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Oliviero Rossi Psicologo, psicoterapeuta
"INfomazione Psicologia Psicoterapia Psichiatria", n° 32-33,settembre 1997-aprile 1998, pagg. 48-61, Roma
Ogni approccio psicoterapeutico prevede più o meno esplicitamente l’utilizzazione dell’attenzione e della consapevolezza: a) da parte del terapeuta come "strumento" sia di intervento sia di monitoraggio di quello che accade a se stesso e al paziente durante la relazione terapeutica;La Psicoterapia della Gestalt pur non avendo sviluppato una teoria organica sull’attenzione e sulla consapevolezza vi ha costantemente fatto riferimento, creando esercizi per il loro sviluppo e utilizzandole attivamente come mezzo per la crescita dell’individuo nel processo terapeutico. *** Una definizione operativa dell’attenzione può essere fatta descrivendo gli aspetti caratteristici di questo processo in rapporto all’oggetto focalizzato. E’ possibile individuarne tre: a) il primo si rapporta alla distribuzione dell’attenzione, che può essere focalizzata su alcuni stimoli, oppure diffusa e globale;Una descrizione dinamica di questo processo ci viene dal lavoro di Kathleen Speeth sull’attenzione in psicoterapia.(Speeth, 1982, pp. 121-132) L’autrice propone due rappresentazioni grafiche: la prima riguarda la direzione dell’attenzione verso i processi interni ed esterni.
Il terapeuta cerca di mantenere
l’attenzione vigile in ambedue le direzioni, assecondando un processo naturale
che nasce dalla necessità della mente di auto-osservarsi e da cui
deriva la capacità di percepire con consapevolezza l’oggetto dell’attenzione,
esterno o interno che sia.
La consapevolezza è al
vertice di un processo in cui l’attenzione si sposta lungo un continuum
che va dal particolare al generale. L’attenzione psicoterapeutica ottimale
è quindi quella che fluttua liberamente tra l’interno e l’esterno
e che può assumere diversi gradi di focalizzazione.
Come le terapie esistenziali
in generale, la terapia gestaltica è comunemente considerata un
approccio umanistico, non considerando che le sue caratteristiche più
specifiche sono transpersonali. Infatti la terapia della Gestalt può
senz’altro inseririrsi nell’area della psicologia transpersonale per il
particolare significato che dà allo spostamento dell’attenzione
dai contenuti mentali alla consapevolezza in se stessa. Si può dire
che la Gestalt ha sviluppato la sua pratica terapeutica restaurando la
capacità di utilizzare l’attenzione/consapevolezza come strumento
principale per promuovere lo sviluppo personale.
... l’attenzione
è molto più che un mezzo per scoprire qualcosa, l’attenzione
è un fattore di sanità in se stesso. Si può dire che
la Gestalt ha la pretesa di restaurare la capacità di attenzione,
la capacità di stare nel qui e ora, che non è stare
qui ed ora per capire qualcosa del passato, ma piuttosto di capire ‘a volte’
qualcosa del passato per poter stare qui ed ora. E’ fine a se stessa, è
come un diritto, qualcosa che appartiene alla salute e che merita di essere
restituito all’uomo. (Ferrara A., Roma, 1994, pag. 5)
1) notate un sentimento
intenso e/o doloroso verso una persona o un avvenimento [...] Oppure un
sintomo nevrotico suscitato da quella persona: ansia, depressione, o un
pensiero ossessivo che sono tutti e tre coperture per una emozione nascosta;
o sintomi fisici: segni di tensione o sintomi psicosomatici.
a) dite ad alta voce i pensieri di entrambe le persone più francamente di quanto sia possibile nella vita reale;3)... il vissuto emerso nella fase precedente può essere utilizzato per rievocare figure più significative ... chiedendo ad esempio: "chi ha fatto questo a chi?", oppure: "se dietro a quella persona tu potessi vederne un’altra chi sarebbe?". Continuate il dialogo con quella/e persone della vostra vita presente e/o passata. E’ utile durante questa fase dell’esercizio fare la spola tra presente e passato... 4) ... trovate dentro di voi le parti della vostra personalità che tradiscono lo stile dei personaggi precedenti, e sostituitele. Di nuovo svolgete la sequenza a) b) c) d) fino al raffreddarsi dei sentimenti che si sono accesi.... 5) ... prendete consapevolezza del conflitto interiore, dell’impasse consapevole raggiunto o del compromesso fra le forze in campo che ora è possibile contrattare...(Schiffman, Roma, 1987 pag. 33-34) Il modello di intervento gestaltico
fin qui delineato, è costruito in funzione della conversione dell’attenzione
verso di sé e tende, attraverso l’acquisizione di zone di consapevolezza
sempre più ampie, al recupero della presenza e della responsabilità
del paziente. All’interno del rapporto intrapersonale e interpersonale
che ha luogo nel presente del setting terapeutico, il cliente impara a
utilizzare un atteggiamento mentale simile a quello che caratterizza certe
fasi meditative, come ad esempio, lo stato di coscienza del "Testimone".
