...) è di fornire sia agli allievi che ai "docenti" il contesto o le situazioni più adatte per fare concretamente una esperienza volta a scoprire e a sviluppare, al di là dei fini pratici immediati, la propria creatività» (p. 33).

JACQUELINE SCIANNELLA


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