La psicologia
transpersonale si è affermata negli ultimi decenni nel panorama
della psicologia come un campo indipendente di studi e applicazioni, detto
della "quarta forza", poiché intende includere ed espandere le "forze"
della psicoanalisi, del behaviorismo e della psicologia umanistica. Essa
è — secondo una definizione data dall’Institute of Transpersonal
Psychology — "un’area di ricerca, formazione e applicazione basata sulle
esperienze di temporanea trascendenza della usuale identificazione con
le nostre limitate individualità biologiche, storiche, culturali
e personali e, ai più profondi livelli, di riconoscersi/essere "qualcosa"
di una più vasta intelligenza e compassione che comprende l’intero
universo". Il termine transpersonale si vuole far risalire a Jung, il quale
ha usato la parola überpersönlich a proposito dell’inconscio
sovrapersonale o collettivo. Maslow ha spiegato che il termine fu preferito
a quelli di "transumanistico" o "transumano", per indicare qualcosa oltre
l’individuo, guardando allo sviluppo della personalità individuale
in qualcosa di più inclusivo e più grande di lui (ma, andrebbe
sottolineato, non di collettivo). Centrale, in tale orientamento, è
il concetto di auto-realizzazione. Secondo la psicologia umanistica,
l’auto-realizzazione comprende l’armoniosa e non conflittuale soddisfazione
di bisogni, unita all’espressione e attualizzazione delle proprie potenzialità;
in altre parole, essa corrisponde al vissuto del compimento del proprio
personale destino, dell’accettazione di sé e della soddisfazione
di aver trovato un significato e una mèta per la propria esistenza.
La psicologia transpersonale, rivolgendo il suo interesse alle esperienze
in cui l’identità personale è estesa al di là dei
confini individuali per comprendere aspetti più ampi dell’umanità,
della vita e del cosmo (v. Walsh e Vaughan, 1993), afferma una diversa
visione della coscienza e include nell’auto-realizzazione la soddisfazione
di quei bisogni specificamente umani che, come sottolineava Fromm, riguardano
il bisogno di senso, di orientamento, di devozione. Se il personale
ordinario, nella sua limitazione, tende a essere costrittivo e separato,
il transpersonale sottolinea la nostra fondamentale unità
con la vita e con gli altri, tutti essendo parte di quella Realtà
ultima di cui viviamo e per cui viviamo. Dal punto di vista
transpersonale, dice ancora la definizione dell’ITP, "la nostra ordinaria,
"normale" individualità biologica, storica, culturale e personale
è vista sì come qualcosa di importante, ma come una manifestazione
o espressione in qualche modo parziale (e spesso patologicamente distorta)
di questo più grande "qualcosa" che è la nostra più
profonda origine e destinazione. […] Poiché ordinariamente ci si
identifica col personale, che tende a separarci, piuttosto che col transpersonale,
che esperienzialmente ci conduce alla nostra fondamentale unità
e identità con gli altri e con la vita tutta, la conoscenza intelligente
del e/o il contatto col transpersonale può essere di grande valore
per risolvere i problemi
di un mondo diviso al suo interno".
Sfaldatosi (anche
se non del tutto crollato) il muro culturale del positivismo riduzionistico
da sempre avverso alle concezioni olistiche ed emergenzialistiche, è
divenuto oggi più agevole operare per la creazione di un ponte tra
la psicologia scientifica e gli insegnamenti delle psicologie spirituali
incorporate negli insegnamenti di grandi tradizioni sapienziali come il
vedanta, il buddhismo e il cristianesimo.
Riandare a queste
dottrine di vita per trovare risposta alle domande riguardanti l’auto-realizzazione
e i mezzi per attuarla da parte dell’uomo d’oggi è uno dei grandi
compiti che la psicologia transpersonale si è assunto. Walsh e Vaughan
sostengono addirittura che, quando gli storici si volgeranno indietro a
guardare alla psicologia del XX sec. potranno concludere che alcuni dei
più importanti passi avanti non sono consistiti in nuove scoperte,
ma nel riconoscimento di principî e di tesi delle antiche tradizioni
sapienziali.
Perché
la visione della realtà di una tradizione possa essere efficacemente
comunicata-a e resa fruibile-da una diversa cultura o tradizione è
necessaria l’opera di quelli che Jung ha chiamato mediatori gnostici,
persone che avendo cioè incorporato una tradizione di saggezza possono
comunicarla parlando della propria esperienza ma usando i concetti e la
lingua delle persone con cui desiderano comunicare. La psicologia traspersonale
ritengo possa oggi venire riconosciuta come una sorta di mediatore gnostico
collettivo, capace di "offrire una strada con cui la saggezza eterna può
fare nuovamente il suo ingresso per infondere e magari trasformare la cultura
occidentale" (Walsh, 1992). D’altro lato, questo mediatore gnostico sembra
poter offrire nuovi modi di considerare la psicologia dell’esperienza religiosa
e potersi configurare come un nuovo "veicolo" che l’umanesimo critico-scientifico
è in grado di offrire alle tradizioni spirituali per confrontarsi
con la riemersione del sacro nella nostra età post-secolarizzata.