Esso è descritto come il livello nel quale l’attenzione si rivolge
verso i contenuti della propria coscienza in modo "vigile e presente, libero
da punti di vista e pensieri discriminanti, come se il soggetto meditante
fosse un puro spettatore".(Goleman. Milano 1982, pag. 104).
Agli effetti dell’auto-osservazione con l’attenzione concentrata, è vantaggioso che il paziente prenda una posizione riposante e che chiuda gli occhi, egli deve essere istruito esplicitamente affinché rinunci al criticismo delle formazioni del pensiero che egli potrebbe percepire. Inoltre, bisogna riferirgli che il successo della psicoanalisi dipende dal fatto che egli nota e comunica qualunque cosa gli passi per la mente e che non deve sopprimere un concetto perché apparentemente può sembrargli poco importante o irrilevante rispetto al soggetto stesso o a qualunque altra persona. Egli deve mantenere un’assoluta imparzialità rispettando le proprie idee. (Freud, 1900).[...] L’attenzione panoramica, libera da preconcetti, è la controparte terapeutica della libera associazione di pensiero del paziente. Idealmente, in analisi i partecipanti sono sia flessibili sia spontanei e notano qualunque cosa accada loro; uno è espressivo, l’altro è recettivo.(Speeth, op. cit. pagg. 128-130) *** Il setting gestaltico nel quale il qui e ora della relazione terapeutica si sviluppa, offre l’occasione al cliente per sperimentarsi in modalità relazionali "Io-Tu" con il terapeuta, che ospitano i suoi dinamismi intra ed interpersonali, permettendo la ristrutturazione cognitiva ed emotiva del comportamento attraverso le condotte giocate nella relazione. Il comportamento acquista lo spessore di "modalità di esistere" e l’esistenza si svela nella sua ovvietà di essere quello che è: Nessun individuo è autosufficiente; l’individuo può esistere soltanto in un campo ambientale. L’individuo è inevitabilmente, in ogni momento, parte di qualche campo. Il suo comportamento è una funzione del campo totale, che comprende sia lui che l’ambiente. La natura del rapporto tra lui e il suo ambiente determina il comportamento dell’essere umano. […] L’ambiente non crea l’individuo, e neanche l’individuo crea l’ambiente. Ciascuno è quel che è, ciascuno ha il proprio carattere particolare, grazie al suo rapporto con l’altro e con l’intero campo. […] Lo studio del modo in cui funziona l’essere umano nel suo ambiente è lo studio di cosa accade al confine del contatto tra l’individuo e il suo ambiente. È a questo confine di contatto che hanno luogo gli eventi psicologici. I nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro comportamento, e le nostre emozioni, costituiscono il nostro modo di sperimentare ed affrontare questi eventi di confine.(Perls, Roma, 1977, pag. 27) Per entrare nel vivo dell’argomento è necessario, quindi, considerare il modo con il quale l’organismo con le sue tre zone di esperienza — l’interiore, l’esteriore e l’intermedia — entra in contatto con l’ambiente. I processi che accadono in ogni zona e le interazioni tra le zone determinano i livelli funzionali dell’individuo nell’ambiente e lo sviluppo della personalità. 1) La zona interiore include l’esperienza di tutto quanto accade nel corpo Questa zona include umore, emozioni, stimoli propriocettivi; ad un livello che precede la comprensione dei loro rapporti causa-effetto (ad es. la sensazione allo stomaco che precede la sua traduzione nella concettualizzazione di avere fame).Qualsiasi contatto attraverso i sensi con qualcosa di esterno all’individuo è esperienza della zona esterna e i sentimenti che nascono all’interno dell’individuo costituiscono esperienze della zona interna. Spesso facciamo confusione credendo che quanto noi pensiamo riguardo a una esperienza, interiore o esteriore che sia, sia necessariamente parte di quella esperienza stessa. Non è così. L’esperienza interiore, o esteriore, é immediatamente spontanea sensazione o contatto. L’esperienza della zona intermedia non è né una sensazione né un contatto, e nemmeno qualcosa di immediato e spontaneo. La mancanza di chiarezza nella discriminazione di queste zone porta alla confusione tra fantasia e realtà. L’opposto polare del contatto ambientale è il "ritiro", che non significa perdita di contatto ma trasferimento del contatto dall’ambiente ai processi interni. Il ritmo dei processi percettivi di un individuo si snoda quindi in un flusso costante di contatto/ritiro e di coscienza tra le tre zone: contatto attraverso i sensi con l’ambiente, poi ritiro nelle zone interne dell’esperienza e infine coscienza della zona media.