La biblioterapia è una pratica antichissima
che ha trovato sostenitori da più parti, nell'ambito medico,
letterario, psicologico, religioso e in quello della medicina
popolare. Essa consiste ne "L'utlilizzo, in medicina, in
psichiatria e orientamento, di letture selezionate, nella soluzione
di problematiche personali attraverso la lettura guidata"
(Webster's Int. Dict., 1976). Utilizzo della lettura ma anche
della scrittura; e non solo in ambito terapeutico.
Eppure oggi riscontriamo raramente (e in modo non
formalizzato), soprattutto in Italia, la pratica della biblioterapia,
persino nell'area dell'arte-terapia. Infatti, seppure in
molti viga la consapevolezza che intorno a un testo ruotino dinamiche
in grado di mettere in moto vissuti di integrazione e di crescita
di sé, sia dalla parte del lettore che dello scrittore,
la fruizione di un libro spesso resta confinata nell'ambito di
una dimensione puramente evasiva e intellettuale.
Il presente libro propone di uscire fuori da questi
argini per proporre un insegnamento, o educazione, alla "creatività".
Il titolo di questo interessante libro avverte subito
il lettore dell'argomento. In effetti il maggior pregio di questo
volume ci sembra sia quello di introdurre (in modo informato e
articolato) un tema poco conosciuto o di cui poco si è
parlato, almeno in Italia. Offre così la possibilità,
a un pubblico più vasto, di venire a conoscenza di una
realtà che stà pian piano facendosi largo in vari
settori disciplinari tra cui anche la psicologia, e cioè
quello della "scrittura creativa". Nello specifico,
il tema viene affrontato a partire da un'esperienza realizzata
in un laboratorio universitario della Facoltà di Lettere
e Filosofia presso la cattedra del prof. Tullio De Mauro. Ci sembra
opportuno, prima di procedere a una breve presentazione dei contenuti,
riportare la definizione di "scrittura creativa" che
gli autori del libro offrono: «quella scrittura che si insegna
e soprattutto si pratica nei laboratori, attraverso una
metodologia nuova di apprendimento, sviluppo ed elaborazione della
"creatività" -o meglio ancora (...) della formatività
individuale» (Pedace, p. 36)
Nel libro convergono saggi e interventi di diversi
autori (Tullio de Mauro, Pietro Pedace, Annio Gioacchino Stasi,
Marco Bellocchio, Franco De Renzo, Massimo Fagioli, Emilio Garroni,
Filippo La Porta, Lidia Ravera e Paolo Valesio), che ci prospettano
il quadro relativo alla realtà dei laboratori di scrittura
creativa, nel tentativo di definire una "pratica" che
si sta lentamente consolidando sulla base dell'esperienza del
laboratorio di scrittura creativa sopra menzionato, e su un pensare
teorico e metodologico. A tale proposito troviamo, nella seconda
sezione del libro, interviste condotte dagli organizzatori del
laboratorio a scrittori e studiosi della letteratura; con i quali,
nella propensione di unire dialetticamente pratica e teoria, sono
stati affrontati vari temi (memoria, ricordo, percezione, etc.)
con cui la scrittura è stata posta in relazione anche attingendo
da contesti extra-letterari quali: cinema, filosofia, psicoanalisi.
In appendice, infine, è possibile leggere
i racconti di alcuni partecipanti del laboratorio come esempio
di ciò che il laboratorio ha prodotto praticamente.
Ma a nostro avviso, il miglior insegnamento che si
può trarre da questo lavoro, è l'idea, spesso poco
condivisa, che la scrittura letteraria possa essere effettivamente
appresa. «Se in generale il luogo comune che "il talento
non si può insegnare" è vero per la scrittura
creativa come per qualunque altra pratica artistica, d'altra parte
è altrettanto vero che la scuola può sempre aiutare
a scoprire e a sviluppare un talento "naturale" non
sufficientemente "educato"» (Pedace, pp.32-33).
Anche il contesto comunitario in cui l'attività
si svolge offre una prospettiva nuova del fare scrittura, un fare
che si emancipa dalla condizione solitaria per aprire il confronto,
per ritrovare il coraggio della condivisione e dello scambio mentre
si fa. «La solitudine dello scrittore dev'essere equilibrata
dalla comunità della scrittura. (...) Il problema è,
anche , quello del rapporto fra l'autocoscienza individuale e
il riscatto di se stesso che un individuo può effettuare
insieme agli altri» (P. Valesio, p. 152).
Ma se da una parte il rapporto individuo/comunità
viene problematizzato da dinamiche che non si sottraggono a una
attività essenzialmente vissuta come pratica solitaria
e la cui esposizione pubblica richiede il coraggio di "lasciarsi
guardare", la comunità consente soprattutto la disposizione
di un contesto relazionale in cui il processo attivato del "farsi
di un testo" crea lo spazio perché il processo possa
dispiegarsi. L'atto della scrittura è generato da una predisposizione
interna al comunicare, la cui comprensione avviene in un secondo
momento, dopo che le componenti emotive e immaginative sono emerse
in una forma linguistica.
Volendone quindi, in definitiva, assumere i consigli,
le esperienze e gli elementi teorici che ne supportano la pratica,
è possibile trarre da questo tema questioni che avvicinano
i laboratori di "scrittura creativa", che si vanno sperimentando,
a un discorso più prettamente psicologico. Di fatti, la
scrittura può essere a buon diritto elevata a tecnologia
del sé, come strumento che faciliti un'immersione mediata
nei meandri delle proprie vicissitudini, un'acquisizione di auto-consapevolezza
e maturazione.
Infatti, come viene sostenuto dagli stessi autori
del libro, nell'ambito dei laboratori l'attenzione è principalmente
rivolta al processo della scrittura più che alla qualità
della scrittura stessa. L'attenzione al processo va dall'elaborazione
di vissuti, emozioni, sensazioni ed esperienze, alla scoperta
di un nuovo modo di guardarsi e di guardare; dalla riappropriazione
di dimensioni quali il ricordo, la memoria, al ri-racconto di
esperienze; dalla rieducazione a diverse forme di percezione e
sensibilità al pensiero per immagini, alla trasformazione
e reinvenzione di identità individuali e collettive; dalla
preoccupazione e occupazione dell'essere in comune, all'esplorazione
di sé nel luogo solitario del proprio immaginario-reale-simbolico.
Premettendo, quindi, che «Il modello del laboratorio
di scrittura si presta ad applicazioni efficaci nel campo della
psicologia e della pedagogia cognitiva, della psicoanalisi, del
setting terapeutico e dell'"arte-terapia"» (Pedace,
p. 57), prendiamo atto del fatto che «Si palesa quella strana
dinamica per cui il narrare diviene una reazione a quel che ci
accade, e questa reazione deve trovare il coraggio di proporre
qualcosa che pur derivando dal rapporto con la realtà inventa,
inventa un modo tanto vicino agli altri da essere riconoscibile,
eppure tanto lontano, perché la quotidiana esistenza ne
è priva» (Stasi, p. 73).
E' in questo senso che i laboratori ci sembra assumano
inportanza in realazione a ciò che la psicologia si propone
ai fini di uno sviluppo e di un potenziamento delle risorse umane,
infatti: «La funzione fondamentale delle scuole di scrittura,
(...) è di fornire sia agli allievi che ai "docenti"
il contesto o le situazioni più adatte per fare concretamente
una esperienza volta a scoprire e a sviluppare, al di là
dei fini pratici immediati, la propria creatività»
(p. 33).
JACQUELINE SCIANNELLA