Se in questi
ultimi anni è stata, come dicevo, in gran parte superata l’ostilità
della psicologia riduzionistica, lo scenario appare attualmente modificato
in un’altra, quasi opposta direzione, ponendo alla psicologia transpersonale
nuovi e non meno impegnativi compiti. Ciò richiede di innalzare
ulteriormente il livello di consapevolezza e di controllo poiché
lo spirito di falsificazione e di impostura che caratterizza gran parte
della cultura del nostro tempo penetra anche nei settori in cui sono in
gioco la salute, la crescita interiore, il ben-essere. Il dilagare di rozzezza
e cinismo ci fa assistere alla mercificazione e alla svendita di concetti
come quelli di "crescita umana", "auto-realizzazione", "qui ed ora", etc.
fino a farli diventare logori e abusati.
Un compito importante
della psicologia transpersonale diviene dunque quello di una visione comparativa
e critica, non certo nei termini della psicologia riduzionistica ma all’interno
della stessa prospettiva spirituale, per operare una verifica di congruenza
degli itinerari proposti con la cultura, il linguaggio, i simboli, la visione
del mondo e i costrutti personali dei soggetti (prevenendo quindi il raccogliere
o produrre disadattamenti, mode, fauti esotismi) e una verifica di legittimità
ovvero di genuinità delle dottrine di vita, al fine di accertare
quanto esse risultino autenticate dalla vita dei fondatori, dalla certezza
della trasmissione e dall’esempio vivente dei praticanti (identificando,
al contrario, improvvisazioni, raggiri, produzione di "merce spirituale").
Un ulteriore ambito di valutazione delle tecnologie del sé è
rappresentato poi dall’esame della loro efficacia, cioè (contro
i venditori di illusioni) della effettiva capacità delle pedagogie
spirituali di soddisfare i bisogni specifici dei praticanti, attualizzandone
le possibilità auto-realizzative senza generare conflittualità,
dipendenze, disarmonie. Se un itinerario, che si propone come itinerario
di autosviluppo, dovesse non consentire una armoniosa soddisfazione del
complesso dei bisogni (non escludendo certo la possibilità di sublimazione
e di "disimpegno"!), ma al contrario produrre un aumento di conflittualità
motivazionale, venire in contrasto col processo di crescita individuale,
creare situazioni di dominio dei "maestri" e di dipendenza degli allievi
(se non addirittura rapporti sado-masochistici), fallirebbe certo nel suo
obiettivo di una radicale trasformazione che porti l’individuo a rompere
la corteccia del suo egocentrismo. Un intervento critico e vigilante da
parte della psicologia transpersonale, che più d’ogni altra è
impegnata sul tema dello sviluppo auto-realizzativo, sembra quindi porsi
come un compito da non disattendere.
Vorrei sottolineare,
infine, per tutti coloro che sono particolarmente interessati agli aspetti
della formazione, che la realizzazione di un progetto formativo transpersonale
richiede un impegno tutto particolare, poiché sono sono necessari,
come dice Walsh, "un lavoro interiore e un lavoro contemplativo per poter
realizzare, incorporare e diventare la visione transpersonale, accessibile
mediante la contemplazione. Ciò significa levigare intelletto, emozioni,
motivazione in modo da agire nel mondo con compassione e altruismo" (Walsh,
1993b, p. 19). Queste parole esprimono molto efficacemente le peculiarità
del progetto transpersonale, che per attuarsi richiede un lavoro che sia
insieme di formazione e di testimonianza, un compito non
diverso da quello che le discipline spirituali hanno indicato ai praticanti,
in maniera tale che il cambiamento e il perfezionamento personale comportino
il "riversare nell’amore i frutti della contemplazione" (Meister Eckhart).
Le parole "divenire visione" mi ricordano che di S. Francesco si disse
che era divenuto preghiera; come "agire nel mondo con compassione e altruismo",
rievocano le qualità del maestro del Dharma, che secondo il Sutra
del Loto, "dimora nella pazienza, è gentile e affabile, mai
violento né interiormente turbato, nei confronti dei fenomeni ne
osserva la vera entità senza discriminazioni, nei confronti di tutti
gli esseri viventi pensa a loro con grande compassione".
Gli itinerari
a cui la psicologia transpersonale si riferisce sono itinerari di consapevolezza
e di fede, una fede che, secondo le parole di W. James, ci chiede di "portare
in campo l’infinito", una fede non legata a credenze e opinioni, ma che
— secondo le parole del Buddha — consente di affermare: "colui che tende
verso l’Indicibile e ne ha pervasa la mente, e non ha il pensiero legato
agli attaccamenti, questo vien detto "al di là del torrente"" (Dhp.,
218). Chi percorre un sentiero di trasformazione spirituale desidera giungere
all’altra riva e forse al di là anche dell’altra riva. La nostra
aspirazione è quella di dare un qualche contributo perché
ci siano nel mondo sentieri sempre meno tortuosi sui quali consapevolezza
e compassione possano più speditamente procedere.
Riccardo
Venturini: titolare della I cattedra di Psicofisiologia clinica - Un. "La
Sapienza" - Roma