(Cfr. Van de Riet, Korb, Gorrell, New York, 1980, pag.41 - 43) Nell’interazione fra organismo e ambiente la struttura del campo tende verso la configurazione più semplice. La difficoltà a chiudere questo processo determina uno sfasamento, nel tempo, fra la gestalt presente e quella verso cui tende l’organismo. In diverse circostanze, infatti, si verifica l’insorgere di bisogni che esigono un differimento nel tempo per il loro soddisfacimento: l’interazione tra organismo e ambiente è allora rappresentata simbolicamente spostando, così, il confine del contatto all’interno dell’organismo. Lo spostamento all’interno e la ristrutturazione simbolica del campo organismo/ambiente produce l’emergere da un lato del senso d’identità e dall’altro dell’immagine noetica della meta, dando così vita al dualismo Io/oggetto inerente alla coscienza. La coscienza quindi ha la funzione di favorire la chiusura della Gestalt attraverso un’azione, nel caso in cui ve ne sia bisogno e possibilità, oppure, nel caso di frustrazioni o sensazioni di minaccia, attraverso allucinazioni, sogni, pensieri ossessivi.(Cfr. Perls, Hefferline, Goodman, op. cit. capitolo 10, pagg. 388-399) Quando l’organismo raggiunge una certa consuetudine con determinate condizioni di esistenza e di relazione con l’ambiente, alcune o molte delle sue funzioni passano al di sotto della soglia della coscienza, diventano delle funzioni di base, le quali si ripropongono costantemente senza più bisogno di controllo cosciente e determinano altre funzioni specifiche. Questo diviene lo sfondo che sorregge l'identità intesa come figura emergente. La mancanza di consapevolezza, in questo contesto, è vista come una condotta di evitamento controllata dalla mancata accettazione, da parte dell’individuo, di alcune esperienze personali o aspetti del comportamento non ritenute conformi all’ideale dell'Io. In altri termini, le risposte verbali, i modi di agire e le modalità abituali di percepire ed organizzare il sistema di credenze guidano verso ciò che all’individuo sembra un fine positivo: il mantenimento delle convinzioni esistenti sul proprio Io. Il proprio sistema di credenze diviene nella mente il "destino" poiché l’identificazione con esso dà vita al sistema di strutture che orienta le scelte dell’individuo e lo àncora a un carattere. La P.d.G. interrompe i copioni comportamentali usuali e ripetitivi dell’individuo. Guardando al comportamento come manifestazione verso l’esterno delle percezioni che gli individui hanno di se stessi e del proprio mondo, è possibile favorire la crescita o la ristrutturazione terapeutica della personalità, promuovendo la consapevolezza di sé nel mondo attraverso la riconversione dell’attenzione. Non appena l’attenzione viene diretta verso la consapevolezza dell’azione, del pensiero, delle intenzioni e dei desideri, le persone recuperano la loro "presenza" che rende di nuovo possibile assunzione di responsabilità e scelte personali. Lo psicoterapeuta della Gestalt dirige l’attenzione del cliente verso quelle sequenze del comportamento che sembrano contenere vissuti estromessi dalla sua coscienza. Quando il paziente diventa consapevole di un comportamento significativo da lui relegato nella sfera dell’inconsapevole può iniziare il processo di chiusura delle gestalten inconcluse rendendo di nuovo dinamico il campo. La P.d.G. ha poco interesse a favorire gli insights soltanto intellettuali che spesso hanno l’unico effetto di rinforzare il comportamento esistente, ma spinge invece il paziente a riesperire una serie di comportamenti: rivivere un comportamento durante la seduta significa, infatti, riportarlo in superficie e prenderne coscienza. Il terapeuta spinge l’individuo a divenire consapevole del blocco d’espressione di sentimenti, pensieri e azione; offre al nevrotico, che per definizione è un essere cieco all’ovvio, continue occasioni per riacquistare l’uso dei propri occhi. *** Il lavoro gestaltico può
essere utilizzato come ponte per lo sviluppo di una coscienza transpersonale
proprio nella sua modalità di integrazione della personalità.
