| "Ognuno sa cosa
sia l'attenzione. E' l'acquisizione da parte della mente, in una forma chiara e
vivida di uno di quegli innumerevoli oggetti o serie di pensieri,
simultaneamente possibili. La focalizzazione, la concentrazione della coscienza,
costituiscono la sua essenza. Essa implica il ritrarsi da qualche cosa per
rivolgersi efficacemente ad altro." (W. James,
1890). |
I. INTRODUZIONE
Abbiamo voluto iniziare con
una citazione di W. James sia perché la consideriamo una buona
introduzione al nostro argomento, sia per attribuire un omaggio ad un importante
autore dello scorso secolo che viene però spesso trascurato, nonostante i
suoi lavori siano tuttora attuali e per molti versi ancora stimolanti.
Come si può vedere
il concetto di "attenzione" è uno di quegli argomenti che da
vecchia data sono stati affrontati con interesse dagli studiosi. E come tale ha
subìto numerose vicissitudini .
I filosofi e gli psicologi dello
scorso secolo lo consideravano un concetto centrale, ponendo spesso l'accento,
come lo stesso James, sulla selettività del processo di
elaborazione.
Tuttavia, con la nascita del Comportamentismo nel XX secolo il concetto di
attenzione, come tutti gli altri concetti di tipo "mentalistico",
è stato del tutto accantonato, finché non è ritornato alla
ribalta negli anni '50, in particolare col lavoro di Broadbent "Percezione
e Comunicazione " (1958).
Da allora si è cercato di
ridefinire e circoscrivere il concetto di "attenzione". Altre
definizioni hanno posto l'accento sulla capacità di selezionare parte
delle stimolazioni in arrivo, oppure, per esempio, come sinonimo di
concentrazione (Moray, 1969).
Tuttavia, nonostante le
difficoltà e la molteplicità delle definizioni esiste un accordo
generalizzato su che cosa è che ci spinge a prestare attenzione ad alcuni
stimoli piuttosto che ad altri: infatti, si sceglie di concentrarsi
prevalentemente sulle informazioni che al momento sono rilevanti per la nostra
condotta e i nostri scopi attuali. Oppure su stimoli "catturanti"
l'attenzione, come per esempio, quelli che sono in conflitto con le nostre
aspettative, o con un carattere di novità, intensità,
incongruità, etc. (Berlyne, 1960).
Fra le altre ipotesi interessanti
proposte in tempi più recenti abbiamo quella per cui l'attenzione
costituisce l'insieme dei meccanismi e dei processi che la coscienza, intesa
come un sottosistema che opera all’interno della mente per
"trattare" l’informazione, usa per controllare l'attività
mentale (Bagnara, 1984).
Negli studi più recenti
l'attenzione viene divisa in (Eysenk, Keane, 1995):
1) attenzione focalizzata e
selettiva
2) attenzione distribuita o
divisa.
La prima è quella
che si studia attraverso la presentazione ai soggetti di due stimoli
contemporanei, con la richiesta di elaborare e rispondere ad uno solo di essi.
In questo modo si acquistano nozioni su come si selezionino alcuni stimoli
invece di altri; sulla natura dei processi selettivi e sugli stimoli che vengono
trascurati.
Invece,
l’attenzione distribuita si studia presentando almeno due stimoli in
contemporanea, ma, questa volta con l'istruzione di elaborarli entrambi. In
questo modo si acquistano nozioni sui limiti dei processi di elaborazione e
sulle capacità attentive.
Uno dei grossi limiti della ricerca
è costituito dal fatto che la quasi totalità degli studi prendono
in considerazione l'attenzione agli "stimoli esterni" trascurando
così quasi del tutto l'attenzione agli "stimoli interni"
(pensieri, immagini, emozioni, etc.).
In questo lavoro vogliamo invece
proprio soffermarci sull'attenzione agli "stimoli interni" che in
psicoterapia costituisce uno dei fenomeni di importanza centrale.
II. L'IMPORTANZA DELL'ATTENZIONE IN
PSICOTERAPIA
COGNITIVO-COMPORTAMENTALE
Abbiamo accennato alla
scarsa considerazione attribuita dalla ricerca sull'attenzione agli
"stimoli esterni". Al contrario, in ambito clinico l'osservazione e lo
studio dei processi attentivi del paziente orientati agli "stimoli
interni" diventa del tutto irrinunciabile.
Infatti, la conoscenza dei contenuti
cognitivo-emotivo del paziente costituisce uno dei passaggi propedeutici
fondamentali per una psicoterapia cognitivo-comportamentale.
Per esempio, i pazienti con un
symptom pattern di tipo fobico tenderanno a selezionare più
probabilmente i loro processi attentivi verso l'elaborazione di contenuti
interni di allarme e pericolo specialmente di tipo fisico; mentre i pazienti con
un symptom pattern di tipo depressivo tenderanno a dirigere la loro
attenzione più probabilmente verso contenuti interni di perdita,
separazione, esclusione, insuccesso, fallimento, etc.; oppure i pazienti con un
symptom pattern di tipo "disturbi alimentari" tenderanno alla
probabile elaborazione selettiva di "stimoli interni" legati al cibo,
alla fame, alla sazietà, alla linea, alle diete, all'aspetto fisico,
etc.; mentre i pazienti con un symptom pattern di tipo ossessivo
orienteranno probabilmente la loro attenzione verso contenuti interni legati al
dubbio, alla pulizia, alla sporcizia, alla ricerca della perfezione, della
verità assoluta, etc.
Il primo passo di strategia
terapeutica in questo ambito consiste, generalmente, proprio nell'aiutare il
paziente a rendersi conto di queste sue modalità personali, attraverso
l'esercitazione all'autosservazione in certe situazioni per lui critiche.
Solo successivamente
sarà possibile, in maniera graduale, aiutare il paziente a spostare e
modulare i suoi processi attentivi verso altri contenuti o a
"processare" gli stessi contenuti secondo modalità
alternative.[...]
*Giuseppe Sacco Istituto di Psicologia Università degli Studi di Siena
(ritorna)