George I. Gurdjieff e la Quarta Via
"A coloro che si interessavano di queste cose, era noto da diversi anni che sarebbe arrivato in Occidente un maestro straordinario nella persona di un uomo che si reputava avesse avuto accesso a fonti di conoscenza negate ad ogni precedente esploratore occidentale". Così scriveva John G. Bennett, personaggio di molteplice ingegno (ingegnere, filosofo, matematico, linguista e a sua volta ricercatore e insegnante di metodi per la conoscenza di se stessi, tra i quali quelli della Quarta Via), nel 1949, quando il suo maestro George Ivanovitch Gurdjieff, ormai ottantatreenne, era prossimo alla morte. "Che egli sia un uomo di grande conoscenza e anche di grandi poteri non può esser messo in dubbio da chiunque vi sia entrato in contatto personalmente. La sua evidente prontezza nel soccorrere i bisogni fisici e nondimeno quelli spirituali di coloro che si recano da lui per essere aiutati è sufficientemente comprovato dall’amore nei confronti dei suoi seguaci. La sua forza nelle più estreme sofferenze fisiche e la sua indifferenza verso le condizioni esterne della vita - spesso dolorose sotto ogni punto di vista - sono indicazioni di una forza interiore che comunque può essere percepita in ogni cosa che faccia. Più di questo non v’è bisogno di dire al momento presente".
Nato nel Caucaso intorno al 1866 (nell’odierna Russia) da un’antica famiglia greca emigrata più di cento anni fa dalle colonie greche dell’Asia Minore, Gurdjieff ebbe l’opportunità di incontrare uomini straordinari dai quali acquisì la convinzione che qualcosa di vitale importanza mancava nella considerazione dell’uomo e del mondo nella letteratura e nella scienza europee. Era stato indirizzato agli studi di medicina e di teologia, ma l’insoddisfazione che provava per i limiti di quel tipo di educazione lo condusse a cercare altrove e per proprio conto. Con un gruppo di "cercatori della verità" viaggiò per molti anni attraverso l’Africa, l’Asia e l’Estremo Oriente, raggiungendo luoghi la cui esistenza è insospettabile anche per i più accurati esploratori. Dove realmente riuscì a spingersi non è possibile dirlo, e anche quel che lui stesso rivela nel volume "Incontri con Uomini Straordinari" è velato a tal punto da metafore che le vaghe coordinate geografiche risultano impenetrabili. Nel 1922 fondò l’Istituto per lo Sviluppo Armonioso dell’Uomo al Castello del Prieuré di Fontaineblau, nei pressi di Parigi. Qui il "lavoro su se stessi" da lui proposto prese una pianta stabile attirando, tra gli altri, diversi intellettuali e artisti europei. Organizzò una vera e propria comunità indipendente con coltivazioni, animali, svariate attività lavorative e speciali classi di esercizi per la "trasformazione delle energie" che consistevano nei famosi "movimenti" tratti da danze sacre e in conferenze sugli aspetti teorici del "lavoro". Nel 1924 organizzò in America un’altra branca dell’Istituto, dando per l’occasione una dimostrazione dei suoi "movimenti" accompagnati al pianoforte dalle musiche sacre elaborate assieme al musicista russo Thomas De Hartmann. Qui divennero suoi seguaci scrittori come Margareth Anderson, filosofi come Alfred Orage, che in quegli anni aveva fondato la rivista letteraria "The New Age", architetti come Frank Lloyd-Wright. Al ritorno rimase gravemente ferito (ma miracolosamente vivo) in un terribile incidente d’auto che lo costrinse ad interrompere il lavoro pratico al Prieuré per intraprendere la trasmissione scritta delle sue idee, che avrebbe preso poi la forma di opere come "I racconti di Belzebù al suo piccolo nipote", il già citato "Incontri con Uomini Straordinari" e "La Vita Reale". Durante la seconda guerra mondiale continuò ad insegnare con gravi difficoltà ricevendo gruppi di allievi nel suo appartamento di Rue des Colonels Rénard; poi improvvisamente nel 1948 decise di riprendere l’attività più estesa: purtroppo un anno dopo sarebbe stato fermato dalla morte.
In cosa consiste esattamente il lavoro della "Quarta Via" e perché
questa scuola viene chiamata così? Una spiegazione subito a portata
di mano è quella che lo stesso Ouspensky riporta per bocca di Gurdjieff
nel suo "Frammenti di un insegnamento sconosciuto". Secondo Gurdjieff
le "vie" tradizionalmente note per lo sviluppo spirituale erano
inadatte alla vita dell’uomo occidentale, soprattutto perché partivano
tutte dal passo più difficile: il completo ritiro dal mondo esterno,
prevedendo inoltre molti altri tipi di rinuncia. La prima via è la
"via del Fachiro" (la n.1), e si esplicita sull’acquisizione della
volontà e la trasformazione delle energie sulla base di intensi sacrifici
fisici. Nel famoso linguaggio obiettivo, cui spesso Gurdjieff fece riferimento,
alla via del Fachiro viene attribuito il numero 1 poiché tutto ciò
che si basa su una realtà fisico è una realtà incontrovertibile.
Una mano è una mano, non ha un opposto. Dualismo, invece, che caratterizza
essenzialmente il linguaggio delle emozioni: la "Via del Monaco",
la n. 2, è centrata sulle sofferenze emozionali, la lotta tra il bene
il male, tra peccato e santità, tipiche della vita di clausura. La
"Via dello Yogi" (n.3 - poiché nel pensiero si realizza la
tripartizione tesi-antitesi-sintesi, da non confondere con il ben noto indirizzo
hegeliano), che ha il suo centro di gravità nello sviluppo di una "supercoscienza"
attraverso tecniche mentali. La Quarta Via si propone, invece, come un lavoro
integrato sulla totalità dell’essere umano. "La quarta via non
richiede che ci si ritiri dal mondo," - dice Gurdjieff - "non esige
la rinuncia a tutto ciò che formava la nostra vita. Essa comincia molto
più lontano che non la via dello yogi. Ciò significa che bisogna
essere preparati per impegnarsi nella quarta via e che questa preparazione
deve essere acquisita nella vita ordinaria, essere molto seria e abbracciare
parecchi aspetti differenti." Un lavoro, dunque, che permette al comune
cittadino occidentale di "vivere nel mondo ma non essere del mondo",
di continuare la normale vita quotidiana servendosene come strumento per risvegliare
la propria consapevolezza e lavorare su se stesso. [
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