Prendiamo in esame il classico lavoro della sedia vuota (vedi quadro 2):
il dialogo nel quale le parti di sé in conflitto
interagiscono permette, oltre a promuoverne l’incontro e la possibilità
di una loro integrazione, anche l’apprendimento ad utilizzare l’attenzione/consapevolezza
in una forma simile al modo nel quale viene usata al livello di coscienza
del "Testimone". L’osservazione di sé nel proprio divenire rende
necessaria una operazione di distanziamento da quegli stati di identità
che nel lavoro di drammatizzazione esplicitano il copione di vita nel quale
sono strutturati.
facendo emergere gli opposti e concedendo all’ombra la possibilità di esprimersi, arriviamo infine ad estendere la nostra identità e la nostra responsabilità a tutti gli aspetti della psiche, e dunque non solo ad una persona impoverita. In tal modo, la scissione tra persona ed Ombra risulta ‘integrata e risanata’, ed è possibile sviluppare spontaneamente un’auto-immagine unitaria, accurata e perciò accettabile; una precisa raffigurazione mentale della totalità psicosomatica del proprio organismo. La psiche recupera la sua integrità e dal Livello dell’Ombra si passa a quello Egoico. (ivi, pag. 252) ma permette — ovviamente solo quando il livello di intervento è possibile centrarlo più che sulla richiesta di "cura di una patologia" sul desiderio di "cura di sé"8— di dirigere la propria attenzione/consapevolezza anche su quell’io osservatore che si instaura nello stato di coscienza del "Testimone" ed allora applicando la coscienza-testimone a tutto ciò che è stato utilizzato per definire l’identità personale, tutto ciò con cui ci si è identificati, a poco a poco, attraverso l’opposto processo di autodistanziamento e di dis-identificazione, lasciando andare, abbandonando, sacrificando ciò che è me e non è me, l’io convenzionale viene progressivamente scalzato e della nostra personalità, che ha attraversato emozioni, pensieri, relazioni che non esistono più, resta la pura soggettività dell’osservare, di cui non può più darsi proprietà, che nasce in me ed è più di me.(Venturini Assisi, 1995, pag.217) Durante questa operazione, quindi, l’"Identità" si stempera in "una" identità che rende manifesto il fatto che l’Io è una struttura relazionale definita dall’interazione con un Tu. Il mondo ha per l’uomo due volti,
secondo il suo duplice atteggiamento.
Questo lavoro che attraversa le dinamiche polari della realtà quotidiana amplificandole, rovesciandole, indossandole per poi integrarle in una consapevolezza capace di osservarle potendosene anche distanziare, rimanda alla richiesta del "senso": "chi sono io?". La considerazione
dei ruoli e delle varie maschere sociali che indosso mi hanno mostrato
che sono uno, nessuno, centomila. Sono certamente un io anagrafico, abbastanza
semplice, e un io biografico, più o meno complesso, ma se continuo
a interrogarmi nel tentativo di rispondere al vero significato della domanda,
cercando di definire la mia identità in rapporto all’assoluto e
tentando un livello di reintegrazione con la realtà ultima, per
essere veramente me stesso, dovrò perdere me stesso, uscire dal
biografico personale, autotrascendermi, farmi transpersonale. […] La consapevolezza
umana, nelle diverse espressioni della filosofia perenne, è concorde
sulla necessità di "portare in campo l’infinito" per rispondere
alla domanda di senso. I due momenti in cui si articola una possibile risposta
alla domanda di senso possono pertanto venire individuati nell’autotrascendenza
e nell’ancoraggio all’infinito (Venturini, op. cit., pp.203)
*** Alcune tecniche di intervento.
Porre l’accento su alcune tecniche
che modulano l’attenzione/consapevolezza verso se stessi evidenzia come
il buon esito di una psicoterapia dipenda da quanto paziente e terapeuta
sanno auto-osservarsi mentre si instaura il "noi" del setting terapeutico.
Tecniche ed esercizi usati nella Gestalt non sono strumenti terapeutici
ideati esclusivamente per le persone affette da disturbi psichici e non
sono quindi paragonabili alle tecniche psicoterapeutiche che hanno lo scopo
di trattare i sintomi e le condizioni patologiche (in concorrenza con farmaci
e altri possibili rimedi). Quelle usate dalla Gestalt sono tecniche già
in se stesse espressione per quanto semplificata e schematizzata, di un
funzionamento sano della persona.
Amplificazione
Semplicemente si chiede di accentuare
quello che si sta già facendo, secondo il principio della autoregolazione
organismica, per cui uno sbilanciamento in un verso tende ad essere compensato
poi nell’altro. Se la persona non è in contatto con la propria esperienza
l’amplificazione di un gesto, di un suono, frase o altro permette il contatto
con il vissuto emotivo inconsapevole racchiuso in quel comportamento.
Rovesciamento
È l’applicazione del dinamismo gestaltico figura/sfondo, con l’ausilio dell’immaginazione si esplora la possibilità di esperienze diverse da quelle abituali. È inoltre utile per individuare le polarità dinamiche della propria personalità per poi promuoverne l’incontro (ad es. utilizzando la "sedia vuota") e la possibile integrazione. […] Ogni medaglia ha due facce. Ci sono due facce anche in te. Le polarità sono le due facce della tua medaglia. Se sei consapevole di danneggiarti e ti identifichi con la parte lesa, questa è una faccia della medaglia. Oppure, puoi essere consapevole di danneggiare qualcun altro, ma non essere in contatto con la parte di te che è stata danneggiata. Se sei consapevole di una parte di te che si sente umiliata, c’è anche una parte di te che umilia. Se sei un tipo umile e modesto, l’altro lato della medaglia di solito è l’arroganza, il sentimento di onnipotenza. Entrando in contatto con ambedue i lati della polarità, specie con la parte con cui abitualmente non ti identifichi è possibile una integrazione, una ricomposizione. Per raggiungere una integrazione, un equilibrio, bisogna che impari a conoscere ambedue le facce della tua medaglia.(Simkin Roma 1978 pag. 56) Un esempio di questo è il seguente esercizio: […] Distenditi
e trova una posizione comoda chiudi i tuoi occhi e lasciati andare. Vedi
se puoi rilassarti dalle tue tensioni e sistema il tuo corpo in un modo
più comodo per te. Polarizza l’attenzione sul tuo respiro e continua
a rilassarti mentre io ti, parlo. Noi tutti tendiamo a costruirci un’immagine
di come le cose sono... un’immagine di noi stessi, ma é una fantasia.
Sono sempre aspetti di noi stessi che non corrispondono a questa immagine.
Finché vi rimaniamo attaccati restringiamo e indeboliamo noi stessi.
[…] Se puoi lasciar stare almeno per un po’ la tua idea di quello che pensi
di essere hai la possibilità di scoprire qualcosa in più
di quello che attualmente conosci di te stesso […] Focalizza l’attenzione
sulla tua respirazione. Divieni consapevole di tutti i dettagli della tua
respirazione. Senti l’aria che si muove attraverso il tuo naso o la tua
bocca. Sentila muovere giù nella tua gola e dentro i tuoi polmoni.
Nota come il torace e lo stomaco si espandono e si contraggono dolcemente.
Sii consapevole di qualunque altra cosa che sperimenti nel tuo corpo mentre
respiri. Immagina ora che invece di essere tu a respirare l’aria sia l’aria
che respira te. Immagina che l’aria si muova lentamente dentro i tuoi polmoni
e che poi lentamente si ritiri. Non devi fare niente altro che questo.
L’aria sta eseguendo la respirazione per te. Sperimenta questo per qualche
momento. […] Ora immagina che il tuo sesso cambi. Se sei un maschio, ora
diventi una femmina, se sei una femmina ora sei un maschio. Porta l’attenzione
sul tuo corpo. Diventa consapevole di questo tuo nuovo corpo e in particolare
delle parti che hai cambiato. (Se non vuoi fare questo esperimento, va
bene, ma non dire a te stesso: "io non posso fare questo", ma piuttosto
di "io non voglio fare questo", e poi aggiungi qualunque parola ti venga
in mente. In questo modo puoi farti un’idea di quello che stai evitando
non facendo questo esercizio.) Come ti senti nel tuo nuovo corpo? È
diversa la tua vita ora? Cosa avverti di diverso ora che il tuo sesso è
cambiato? Continua ad esplorare la tua esperienza di essere di sesso opposto
per un momento. Ora cambia di nuovo ed entra in contatto con il tuo corpo
e con il tuo sesso reale, paragona l’esperienza di essere te stesso con
l’essere dell’altro sesso. Cosa hai sperimentato di nuovo nell’altro sesso
rispetto la tua esperienza di ora? Erano esperienze piacevoli o spiacevoli.
Continua a esplorare la tua esperienza ancora per un po’. (Stevens, 1971,
pag. 63)
Completamento La Psicoterapia della Gestalt focalizza l’attenzione su ciò che risulta mancante nell’esperienza di sé: la parte mancante, omessa, negata o bloccata è quella che permette una volta reintegrata nella coscienza alla Gestalt di chiudersi. Attraverso l’esplorazione della esperienza omessa, utilizzando l’immaginazione o il role playing, la persona diviene in grado di capire ciò che manca in se stessa o nella situazione che vive. Questa modalità di intervento è alla base del processo che permette di risalire dal desiderio di superficie (apparente in quanto risulta insaziabile) al "vero bisogno" negato. In modo simile si può contattare l’emozione "sottostante", nascosta da un vissuto emotivo dilagante, "fissato" o arbitrario. Ci sono due modi per porre fine a una situazione e raggiungere un completamento. Il primo modo è quello della semplice consapevolezza. L’altro è la saturazione, il continuare fino a quando ci si sente sazi, completati, finiti. Quando un certo numero di situazioni giungono a un completamento naturale, quello che in termini organismici si dice "una buona Gestalt", il completamento ha avuto luogo e tutto va a posto. [...] A volte il completamento non avviene. Tutte le psicoterapie, da quelle psicoanalitiche a quelle pavloviane , tendono al completamento, a finire la situazione. Il punto è "come si fa"? A volte la consapevolezza è sufficiente e non si rende necessario fare qualcosa deliberatamente, volontaristicamente, in modo programmato. Ma se la consapevolezza non basta, esaminate la situazione, esaminatela da tutte le parti, esaminatela ancora, e saturandola la completerete.(Simkin, op. cit. pag. 79) Una tecnica che rende operativo quanto detto è applicabile ad esempio nel lavoro sul sogno in una situazione di gruppo: il paziente ricostruisce la scena inconclusa del sogno, la non conclusione è spesso segnalata da un vissuto emotivo sgradevole o semplicemente dal fatto che quel sogno, quelle emozioni occupano la mente. La ricostruzione viene effettuata utilizzando tutti i partecipanti del gruppo i quali diventano le varie parti del sogno, dagli oggetti ai personaggi. Il sognatore ripete la scena onirica più e più volte fino a quando il suo vissuto emotivo muta permettendogli un insight o l’integrazione della parte di sé nascosta nel sogno.9 Auto-Responsabilizzazione È una modalità di intervento che facilita l’assunzione di responsabilità per la propria esistenza, attraverso la sperimentazione di un atteggiamento che evidenzia il diritto e le possibilità di scelta a disposizione dell’individuo nel momento in cui smette di dare ad altri la responsabilità delle proprie azioni. Ad esempio come in questo esercizio: ... avvicinati
a qualcuno e siedi di fronte a questa persona. Durante tutto l’esperimento
mantieni il contatto degli occhi e parla direttamente a questa persona.
A turno pronunciate delle frasi uno all’altro che cominciano con le parole
"io devo". Fai una lunga lista delle cose che devi fare. (l’esperimento
puoi farlo anche da solo, in questo caso pronuncia le frasi a voce alta
immaginando che le stai dicendo a qualcuno che conosci). Prendi circa cinque
minuti per fare questo. Ritorna ora a tutte le frasi che hai appena detto
sostituendo "io devo" con "io scelgo di…". Fate dei turni per dirvi queste
frasi.
Le situazioni esistenziali esprimibili
a livello verbale come un dovere, vengono riorganizzate in formulazioni
che trasformano l’"Io devo..." in "Io scelgo...". La formulazione verbale
diventa quindi il supporto sul quale si appoggia il vissuto emotivo promosso
dall’esperienza terapeutica.
Ponte emozionale
Tecnica di introspezione con
cui la persona mantiene ferma l’attenzione su un’emozione che si ritiene
importante esplorare e lascia scorrere le immagini dei ricordi in cui quell’emozione
è stata presente. Permette di "ricollocare" le proiezioni, recuperando
la figura originaria a cui una certa emozione era diretta prima di essere
sviata su qualcosa o qualcun altro.
Ridecisione del copione di vita
L’introspezione può portare
a constatare che si sta seguendo un tipo di scelte, affettive, professionali
o altro che non portano a niente di positivo, in modo più o meno
ricorrente e stereotipato (l’esempio classico è quello della persona
che trova sempre il partner sbagliato o finisce sempre per litigare con
il capo). In queste situazioni siamo di fronte a un copione che non è
più in contatto con l’evoluzione dell’esistenza, ma risponde ancora
a decisioni arcaiche prese quando un determinato stato di bisogno e di
immaturità le rendeva necessarie per la sopravvivenza fisica ed
emotiva. La tecnica prevede: inizialmente l’individuazione del vissuto
emotivo avvertito come inadeguato (eccessivo nell’intensità, nella
durata, nella natura dell’emozione) che colora la situazione problematica;
una regressione progressiva, attraverso la tecnica del "ponte emozionale",
fino a raggiungere il ricordo più antico in cui è apparso
quel vissuto; la scissione dello stato dell’Io (in termini transazionali)
in Genitore/Adulto/Bambino ed infine — all’interno di una riattualizzazione
immaginativa di quella situazione arcaica — permettere al paziente di rivedere
la decisione esistenziale presa allora ma ricontrattabile ora con gli strumenti
dell’Adulto mentre "rivive" quell’esperienza.
Note
I) Il selfwatchingUn'applicazione delle tecniche di selfwatching e autogestione comporta l'apprendimento della capacità di anticipare e riconoscere le situazioni tentatrici e di mettere a punto in anticipo le strategie per farvi fronte." Cfr. Hodgson R. e Miller P., "La mente drogata. Come liberarsi dalle dipendenze", Milano, 1989. 3) Per una discussione e definizione di questa terminologia cfr. Tart C. T., "Stati di coscienza", Roma, 1977. 4) "Perls[…]intendeva con questol’abilità di rimanere in un punto neutro, svincolati dagli opposti polari concettuali o emotivi in gioco in ogni momento di consapevolezza. Perls mostrò una sorprendente quantità di indifferenza creativa come psicoterapeuta, riuscendo a rimanere nel punto zero, senza lasciarsi intrappolare nei giochi dei suoi pazienti. Penso al punto zero come al rifugio del terapeuta della Gestalt nel pieno della partecipazione più intensa, non solo fonte di energia, ma anche ultimo autosostegno." Naranjo C., op cit. pag. 143 5) Naranjo C., op. cit. pag. 142 6) "Il concetto di attenzione fluttuante può essere [...] costituito da tre tipi di attività mentale dell'analista: a) disponibilità ad abbandonare schemi precostituiti, aspettative e progetti inquinanti per poter essere più pronti a cogliere il "nuovo" dove questo si manifesta;7) Cfr. Satir V., "Psicodinamica e psicoterapia del nucleo familiare", Armando Armando, Roma, 1973 8) L'osservazione di se stessi nella tradizione occidentale greco-romana, nel senso evidenziato da Foucault, viene fatta coincidere nelle operazioni per la cura di Sé: "...l'iscrizione delfica ‘conosci te stesso’ non era una indicazione astratta sulla vita; era un consiglio tecnico, una regola da osservare in vista della consultazione dell’oracolo. [...] Nei testi greci e romani il precetto di conoscere se stessi è sempre associato a quello della cura di Sé [considerata come un aspetto tecnico della conoscenza di Sé], ed era proprio questo bisogno di prendersi cura di Sé che rendeva operativa la massima delfica. [...] Ci si doveva occupare di se stessi prima di far entrare in azione il principio delfico. Il secondo precetto era subordinato al primo." In questo senso la propria cura ha come meta la conoscenza di Sé Cfr. M. Foucault "Tecnologie del sé" in a cura di L. H. Martin et alt.: "Un seminario con Michel Foucault Tecnologie del sé; Torino, 1992, pag. 15. 9) Tecnica vista utilizzare in esperienze di gruppo condotte da Barrie Simmons. Bibliografia
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